Ultimo Aggiornamento:
12 giugno 2021
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Il “Secolo del Pacifico”? Obama e il pivot asiatico

Alessandra Bitumi * - 20.05.2014
 Park Geun-hye e Kerry

Nell’autunno del 2011, l’Amministrazione Obama annunciò il riposizionamento strategico e operativo statunitense nella regione dell’Asia-Pacifico, ritenuta centrale nella definizione delle priorità geopolitiche americane. Uno dei primi passi verso la costruzione di una cornice militare per la strategia del cosiddetto “Asia pivot” fu l’intesa con l’Australia sull’invio di 2500 marines nella base di Darwin. Era il novembre del 2011 e il “New York Times” definiva la decisione come “la più grande espansione della presenza americana nel Pacifico dai tempi della Guerra del Vietnam”. Da quali premesse originava questa rinnovata attenzione di Washington per l’Estremo Oriente? Quali obiettivi intendeva perseguire l’Amministrazione Obama e cosa ci suggerisce, rispetto alle ambizioni iniziali, il bilancio odierno?

Alla svolta asiatica hanno concorso molteplici fattori. Il primo, la percezione della minaccia cinese. All’impetuosa crescita economica di Pechino, si sono affiancati progressivamente un crescente attivismo militare del paese e un incremento della sua influenza regionale.

 

Il problema cinese

 

 Non senza forzature, l’ascesa cinese è stata spesso correlata al relativo declino americano secondo il tradizionale schema della transizione di potenza, che identificherebbe in questo passaggio una potenziale minaccia alla sicurezza del sistema internazionale. Di qui la necessità di impiegare le risorse disponibili (limitate) per contenere la Cina e garantire così la stabilità dell’architettura regionale e globale. Come scriveva Joseph Nye ancora nel 2011: “I mercati e la potenza economica si fondano su impalcature politiche e la potenza militare americana è in grado di mantenere queste impalcature”. Inoltre, a “invitare” e in un certo qual modo legittimare gli Stati Uniti a svolgere il ruolo di garante degli equilibri sono stati gli stessi alleati regionali che richiedevano e continuano a domandare rassicurazioni circa un impegno crescente per la loro difesa. Su tutti il Giappone, che teme l’acuirsi di tensioni sulla questione delle isole Senkaku/Diaoyu contese con la Cina, e alla cui tutela gli USA sono vincolati anche dall’esistenza di un trattato bilaterale.

Contenere la Cina vuole dire anche riuscire a condizionare tempi e regole del suo inserimento nella rete di interdipendenze globali e assicurare l’accesso alle rotte marittime su cui si snodano oggi le principali dinamiche economiche americane. L’area transpacifica rappresenta infatti per gli Stati Uniti il primo bacino commerciale ed è questo il secondo fattore rilevante nella definizione del pivot asiatico. A fronte di un ridimensionamento degli scambi transatlantici (più che dimezzati dal 1980 al 2010), il volume di quelli con i partner del Pacifico è raddoppiato. Le cifre relative alle transazioni con Cina e Giappone sono dell’ordine dei 550 miliardi con la prima e 230 miliardi con il secondo. E sono questi due attori i principali finanziatori del debito statunitense. Ne consegue una forma di interdipendenza che imbriglia gli Stati Uniti e alimenta una tensione irresolubile tra politica di potenza e sicurezza, da un lato, e realtà economica dall’altro. Forme di competizione e collaborazione coesistono e spiegano la rilevanza della relazione con i partner asiatici.

Il terzo elemento concerne il fallimento della dottrina Bush e il ripensamento della centralità attribuita al teatro mediorientale e all’uso massiccio della forza. Gli insuccessi militari hanno imposto una revisione del bilancio della Difesa, che ha penalizzato l’Esercito rispetto alle forze della Marina e dell’Aereonautica, maggiormente utili invece nel teatro del Pacifico. La de-escalation in Iraq e Afghanistan si è inoltre accompagnata a un relativo disinteresse economico per l’area, in virtù della minore dipendenza statunitense – soprattutto in prospettiva futura– dal petrolio della regione.

Il “primo presidente asiatico”

 

Un ultimo elemento che contribuisce a spiegare il riposizionamento strategico, e discorsivo, della politica estera americana verso l’Asia è rappresentato dalle trasformazioni demografiche degli Stati Uniti. Durante una visita a Tokyo, nel 2009 Obama si autodefinì – in virtù della sua biografia – come il primo “Presidente del Pacifico”, nato alle Hawaii e vissuto in Indonesia per l’appunto. Presidente di una nazione che ha visto, negli ultimi decenni, l’immigrazione asiatica crescere significativamente soprattutto nelle aree dell’Ovest del paese, con conseguenti riverberi sugli equilibri interni tradizionali e dunque sulla politica estera.

A testimonianza del carattere strutturale di certe trasformazioni e della continuità di Obama coi suoi predecessori, è utile ricordare che il riposizionamento strategico era iniziato già con Clinton e fu promosso da Bush prima della svolta seguita all’11 settembre. Con Obama, l’ “Asia pivot” avrebbe dovuto assumere un rilievo e una dimensione nuovi. Tuttavia, nonostante la retorica utilizzata per sostenere la svolta strategica, lo scarto tra dichiarazioni e decisioni prese è rilevante. Le scelte compiute sono state poche e dalla valenza spesso più simbolica che reale: si è incrementato l’attivismo in alcune iniziative multilaterali regionali, su tutte quella per la Trans-Pacific Partnership; si sono minimizzati i tagli alle forze della Marina; si è potenziata la base militare di Guam. Durante l’ultima visita di Obama nelle Filippine, dell’aprile scorso, si è giunti ad un accordo di difesa rafforzata che darà alle navi e agli aerei americani il più ampio accesso all'area da quando Washington ha chiuso la sua base a Subic Way nel 1992. Ma mentre Obama nel 2013 mancava i quattro vertici più importanti per la regione (quelli dell’APEC, Asia Pacific Economic Cooperation; del TPP, Trans-Pacific Partnership, quelli dell’ASEAN, Association of South-East Asian Nations, e dell’EAS, East Asia Summit), la Cina continuava ad aprire ipotesi di partenariato fino a ieri impensabili. La sua egemonia regionale, basata anche sull’indiscusso primato commerciale che esercita nell’area, tende a consolidarsi. Dal canto loro, per evidenti vincoli internazionali, gli Stati Uniti non possono disimpegnarsi pienamente da altri teatri, come vediamo bene oggi rispetto all’Ucraina.

È possibile che il destino del mondo si giochi in Asia e che il Secolo si rivelerà “Pacifico”. È però difficile immaginare, stante le condizioni attuali, che il pivot di Obama possa condurre alla formazione di un’architettura transpacifica coesa, solida e in ultimo realmente prioritaria. 

 

* Assegnista di ricerca nell’Università di Bologna