Ultimo Aggiornamento:
24 luglio 2021
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La Gran Bretagna al voto: la sfida anti-europea dello Uk Independence Party

Giulia Guazzaloca - 20.05.2014
Nigel Farage

La diffidenza degli inglesi nei confronti dell’Unione Europea viene da molto lontano e se sarà vero – come ci hanno detto tutti i sondaggi – che nelle elezioni per il Parlamento europeo della prossima settimana a trionfare ovunque sarà l’euroscetticismo, in Gran Bretagna ciò dovrebbe sorprendere meno che altrove. Dopo due fallimenti, dovuti al veto della Francia di De Gaulle, Londra entrò ufficialmente nella CEE nel 1973 ma l’allora primo ministro, il conservatore Heath, dovette faticare non poco sia per convincere un’opinione pubblica assai tiepida dinanzi alla prospettiva dell’ingresso, sia per ottenere dal Parlamento la ratifica del trattato. E da allora la Gran Bretagna, sempre ostinata a salvaguardare la vecchia special relationship con gli Stati Uniti, è rimasta un partner «scomodo» all’interno dell’Unione: al momento della firma del trattato di Maastricht si garantì la facoltà di non aderire all’euro e di chiamarsi fuori dalle politiche sociali previste dall’accordo; vent’anni più tardi, nel 2011, non ha sottoscritto il Fiscal Compact. Quello tra Londra e Bruxelles è insomma un duello che dura da quarant’anni; così come di lungo corso è la cautela di laburisti e conservatori nell’abbracciare la bandiera dell’europeismo, poco utile in termini elettorali e, soprattutto, poco in sintonia con la loro tradizione politico-culturale.

 

La (resistibile?) ascesa di N. Farage

 

Se dunque il «tema Europa» non ha mai scaldato i cuori degli elettori britannici, oggi, paradossalmente, è proprio l’Europa a dominare la discussione politica interna, e non solo perché siamo alla vigilia del voto per il Parlamento di Bruxelles. È infatti dalle elezioni amministrative dell’anno scorso, quando si piazzò al terzo posto dopo laburisti e conservatori col 23% dei voti, che lo United Kingdom Indipendence Party di Nigel Farage si è imposto sulla scena politica e ne ha, di fatto, dettato l’agenda. Precursore dell’antieuropeismo in Europa e in patria – è nato nel 1993 dalla scissione di un gruppo di conservatori – lo UKIP ha infatti come obiettivo principale il ritiro del Regno Unito dalla UE: «take back control of our country» recita il suo manifesto elettorale. Farage, alla cui leadership carismatica sono molto legati i successi del partito, si è recentemente scagliato contro i «bulletti di Bruxelles», contro la burocrazia e i vincoli che soffocano il liberismo britannico e ha detto con chiarezza che le prossime elezioni rappresentano l’ultima occasione per la Gran Bretagna di uscire dalla UE. Di rimando, e dinanzi alla prospettiva (assai probabile) di essere battuti dal partito di Farage, molti parlamentari conservatori hanno chiesto di rinegoziare i termini dell’appartenenza all’Unione, mentre il premier David Cameron si è spinto a promettere, se sarà riconfermato alle legislative del prossimo anno, un referendum nel 2017 sull’uscita o la permanenza nella UE. Una scelta che potrebbe determinare un vero terremoto a livello nazionale e comunitario (perché tale sarebbe l’uscita degli inglesi), ma dettata dalla necessità del primo ministro di riguadagnare consensi presso gli elettori.

Consensi che il partito indipendentista sta trovando non solo sull’istanza antieuropeista. Anche il tema dell’immigrazione – «We’ve had enough of open door immigration...Sorry we’re are full» è uno dei suoi slogan – e quello della difesa dell’identità britannica sembrano, almeno finora, aver portato acqua al mulino di Farage, abile a farsi interprete di una contestazione più generale all’establishment politico tradizionale (da questo punto di vista non mancano le analogie con Beppe Grillo e il suo partito). Sebbene la Gran Bretagna abbia già vissuto, negli anni Sessanta, le tensioni e i conflitti sociali derivanti dalla massiccia immigrazione e dal problema dell’integrazione, il cocktail di populismo, antieuropeismo e retorica antisistema dello UKIP, complice la crisi economica degli ultimi anni, sta attraendo consensi anche al di fuori del bacino tradizionale dei conservatori radicali; tra gli elettori laburisti delusi, cioè, nella lower middle class e nelle storiche roccaforti tory del sud-est.

 

Fine del “modello Westminster”?

 

Partito in sordina – alle elezioni politiche di quattro anni fa si era fermato ad un modestissimo 3,1%  – e inizialmente sottovalutato dai leader degli altri partiti – Cameron li definì dei «pazzoidi segretamente razzisti», il conservatore Ken Clarke dei «clown» – lo UK Indipendence Party si appresterebbe oggi a dare la spallata definitiva ai partiti tradizionali. Secondo un sondaggio pubblicato un mese fa dal «Sunday Times» potrebbe addirittura raggiungere il 31% delle preferenze, più del Labour (28%) e dei conservatori (19%). Ma se anche lo storico «sorpasso» non ci dovesse essere, conseguire una percentuale di preferenze superiore al 20%, cosa assai verosimile, rappresenterebbe per Farage un risultato eccezionale, e uno sconquasso per la geografia politica britannica.

Già furono insoliti, per il panorama inglese, la gara «a tre», tra laburisti, conservatori e liberal-democratici, delle elezioni politiche del 2010 e l’esito che ne scaturì, ovvero un governo di coalizione; adesso la rapida ascesa dello UKIP sembrerebbe confermare il fenomeno che molti intravvidero all’indomani di quel voto. Ovvero la fine del «modello Westminster» di una democrazia maggioritaria e il configurarsi di un nuovo assetto multipartitico dai contorni molto più «continentali». Per la politica inglese le ricadute di un eventuale trionfo di un partito antisistema come quello di Farage saranno dunque molteplici, ma in prospettiva storica a colpire di più sarà la fine definitiva del «bipartitismo perfetto»: che come tale, ovviamente, non è mai esistito, ma che per molto tempo gli europei del Continente, e gli italiani soprattutto, hanno guardato con ammirazione, e forse con invidia.