Ultimo Aggiornamento:
17 luglio 2019
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Grandi manovre e piccole tattiche

Paolo Pombeni - 28.03.2018
Roberto Fico

Dunque eccoci alla prova del budino: le elezioni hanno messo in luce che ci sono vincitori e vinti  e adesso ai vincitori tocca mostrare che sono capaci di mettere a reddito i consensi che hanno ricevuto nelle urne. Impresa non facile perché per farlo i vincitori della gara elettorale avrebbero bisogno di qualcosa che dalla conta delle schede non è uscito, cioè una maggioranza di governo attribuita ad una delle forze che l’avevano chiesta ai cittadini accorsi a compilare le schede.

E’ dunque venuta l’ora della fantasia politica indispensabile per uscire dall’impasse in cui il sistema è stato cacciato da una legge elettorale mal congeniata e peggio gestita. L’operazione è tutt’altro che facile perché è condizionata da una campagna combattuta a suon di slogan e di scomuniche reciproche. Chi pensava che tanto quelle erano parole al vento, sarà costretto a ricredersi, non perché riteniamo che i partiti ci credessero davvero, ma perché chi li ha votati farà poi fatica ad accettare che invece della nuova politica della trasparenza continui la vecchia dell’accomodamento alle circostanze.

Eppure le due tendenze hanno convissuto, almeno nelle dinamiche che hanno portato all’elezione dei presidenti di Camera e Senato. Qui i Cinque Stelle hanno voluto a tutti costi piantare la bandierina del “non si votano i condannati” eliminando la candidatura per la presidenza del senato dell’on. Romani per un suo piccolo infortunio giudiziario (una figlia minorenne che aveva abusato di un suo cellulare di servizio con danno patrimoniale al Comune peraltro subito sanato dal padre). Ottenuto quel successo di principio (si fa per dire) non hanno avuto problemi a votare per una candidata che certo non presentava un profilo radicalmente diverso da quello di Romani. La Lega a sua volta ha fatto il colpo tattico di umiliare Berlusconi, non solo rifiutandosi di sostenere la candidatura Romani, ma accettando senza traumi il rifiuto di Di Maio di incontrarsi con Berlusconi, senza peraltro essere in grado di portare a casa se non il modesto risultato di costringere M5S ad abbandonare la candidatura di Fraccaro per la presidenza della Camera per accettare quella di Fico. Un altro episodio di ripicche il cui spessore politico sfugge.

Nella diatriba il PD è semplicemente scomparso, incapace di imporre una presenza: benissimo lo stare all’opposizione, ma si dica in nome di quale prospettiva e si proponga comunque la propria ricetta sfidando gli avversari a misurarsi con essa. Sembra invece che tutto stia nello scontro fra renziani e resto del PD, cioè una faccenda che appassiona solo coloro che ne sono direttamente toccati, mentre il paese semplicemente ignora quel partito e i suoi balbettamenti su come richiamare in vita forme di partecipazione che si sono lasciate estinguere.

Adesso il tema diventerà la formazione del futuro governo e qui ci saranno davvero grandi manovre perché bisognerà trovare una maggioranza o si andrà inevitabilmente al governo di tregua, cioè ad un esecutivo incolore di ordinaria amministrazione, che però rischia di cancellare nei cittadini quella voglia di ribaltare il tavolo che ha fatto la fortuna dei Cinque Stelle e dei Leghisti. Peraltro questo non ridarà smalto ai partiti sconfitti che di strategie di rinascita per il momento non ne mettono in campo.

Come si può però trovare una maggioranza quando le formule per crearla presentano tutte delle pesanti controindicazioni? M5S più Lega significa una compagine in cui non si saprebbe chi comanda e alla Lega chiederebbe di rompere con Berlusconi, una mossa suicida nel momento in cui quel governo anomalo andrà a gambe all’aria. Un’operazione spregiudicata con cui il centrodestra si compri quella cinquantina di voti che gli mancano è impossibile per una semplice ragione: in anticipo non si trovano 50 onorevoli che si sacrificano al pubblico ludibrio, e per farli confluire nel segreto dell’urna sarebbe necessario che Mattarella desse un incarico al buio a Salvini: difficile, perché se poi la fiducia delle Camere non arrivasse significherebbe avere comunque quel governo in carica per l’ordinaria amministrazione e sarebbe un governo, per dirla in forma gentile, squalificato.

All’ipotesi di un soccorso del PD ai Cinque Stelle per un appoggio esterno si stenta a prestare fede. Va bene che quel partito sia sfasciato, ma sarebbe il naufragio definitivo, con nuove scissioni e senza poter contare neppure sulla gratitudine di Di Maio e compagni che sono di quelli che prendono, ma si guardano bene dal dire grazie. Senza contare che una soluzione del genere gonfierebbe le vele della Lega, che infatti lascia capire di non essere spaventata dall’eventualità.

Cosa resta allora?  Quasi nulla per il momento. Nei giorni a venire si sprecheranno le grandi manovre, opportunamente sostenute dalle varie tifoserie che stanno nei giornali e nei talk show, ma si tratterà più che altro di folklore. Il Presidente della Repubblica è davvero in una posizione più che difficile, perché su di lui ricade la responsabilità di non lasciare un paese preda dei tatticismi politici mentre incombono scadenze importanti e tensioni di notevole portata (basti pensare a quelle con la Russia di Putin): una responsabilità che però è sprovvista di qualsiasi mezzo per dare un colpo di timone e raddrizzare la barca. Anzi coloro che hanno provato a forzare in questa direzione (da ultimo Napolitano) non hanno guadagnato certo la sempiterna gratitudine del paese.