Ultimo Aggiornamento:
15 giugno 2019
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Giappone: la nuova vittoria per Abe

Daniela De Palma * - 03.01.2015
Shinzo Abe

Da mesi si rincorrevano notizie positive (fine della deflazione, calo della disoccupazione ecc.),  poi  smentite da notizie negative (frenata dei consumi dovuta all’aumento il primo aprile dell’imposta dal 5% all'8%, calo dello 0,4% del PIL nel terzo trimestre 2014, seconda contrazione di fila, con conseguente crollo  della  Borsa e dello yen, ai minimi degli ultimi sette anni nei confronti del dollaro, con il ritorno nella recessione).  Abe era solo a metà del suo mandato quadriennale quando ha deciso di sciogliere la Camera Bassa il 21 novembre, a due anni dalla vittoria e dal ritorno al potere del PLD dopo tre primi ministri in tre anni del Partito Democratico, e dopo un anno dall’ottenimento di una maggioranza stabile alla Camera Alta. 

Il voto è stato interpretato da molti come un referendum sulle politiche economiche di Abe, soprannominate "Abenomics": le tre frecce della leva monetaria, della politica di stimolo fiscale e dei progetti di riforme strutturali. Abe ha focalizzato tutta la campagna elettorale sull’economia, promettendo di aumentare occupazione e salari, e cercando una legittimazione popolare per [la sua  politica, che sostiene aumenterà il potenziale di crescita a lungo termine del Giappone, come] la decisione di rinviare da ottobre 2015 ad aprile 2017 la seconda fase dell’aumento dell’imposta sui consumi, dall’8 al 10%.   Nelle elezioni del 14 dicembre Abe ha ottenuto una vittoria clamorosa: la coalizione Partito Liberaldemocratico-Nuovo Kōmeitō ha conquistato 290 seggi, 5 in meno di quelli che aveva, ma il Nuovo Kōmeitō ne ha guadagnati quattro (da 31 a 35).

Il totale supera di gran lunga i due terzi dei 475 seggi della Camera, permettendo al blocco dominante di ignorare le decisioni della Camera Alta, [ponendo mano alle leggi respinte da questa], di presiedere ogni comitato permanente e, soprattutto, di avere la maggioranza necessaria per le modifiche costituzionali. Abe avrà ora pochi rivali interni disposti a sfidarlo nelle elezioni presidenziali del PLD il prossimo autunno, e probabilmente potrà estendere la sua leadership per un altro triennio ed eventualmente la sua posizione di primo ministro, diventando così il primo ministro più longevo in decenni. La prossima sfida sarà l’elezione per la Camera Alta nell’estate del 2016.

Ma tale affermazione elettorale è stata viziata da un’affluenza più bassa che mai, il 52,66 per cento, in calo dal precedente minimo del dopoguerra di 59,3 alle elezioni del 2012. Gli elettori sono stati guidati nel voto dalla mancanza di scelta piuttosto che dall’entusiasmo per Abe e il PLD:  i partiti di opposizione non sono riusciti a offrire agli elettori una scelta praticabile. Sebbene il Partito Democratico abbia aumentato i suoi seggi da 62 a 73, il suo Presidente Kaieda Banri ha perso il suo seggio in maniera umiliante e si è dimesso subito dalla sua carica, e anche l’ex primo ministro Kan Naoto ha preso una bella batosta. Del resto, la decisione di Abe di sciogliere la Camera Bassa ha preso in contropiede l’opposizione, soprattutto il PD, che si stava ancora riprendendo dalla sconfitta due anni fa, e che non ha potuto mettere in campo un numero sufficiente di candidati. Il secondo partito di opposizione, Ishin no tō (Partito dell’innovazione), ha perso un seggio. Il Jisedai no tō (Partito per le generazioni future), di estrema destra, e il più aggressivo nella promozione dell’energia nucleare, è crollato da 20 a 2 seggi, e persino l’ex governatore di Tōkyō, Ishihara Shintarō, suo consulente supremo, ha perso il suo seggio. L’unico partito che ha fatto un consistente passo avanti è stato il Partito Comunista, che è passato da 8 a 21 seggi, riflettendo la frustrazione degli elettori nei confronti degli altri partiti d’opposizione.

Gli Stati Uniti hanno accolto con favore la rielezione di Abe, salutando la sua "forte leadership" in una vasta gamma di questioni regionali e globali. La Cina, invece, ha definito una “magia” la vittoria di Abe nonostante il fallimento del suo tentativo di rilanciare l’economia e di affrontare le urgenti sfide sociali, è molto infastidita dalla lunga durata di un governo che ha come obiettivo rivedere la Costituzione pacifista (e ora ha la possibilità di farlo), sostiene la linea dura nelle sue politiche di sicurezza e ha in programma, per la prossima estate, la celebrazione del 70° anniversario della fine della guerra (le relazioni sino-giapponesi, già deteriorate dalla disputa territoriale sulle Isole Senkaku, hanno raggiunto il punto più basso dopo che Abe ha preso il potere alla fine del 2012 e l’anno seguente ha visitato il Santuario Yasukuni, simbolo del militarismo giapponese). A Seul, invece, è stata espressa la speranza che la vittoria di Abe nelle elezioni generali si traduca in un miglioramento dei rapporti.

Dopo aver ottenuto la seconda vittoria elettorale schiacciante, Abe ritiene che il risultato sia stato un voto di fiducia nella sua amministrazione. Il primo ministro ha affermato che, oltre a continuare le sue politiche economiche, cercherà di mettere in atto una serie di leggi per attuare le decisioni già prese del Governo sulla autodifesa collettiva, ha indicato la sua volontà di modificare la Costituzione durante il suo mandato e sembra pronto a rilanciare il riavvio dei reattori nucleari, anche se i sondaggi mostrano che la maggior parte della popolazione è contraria. Il piano energetico recentemente approvato prevede infatti un pieno ripristino di tutti i reattori nucleari considerati idonei secondo le più severe norme di sicurezza adottate dopo la crisi di Fukushima del 2011, e l’ultimazione di quelli in costruzione.

 

 

 

 

* Ricercatrice, docente di Storia del Giappone Contemporaneo, Università di Roma “La Sapienza”