Ultimo Aggiornamento:
07 dicembre 2019
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Trent'anni fa l'assassinio di Roberto Ruffilli: ciò che non abbiamo imparato da lui

Raffaella Gherardi * - 27.03.2018
Assassinio Ruffilli

Trent'anni fa, il 16 aprile 1988, le Brigate rosse assassinavano Roberto Ruffilli, Professore nella facoltà di Scienze politiche di Bologna, allora Senatore della Democrazia Cristiana e membro della Commissione Bozzi per le riforme istituzionali. Il comunicato che venne fatto successivamente ritrovare, in cui veniva rivendicata la sua uccisione, si apriva con affermazioni che ancora oggi danno i brividi nella loro spietata lucidità: vi si affermava infatti di aver  "giustiziato"  Roberto Ruffilli quale "uno dei migliori quadri politici della DC, l'uomo chiave del rinnovamento" e di un progetto che aspirava ad aprire una nuova fase costituente e la riformulazione delle regole del gioco, nell'ambito di un processo di razionalizzazione dei poteri dello Stato. Inoltre, l'accusa delle accuse da parte  dei suoi assassini, era quella secondo la quale Ruffilli aveva saputo "concretamente ricucire", intorno a questo progetto, "tutto l'arco delle forze politiche", comprese le "opposizioni istituzionali". Ecco disegnato il profilo di chi le Brigate rosse avevano individuato come nemico da colpire a morte: Ruffilli come uomo delle riforme e del rinnovamento, capace di chiamare a raccolta, senza pregiudiziali di sorta, forze politiche diverse sul tema di un confronto aperto e a tutto campo, nel segno dei nuovi compiti spettanti allo Stato. Storico delle istituzioni, studioso delle trasformazioni dello Stato contemporaneo e dei problemi che caratterizzano particolarmente la storia del nostro paese, (nell'itinerario che conduce dall'Italia liberale all'Italia repubblicana fino alle più urgenti questioni del presente), non c'è soluzione di continuità nella figura di Ruffilli fra l'approfondimento dell'analisi storica  e il suo impegno per una politica che deve mostrarsi in grado di fare i conti con i problemi del presente, primo fra tutti la vischiosità del sistema politico italiano, nella sua incapacità di dar corpo a un modello di democrazia compiuta, indirizzato a lasciarsi alle spalle lacci e lacciuoli di comode rendite di posizione e di paralizzanti veti incrociati da parte  di partiti e forze politiche. E che la personalità di Ruffilli fosse strutturalmente idonea a costruire un dialogo fra i differenti soggetti in causa, fu un elemento che figure di rilevo della politica e della cultura quali Leopoldo Elia e Beniamino Andreatta misero immediatamente in luce quando, a poco più di un mese dal suo assassinio, venne presentato a Roma l'ultimo suo volume, (scritto da Ruffilli insieme con Piero Alberto Capotosti ed edito pochi giorni dopo la sua morte): Il cittadino come arbitro. Entrambi, Andreatta ed Elia, sottolinearono infatti la tolleranza, quale carattere precipuo di Roberto e giustamente rilevarono come non si trattasse solo, nel suo caso, di un tratto, pur importante, di cortesia formale o  di galateo nei rapporti politici. La tolleranza, nel suo caso, era assai più di questo; si trattava di una componente strutturale del suo modo d'essere e della sua cultura, convinto come era che fosse necessario sempre e comunque il confronto con portatori di progetti anche diversi; l'obiettivo non era certo la ricerca di una mediazione al ribasso e a tutti i costi, ma la piena consapevolezza che per produrre mutamenti è necessario il concorso di tutti, nella ricerca di un possibile approdo comune, dopo aver approfondito senza infingimenti e con cognizione di causa i contrasti esistenti.

Nei giorni drammatici che seguirono il suo assassinio, furono in tanti a parlare di Ruffilli come "uomo del dialogo", nell'obiettivo di costruire anche in Italia una "democrazia compiuta" o una "democrazia matura", rilevando anche la necessità di rilanciare, nel segno di una memoria condivisa, la sua speranza progettuale.

 

A trent'anni dalla sua morte, dopo essere passati attraverso l'esperienza di molteplici Commissioni per le riforme istituzionali e delle sorti non esaltanti cui sono andate incontro, (spesso sul terreno di faziosità di vario tipo delle diverse parti in causa), sembra proprio di dover tristemente concludere che  non siamo stati in grado di compiere passi in avanti in quella direzione e far tesoro della eredità scientifico-politico-morale di Roberto Ruffilli. Pure basterebbe leggere con attenzione molte pagine de Il cittadino come arbitro,  l'ultima opera che ci ha lasciato, per renderci conto di come tante considerazioni e riflessioni che vi si ritrovano siano di disarmante attualità per il nostro paese che non ha saputo invece conservare questa memoria e trarne una lezione. Varrebbe la pena innanzitutto chiedersi, sulla scorta degli interrogativi posti da Ruffilli, cosa significhi essere cittadino oggi. Certo la sua analisi a proposito del cittadino responsabile che egli vorrebbe chiamare a giocare la funzione di arbitro del sistema, si pone al di qua della rivoluzione tecnologica che abbiamo vissuto negli ultimi trent'anni. Quel che è certo però è che egli non avrebbe mai scambiato un "clic" sul computer o un "mi piace" o meno di qualsiasi specie, come reale potere di decisione da parte dei cittadini, né tanto meno la valanga di messaggi tweet da parte dei vertici della politica come ristabilimento di un circuito virtuoso di comunicazione e possibile interazione tra governanti e governati.

 

 

 

 


* Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche – Università di Bologna