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Hollande al capolinea? Nulla è come sembra …

Michele Marchi - 16.02.2016
Jean-Michel Baylet

Il “rimpasto” era atteso dallo scorso dicembre (dopo le regionali) e finalmente è giunto. François Hollande ha rivisto la compagine del governo Valls e con questa, presumibilmente, affronterà i suoi prossimi quindici mesi di mandato presidenziale. Presentando l’operazione in televisione e facendo il punto sulle prospettive future, l’inquilino dell’Eliseo ha affermato che il nuovo governo dovrà “agire, riformare e avanzare”. Non altrettanto ottimismo è emerso dai commenti a caldo. L’immagine più diffusa è stata quella di un Hollande che avrebbe operato più come capo della maggioranza che come presidente in carica, più come segretario di partito che come leader nazionale di un Paese ancora traumatizzato dal terribile 2015. In definitiva la sua sarebbe stata l’ennesima iniziativa tenendo conto dell’orizzonte 2017, cioè della sua possibile rielezione, piuttosto che del bene del Paese. Si tratta di una critica corretta?

Bisogna prima di tutto ricordare che il nuovo governo Valls, da un punto di vista tecnico, nuovo non è. Infatti il Primo ministro non si è dimesso e dunque la nuova compagine non dovrà ottenere un voto all’Assemblea nazionale. Tuttavia il rimpasto è stato abbastanza significativo, sia in termini numerici, sia per il suo significato politico. E proprio questo secondo punto è quello più interessante.

L’attuale governo è composto da 38 membri (18 ministri e 20 secrétaires d’Etat). Solo otto degli attuali membri della compagine risalgono al primo governo del maggio 2012 e solo tre di questi non hanno mai cambiato dicastero (si tratta di Le Foll all’agricoltura, Touraine alla sanità e Le Drian alla difesa). Il cambio attuale ha riguardato quattro ministri e in più sono stati aggiunti sei nuovi sottosegretari.

Senza dubbio il movimento di maggiore peso è quello che ha coinvolto il ministero degli Affari esteri. Da tempo si sapeva che il Quai d’Orsay avrebbe cambiato inquilino e sul dopo Fabius (prossimo presidente del Conseil constitutionnel) si erano affacciate non poche speculazioni (la più avversata tra i pretoriani del presidente era quella di Ségolène Royal). Alla fine Hollande ha scelto il suo ex Primo ministro Jean-Marc Ayrault, con un duplice obiettivo. Da un lato portarsi nel governo un potenziale oppositore. Ayrault è sempre stato presentato come un fedele del presidente, ma bisogna ricordare che la sostituzione a Matignon era stata piuttosto brutale e progressivamente lo stesso Ayrault è sembrato potersi avvicinare all’ala degli scontenti e dei potenziali dissidenti interni al PS (con Martine Aubry a guidarli). D’altra parte la scelta di Ayrault è un vero e proprio gesto di sfida nei confronti dell’attivismo, sempre più solitario, di Manuel Valls. Tra Matignon e Quai d’Orsay dovrà essere trovato un equilibrio, anche se tutti sanno che fu proprio l’attuale Primo ministro a sollecitare la fine del governo Ayrault, al quale egli partecipava come ministro degli Interni. Insomma l’impressione è che con la scelta di Ayrault diplomazia e, più in generale politica estera ed europea, contino molto meno rispetto agli equilibri interni al PS.

Qualcosa di simile può essere affermato anche guardando al secondo importante cambiamento all’interno del nuovo governo Valls. L’arrivo di un nuovo ministro e due secrétaires d’Etat provenienti dal campo ecologista ha un significato politico evidente. Emmanuelle Cosse, nuovo ministro del settore abitativo, Jean-Vincent Placé, nuovo secrétaire  d’Etat alla riforma dello Stato e alla semplificazione, e Barbara Pompili, nuova secrétaire d’Etat alla biodiversità e alle relazioni internazionali sul clima, non sono “ecologisti qualunque”. La prima è l’attuale leader di EELV (Europe Ecologie les Verts) che, accettando di tornare al governo con Hollande, rompe con l’ex leader ecologista (e suo principale sponsor politico) Cécile Duflot. L’ingresso al governo di Cosse dovrebbe, secondo il presidente, allargare nuovamente la sua maggioranza agli ecologisti e d’altra parte gettare lo scompiglio all’interno di quell’EELV che aveva rinunciato a sostenere il nuovo governo Valls, al momento della sua nascita nell’aprile 2014. In quell’occasione proprio Duflot si dimise dal ministero oggi diretto da Cosse. Per certi aspetti ancora più significative sono le nomine dei due secrétaires. Placé e Pompili sono due ecologisti “dissidenti”. Il primo, dal settembre 2015, ha lasciato EELV per fondare un micro-partito verde (centrista) e filo-governativo.  La sua attuale nomina appare una sorta di “premio fedeltà” giunto dall’Eliseo. La stessa Pompili è sempre stata una anti-Duflot e nel 2014 non era d’accordo quando quest’ultima optò per il ritiro della delegazione verde dal governo e l’opposizione parlamentare al successivo governo Valls.

Infine ugualmente significativo è l’arrivo al governo come ministro del territorio, della ruralità e delle collettività territoriali dello storico leader del piccolo, ma significativo, partito dei radicali di sinistra. Jean-Michel Baylet è un notabile radicale di lungo corso, con un’ottima esperienza di governo che però risale ad oltre un ventennio fa, dal momento che egli servì per tre volte con Mitterrand presidente (nei governi Fabius e Rocard). Perché la sua nomina è importante? Essenzialmente perché i radicali di sinistra sono stati, in questi anni, gli unici alleati fedelissimi di Hollande. Nel governo Valls era presente un ministro, Sylvia Pinel, ora dimessasi perché divenuta, dopo le regionali, vice-presidente in Languedoc-Roussillon-Midi-Pyrénées. Accontentare i radicali di sinistra è diventato fondamentale per evitare malumori ed eventuali candidature presidenziali dello stesso Baylet, il quale può anche contare sull’arma del controllo del gruppo editoriale della Dépêche Midi. Il quadro delle novità si completa poi con altre cinque nomine di secrétaires, tutti di area Ps, la più rilevante delle quali è quella della ex consigliere culturale dell’Eliseo Audrey Azoulay al ministero della cultura e comunicazione.

È piuttosto evidente che quelle di Hollande sono state scelte tattiche e finalizzate al tentativo di gestire i complessi equilibri politici della gauche in vista del voto presidenziale. Garantirsi un alleato importante all’interno del Ps e mettere in difficoltà Valls, lanciare un missile nel malandato edificio ecologista e tenersi stretti i radicali di sinistra sono state le priorità di Hollande. Peraltro ribadite nell’intervento televisivo dello scorso 11 febbraio, nel corso del quale egli ha da una parte confermato il suo volto “bonario” e “conciliante”, promettendo un referendum locale sul contestato aeroporto di Notre-Dame-des-Landes (avversato da Cosse e sostenuto da Ayrault) e nuovi sgravi per gli agricoltori protestatari. Ma dall’altro egli ha ribadito che nulla cambierà su economia e sicurezza da qui al termine del mandato. Dunque conferme per l’approccio social-liberale e la coppia Macron-Sapin (Economia e Finanze) e per quello “legge e ordine” e il terzetto Le Drian-Cazeneuve-Urvoas (rispettivamente difesa, interni e giustizia, con l’ultimo al posto della contestata e dimissionaria Taubira). Il tutto diretto da un Valls sempre più mal tollerato all’Eliseo, ma mantenuto alla guida dell’esecutivo perché non possa prendere le distanze dal fragile bilancio di Hollande e diventare una possibile alternativa per 2017.

Che di rimpasto tutto e solo politico si sia trattato è evidente. Ma ci si può porre un’altra domanda: con un bilancio così deficitario, un livello di sfiducia così costante e un profilo come quello di Hollande, ci si poteva attendere altro? In fondo Hollande sta facendo ciò che ha sempre saputo fare meglio (nel periodo 1997-2008), cioè il capo partito. La sua grande scommessa (ma meglio sarebbe dire il grande azzardo dei francesi), è stata quella di pensare che colui che aveva governato il PS avrebbe anche saputo guidare il Paese. Oggi che l’obiettivo è quello di conquistare il secondo posto utile per andare al ballottaggio presidenziale (considerando il primo già assegnato a Marine Le Pen), un tattico come Hollande può avere importanti frecce al suo arco. Limitare al minimo le candidature a sinistra resta imprescindibile per avere qualche speranza di passare al secondo turno. Questo rimpasto risponde perfettamente a tale logica. Il presidente Hollande è, da tempo, un dead man walking. Il candidato Hollande per il 2017 (anche se ufficialmente non ha ancora sciolto la riserva sulla sua decisione) è, da tempo, al lavoro. E non appare così spacciato come molti sembrano giudicarlo.