Ultimo Aggiornamento:
01 agosto 2020
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Nella mente di un terrorista: un manifesto intellettuale (non ideologico)

Omar Bellicini * - 23.09.2017
Luigi Zoja - Nella mente di un terrorista

Il luogo comune che accompagna la nascita di un libro si fonda ancora su suggestioni romantiche. L’idea fondamentale, per nulla scalfita dall’esperienza dei temi scolastici, è che la scrittura non richieda sforzo; che sia, in fin dei conti, una mera questione di predisposizione, e che gli argomenti e lo stile siano il culmine di un processo oscuro, più simile alle illuminazioni delfiche che a un lavoro vero e proprio. È falso: la letteratura è un progetto che esige disciplina. La letteratura è un percorso. Ma non pensi il lettore di queste righe che lo si voglia condurre oltre il dovuto, in quelle cucine che è giusto riservare a chi, per mestiere, macina parole e sbollenta concetti. Il tema che si vuole introdurre, qui, è precisamente quello dell’impegno, ma non nell’accezione lacrimosa della fatica provata dall’autore, quanto in quella, ben più rilevante, dell’orizzonte che deve avere ogni fatica intellettuale: l’azione. Perché dedizione e rigore non sono attitudini oziose. Servono un fine, che, nell’universo di carta dei prodotti dell’ingegno, corrisponde a un’idea di realtà. Scrivendo “Nella mente di un terrorista” - dialogo sui motivi profondi che spingono ad aderire alla lotta jihadista - lo psicoanalista Luigi Zoja e io questa responsabilità l’abbiamo avvertita. Forse, non in forma propriamente consapevole; piuttosto come un rumore di fondo, che faceva da contrappunto alle nostre conversazioni. La possibilità, o per meglio dire la speranza, che l’opera potesse rappresentare un contributo serio, per quanto parziale e insufficiente, al miglioramento dell’attuale livello di comprensione del fenomeno terroristico costituiva un invito da non declinare. Del resto, soprattutto sul terreno della saggistica, o il testo esprime l’ambizione di modificare, magari di un grado, la traiettoria della società o viene meno, sin dall’origine, alla propria funzione. E non la si consideri opera di presunzione, ma di fredda ragione: perché la volontà di “farsi sentire”, dunque di incidere, è il presupposto di ogni attività strettamente intellettuale. Ogni contenuto di questo tipo lascia intravedere, sotto l’abito della cultura, una vocazione sociale, che ne è il presupposto. Non pretendo, naturalmente, che questa concezione del lavoro intellettuale abbia un che di originale:non è una novità, semmai un recupero. Ma l’obiettivo di mettere a frutto gli insegnamenti della psicoanalisi junghiana per indagare il fanatismo, al di là delle sue manifestazioni epidermiche, rispondeva per l’appunto a questa esigenza, individuale e politica, di favorire un cambio di prospettiva. Abbiamo cercato di farlo con un discorso composito, che si è servito di stimoli audacie, non di meno, di elementi legati alla tradizione del pensiero. Non è un limite, giacché la memoria collettiva non è diversa da Winzip, il programma che pressa e decomprime i file del computer: non potendo incamerare tutto, sintetizza i concetti in slogan, che permettono di fissare il nucleo centrale delle idee; ma, allo stesso tempo, comprimono - e quindi distorcono - i significati d’origine. Insomma, anche le acquisizioni più importanti, con gli anni, vengono ridotte qualunquisticamente a etichette. Il ruolo dell'intellettuale, pertanto, non è solo quello di introdurre al nuovo o di annunciare il futuro, ma anche quello di “decomprimere” periodicamente le vecchie nozioni, sottoponendole a esame critico e a confronto con il contesto un cui si inserisce la riflessione presente. È un compito di particolare importanza, vista l’abbondanza di malintesi e riferimenti fallaci, dovuta all’odierna bulimia informativa. Ma è necessaria una cautela: occorre abbandonare ogni eccesso di sicurezza e ogni cedimento all’utopia. Sono inclinazioni che hanno danneggiato, in passato, la stessa psicoanalisi (ne parliamo nel libro). Il tramonto delle ideologie novecentesche offre, da questo punto di vista, un’opportunità da non perdere a chiunque voglia porre le sue intuizioni al servizio del vivere civile. È finalmente possibile trovare una terza via, che si insinui tra il pragmatismo nichilista dell’era dei consumi e il radicalismo concettuale del “mondo di ieri”. È plausibile dare il via a “un’utopia per realisti”, per usare le parole dell’olandese Rutger Bregman, autore di un saggio sulla questione che si può definire illuminante. In definitiva, la missione dell’intellettuale, oggi, è quella di opporsi alla barbarie senza rimanere vittima di se stesso e delle proprie adesioni; rinunciando a uniformare la realtà ai modelli dettati dall’ambiente o suggeriti dai flussi sotterranei dell’inconscio. Stimolando il dubbio, amico dei “chierici”. Perché non esiste un paradiso per tutte le anime, e l’unica opzione per trarre qualcosa di utile dal “legno storto dell’uomo” non è predisporre risposte, ma porre domande. Specialmente, laddove imperano le false certezze. Non so che con “Nella mente di un terrorista” ci siamo riusciti. Di certo, ci abbiamo provato.

 

 

 

 

* Omar Bellicini, redattore italo-algerino, è esperto di comunicazione per l’Arma dei Carabinieri. Vive tra Italia e Nordafrica. Si è formato giornalisticamente nella redazione del sito all-news Tgcom24 ed è coautore del saggio Einaudi “Nella mente di un terrorista”.