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I risvolti elettorali della "fine del dibattito pubblico"

Luca Tentoni - 23.09.2017
Mark Thompson - La fine del dibattito pubblico

L'uso non sempre ragionevole e accorto dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, il mutamento del linguaggio politico e il clima di campagna elettorale permanente rischiano di produrre effetti sullo stato delle democrazie? Se lo chiede Mark Thompson, nel suo "La fine del dibattito pubblico" (Feltrinelli, 2017). L'autore, che è stato direttore generale della Bbc (ora è al "New York Times") si pone un problema che riguarda le democrazie in generale, ma che in Italia appare particolarmente grave. Le nostre elezioni politiche si avvicinano, ma viviamo ormai da anni (se non dall'inizio della cosiddetta "Seconda Repubblica") in un clima di campagna elettorale senza soluzione di continuità. La mobilitazione generale finisce per ridurre al minimo gli spazi del confronto civile e persino della convivenza fra i sostenitori dei soggetti politici in competizione: "quando l'ideologia è al picco" - ricorda Thompson - "e per tanti partiti e per gli attivisti di tutti i partiti questo significa sempre, incontrare l'avversario a metà strada equivale a un tradimento". Citando il saggio "The Spirit of Compromise" di Amy Gutmann e Dennis Thompson (Princeton University Press, 2012), lo studioso stigmatizza il fatto che le campagne elettorali sono diventate interminabili, invece di essere limitate a periodi precisi prima delle elezioni. In primo luogo, dunque, possiamo individuare una delle cause della trasformazione del linguaggio e del confronto democratico: la necessità, per la competizione, di essere continua e basata su una comunicazione mobilitante. La presenza di Internet e dei social network amplifica il messaggio, ma soprattutto, anche se sembra dare a ciascuno l'impressione di avere a disposizione tutte le informazioni per poter decidere e prendere posizione, in realtà finisce per creare delle "bolle": in quello che Thompson definisce "un immenso laboratorio del linguaggio politico" nel quale Internet e i social hanno trasformato "il complesso dell'umanità online", è diventato "sempre più facile trovare esattamente ciò che vuoi ed evitare ciò che non vuoi". In altre parole, le fonti di informazione si sono moltiplicate, ma la polarizzazione e la mobilitazione hanno finito per indirizzare molti utenti - più o meno consapevolmente - verso i leader, gli altri utenti e tutti coloro (organi di informazione compresi) che rafforzano la convinzione preesistente, spesso al di là di ogni ragionevole evidenza, anche scientifica. La democratizzazione che può essere favorita dai nuovi mezzi di comunicazione sembra invece compressa dal fatto che "per usare la distinzione di Platone, la doxa ha guadagnato terreno a spese dell'episteme, il termine che designa la vera conoscenza e comprensione". Come spiega Thompson, "nel contesto dei media moderni, la doxa offre notevoli vantaggi. Le opinioni, soprattutto quelle ferme, si rivolgono al cuore oltre che alla testa, mentre l'episteme è una faccenda totalmente cerebrale. I social media e la blogosfera hanno creato un mercato illimitato per la doxa, un'arena pubblica in cui la tua capacità di far circolare la tua opinione non è più frenata dalle limitazioni dei vecchi media". Il problema è che mantenere un livello di imparzialità è sempre più difficile, nel dibattito politico, soprattutto perchè spesso convivono diversi "tipi di autorevolezza": degli esperti, dei commentatori (generici) e di persone che non hanno competenza specialistica ma una sorta di credibilità sociale che consente loro di esprimersi su questioni talvolta molto complesse. È facile comprendere che, di fronte ad un confronto che spesso è più giocato sulla dialettica e sull'uso degli strumenti della retorica che su dati fattuali, gli esperti possono finire per avere la peggio: "e se l'autorevolezza della scienza non basta più, allora perchè dovremmo accettare qualsiasi altra branca del sapere specialistico? Perchè dovremmo credere a ciò che ci dicono gli economisti e i sociologi e gli altri esperti? O accettare le decisioni dei tribunali? In fondo, se il sapere non conta nulla e tutto è questione di opinioni, siamo tutti esperti e nessuno può convincerci del contrario". Qui Thompson tocca il punto debole delle democrazie: la loro vulnerabilità a questo cambio non solo di linguaggio, ma anche di gerarchie fattuali. È vero ciò che è creduto, non necessariamente ciò che è. E se, una volta vinte le elezioni, come ricorda l'autore, il leader deve allontanarsi dall'utopia o dalla sua costruzione affascinante per dedicarsi ad aspetti tecnici di governo che lasciano poche alternative (solitamente meno appetibili per l'opinione pubblica rispetto a quelle prospettate) subentrano il disincanto e la crisi di credibilità della politica oppure - aggiungiamo noi - un rilancio mediatico continuo, una sorta di "sogno collettivo" (che talora può trasformarsi in incubo, com'è avvenuto in alcune esperienze del Novecento) nel quale il risveglio può essere tardivo e amaro. Se il cittadino medio finisce talvolta (in buona fede) per essere indotto a guardare tutto attraverso i suoi convincimenti e pregiudizi, il rischio è che sia ascoltata solo la voce della faziosità, che "preferisce ignorare i propri punti deboli o soprassedere, concentrandosi invece su quelli dell'avversario. La faziosità" - spiega Thompson - "può anch'essa far parte di una sistematica ricerca della verità, per esempio nell'ambito di un processo penale nel quale ogni parte può esporre la sua tesi e contestare quella altrui, però è un modo abbastanza diverso di cercare la verità". Il proliferare di "verità alternative" rispetto a quella che non ci piace o che è fatta propria da un soggetto o da una parte avversa alla nostra, è un modo per alimentare contrapposizioni e crearne di nuove, del tutto artificiose e strumentali. La battaglia elettorale continua, del resto, esige - come si accennava - un conflitto permanente e senza tregua. Non ci sono punti o zone d'incontro, solo fronti aperti e nemici. Da noi in Italia il passaggio è stato particolarmente drastico, perchè la cultura politica della Prima Repubblica si è caratterizzata per l’affermarsi del modello che Arend Lijphart ("Le democrazie contemporanee", Il Mulino 2001) definisce "consensuale", mentre dal 1994 in poi la competizione (che ha imposto ben presto agli elettori, anche col sistema elettorale "Mattarellum", di schierarsi da una parte o dall'altra, per uno dei "poli" maggiori) è diventata binaria (e feroce) pur non conseguendo mai pienamente l'obiettivo originario dell'approdo al vero "modello Westminster". Da una situazione nella quale ad essere oggetto di esclusione erano soltanto i "partiti antisistema" (ma non più il Pci già dalla metà degli anni Settanta, mentre il Msi è rimasto ai margini fino a tutti gli anni Ottanta) si è passati ad una situazione nella quale è stata sovente negata la legittimazione democratica dei partiti non coalizzati al proprio. Si sono scavate trincee, esaltato presunte differenze antropologiche, moltiplicate negli anni della grande crisi economica che ha investito con maggior forza l'Italia e altri paesi “deboli”, stravolgendo l'intero panorama democratico internazionale. Per reagire all'impopolarità della politica (o per approfittarne) sono nate le risposte retoriche che Thompson descrive molto bene nel suo libro. La più pericolosa di tutte, a nostro giudizio, è quella che si basa sull'antiretorica di "dire le cose come stanno" che, spiega l'autore, "non dovremmo confondere con il dire realmente la verità. Uno dei vantaggi di questo modo di porsi è che l'ascoltatore, una volta convinto che non stai cercando di fregarlo alla maniera classica dei politici normali, può disattivare le facoltà critiche che di solito applica ai discorsi politici e perdonarti qualsiasi esagerazione, contraddizione o frase offensiva. E se i tuoi rivali appartenenti al sistema o ai media ti criticano, i tuoi sostenitori li snobberanno, ritenendola propaganda". È in questo quadro che il nostro Paese (in una situazione sociale ed economica meno felice di altri) si appresta ad andare alle urne per il rinnovo dei due rami del Parlamento.