Ultimo Aggiornamento:
16 novembre 2019
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Il bene più prezioso è la saggezza degli anziani

Francesco Provinciali * - 09.11.2019
Liliana Segre

Quando in epoche come la nostra – debolmente rischiarata dai fuochi fatui del relativismo e blandita da sogni ingannevoli – l’umanità si piega dolente alle incertezze del presente e alle speranze in un futuro imperscrutabile, ci sono storie di vita che sanno donare parole di saggezza e scintille di luce, se siamo disposti ad ascoltare e poi riflettere, ad osservare e poi - con umiltà - imparare.

Doni irripetibili per la loro stessa vocazione esistenziale, frutto di scelte, di rinunce o semplicemente di destino: persone “chiamate” dalla fede, dall’umiltà o dalla ragione a dare senso al loro transito terreno, ad operare per ‘una casa comune’, tracciando solchi in cui possano germogliare i semi del bene e gli aneliti alla rettitudine, all’onestà e alla verità.  

Oggi con troppa facilità e disinvoltura ci scopriamo affascinati da chi vuole rottamare, resettare, formattare, cancellare il passato quasi come se fosse merce avariata da gettare via: e con esso gli insegnamenti appresi e quelli elargiti da chi ci ha preceduto.

Anche questi sentimenti sono espressione di una concezione consumistica e mercantile della vita, di una malcelata presunzione ad impersonificare il nuovo, il giusto, il meglio, dimenticando che ogni ostentazione di asserita grandezza si minimizza e si sbriciola nella finitudine stessa della condizione umana dove – come ebbe a dire Enzo Biagi – “in genere tutto passa e quasi sempre non lascia tracce”.

Guai ad attribuire alla vita una valenza utilitaristica e generazionale: i miti del giovane, del forte, del bello, del ricco, del vincente sono inesorabilmente destinati a misurarsi al vaglio del tempo, al cui retaggio siamo tutti assecondati, perché esso stesso migra lentamente verso un incommensurabile eternità.

Eppure i costumi sociali prevalenti, le aspirazioni collettive, i sogni, i narcisismi individuali sono come proiettati sullo schermo di una fiction, dove virtuale e reale si sovrappongono fino a confondersi, generando illusioni, perversione, falsi miti, come se fossimo comparse- aspiranti primattori di un gigantesco casting mediatico attraverso cui materializzare compulsivamente i desideri di successo, ricchezza, visibilità.

Tanto che i fallimenti generano sensi di inadeguatezza, fughe dalla realtà, disimpegno sociale, disincanto etico, decadenza del senso civico e dei valori fondativi del vivere comune e ancor di più: solitudine, esasperazione, nichilismo, autodistruzione.

Credo che tutto questo faccia parte di processi involutivi ciclici, tipici di inizio secolo o millennio, come se cultura, tradizioni, identità e appartenenze si rimescolassero in un confuso e inesplorabile sentimento di insoddisfazione collettiva, di frustrazione, di minimizzazione della vita e dei suoi valori fondativi per estendersi alla famiglia, alle istituzioni alla vita sociale, alle relazioni interpersonali.

Come se – prendendo un lungo respiro – l’umanità stessa avvertisse il peso e la fatica di dover ricominciare tutto da capo.

Problemi di “transito culturale”, di linguaggi e stili comunicativi privi di alfabeti codificati, piccoli o grandi terremoti esistenziali che ci portano a confessare di non riconoscerci più nel passato senza tuttavia avere una chiara percezione del presente e della direzione di marcia da seguire.

Naufraghi e – al tempo stesso – spettatori inerti del naufragio che scrutiamo dalla riva, per riprendere una metafora del ‘De Rerum natura’ di Lucrezio, rivisitata da Hans Blumenberg allorquando considera alcune evidenze della post-modernità.

Confesso che – vivendo le contraddizioni del mio tempo e condividendone le fragilità – rivolgo spesso il mio sguardo e il mio interesse culturale ed emotivo nei confronti del passato e di chi mi ha preceduto, certo di ricavarne apprendimenti utili a capacitarmi della mia stessa condizione esistenziale, a darle una rotta, traendo significati esemplari dalle esperienze delle vite vissute che sono pedagogicamente più utili di quelle solo progettate o immaginate.

Ci sono storie di persone che sono libri aperti che aspettano solo di essere letti, scrigni ricolmi di ricchezze ineguagliabili, esempi di coerenza e di fedeltà ai valori che – in ogni comportamento, in ogni atto – sono il più autentico discrimine tra il bene e il male.

Se ne coglie il senso e la compiutezza specialmente al termine del loro viaggio, ovvero nel restare tra noi fino a realizzare la vita come compimento di un dovere o - ancora - al momento del loro appartarsi dal mondo, quando scrutando la loro esperienza umana ne restiamo talmente affascinati da affermare… “che grande, inestimabile persona!”: per questo sono sovente i “grandi vecchi” i nostri migliori e più rassicuranti maestri di vita.

Spesso nascosti agli occhi indiscreti della mondanità curiosa e tranciante, vicini al silenzio, alla riflessione, alla meditazione, alla ricerca, all’arte nelle sue molteplici espressioni.

Oppure invisibili ai più ma presenti tra noi, con il loro bagaglio di esperienze umane (fatte di rinunce, sacrifici, sofferenze, di strade in salita) apparentemente comuni e prive di valenza mediatica, esclusi dai circuiti virtuali, saldamente ancorati ai valori antichi della saggezza, della parola data, delle radici mai rinnegate, coerenti nel silenzio di una quotidianità priva di spinte compulsive verso un ossessivo cambiamento, così intimamente, intrinsecamente ricchi di saggezza, umiltà e senso della giustizia che li rende semplici e puliti, onesti, retti.

Oppure affermati e noti al mondo per le loro doti personali ma sempre attenti ad una cultura lentamente metabolizzata: non quella delle tavole rotonde e dei lavori di gruppo ma quella per la quale una pagina del Vangelo o di un capolavoro di Dostojevski, uno spartito di Mozart o una tela del Caravaggio spiegano assai di più di un best-seller o di un manuale di sociologia interculturale.

Capaci essi stessi di offrire cultura, di indicare percorsi, di sperimentare regole, di impersonificare stili coerenti di vita.

Intelligenza, volontà, sensibilità, “sapientia cordis” (che traduco come “intima disponibilità dell’anima all’empatia e alla bontà”): sono queste le chiavi di accesso ad un sapere fatto proprio e intimamente rielaborato, che discerne ed integra i valori per trasformarli in modelli esistenziali coerenti e conformi.

Non è da tutti, ne sono certo.

Per questo coloro che – al termine di un’esperienza personale straordinaria – pongono se stessi al centro di un processo di ripensamento e di rivisitazione dell’esistenza, offrono all’umanità insegnamenti preziosi perché autentici, ora misurati con la gioia, ora con il dolore, ora con la fede, ora con la scienza, ora con la letteratura, ora con la musica.

Confesso di essere affascinato dalle storie di vita dei “grandi vecchi”, mi pongo di fronte ad ogni loro parola, ogni frase, ogni pensiero, ogni riflessione che io possa in qualche modo conoscere e capire come se fosse un antico dattiloscritto per decifrarne il messaggio, ne apprezzo la coerenza e l’onestà intellettuale, l’amore disinteressato per il bene e la verità.

I veri grandi sono persone semplici, non dissimili per saggezza e autenticità dai nostri anziani di casa, sanno rivolgersi al cuore e alla mente degli uomini con un linguaggio chiaro ed intellegibile, in genere parlano poco di sé ma sono intimamente capaci – e senza forzo, spontaneamente -di rendere  eloquente la coerenza tra i pensieri e le azioni che si misura spesso postuma, quando - d’un tratto – si separano dal tragitto che li ha resi  esemplari, per consegnare se stessi alla memoria o per ritirarsi – “quando finisce il compito e le forze vengono meno”-  a riflettere in silenzio sul senso della vita,  per rileggere l’intera propria esperienza esistenziale, nell’intuizione intimistica e singolare di una possibile “ricapitolazione di tutte le cose”, come direbbe San Paolo, in quella dimensione- cioè - di distacco dove la fine abbraccia l’inizio, il “caput” incontra l’”archè”.

“Ho fatto la mia apparizione sulla scena della vita con l’ordine di ritirarmene, sto recitando la mia parte come tutti i miei simili: poi non mi rimarrà che sparire”: sono parole del filosofo e predicatore Jacques Benigne Bossuet, vissuto nel XVII secolo e credo possano essere usate per richiamare il ricordo o la presenza di uomini e donne del nostro tempo che hanno impartito una grande lezione di umiltà e gratuità.

Il bene più prezioso è dunque la saggezza che alberga nell’animo di persone ‘grandi’ e ‘semplici’ al tempo stesso, perché si tratta di coloro che – attraversati i marosi di una vita – hanno saputo conservare e custodire nel loro cuore le rare virtù della dignità e del pudore, anch’esse – purtroppo – da lungo tempo nascoste al mondo.

 

 
 


* Ex dirigente ispettivo MIUR