Ultimo Aggiornamento:
24 luglio 2021
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Gestire le riforme

Paolo Pombeni - 04.09.2014
Maria Elena Boschi

Prendersela con Renzi per via degli annunci è un giochetto ipocrita: la politica moderna è tutta fondata sugli annunci e sulle promesse, a cui in genere si dà il più pomposo nome di “programmi”. E’ da fine Ottocento che si ritiene che le battaglie elettorali si combattano alla luce dei “programmi” (in origine si usava il termine inglese platform) con l’implicito corollario che poi, la volta successiva, in base alla realizzazione o meno di quei programmi si sarebbe rinnovata o negata la fiducia che si era data in precedenza.

Ovviamente questo è molto teorico, perché poi 1) i programmi sono spesso “narrazioni” e dunque si può fingere di aver realizzato anche ciò che non si è fatto; 2) ci sono ragioni più o meno vere a cui si può appellarsi come cause di forza maggiore per spiegare il fallimento dei progetti (l’opposizione degli avversari, le condizioni economiche mutate, gli equilibri internazionali, ecc. ecc.).

Detto questo, che è quanto si può imparare in un qualsiasi buon manuale di storia politica, va però detto che uno strumento per misurare, almeno parzialmente, la serietà dei progetti politici esiste, ed è il combinato delle spiegazioni che si danno ai fallimenti precedenti e la predisposizione di strumenti di gestione seria e duratura delle iniziative che si propongono.

L’attuale debolezza del governo Renzi è nell’evitare di tenere conto di questa combinazione. Da un lato infatti molti settori in cui giustamente si è deciso di intervenire sono da tempo oggetto di “progetti” di riforma. Non si può imputare il loro fallimento semplicemente alla mancanza di norme adeguate o alle mene di qualche cattivo settore della vita pubblica: temiamo ci siano cause strutturali che vanno individuate, denunciate e rimosse. Dal lato opposto tutto sembra puntare semplicemente al varo di norme, al solito piuttosto faraoniche, senza chiedersi se saranno applicabili con facilità, se ci sono gli strumenti per controllarne lo sviluppo, se si sono approntate le forze per monitorarne e sostenerne lo sviluppo.

Facciamo qualche semplice esempio. Adesso ci si dice che nella carriera degli insegnanti si deve valutare il merito e non l’anzianità. In questo paese sarebbe una rivoluzione, perché toglierebbe quell’ipocrisia di rinviare tutto a presunti “criteri oggettivi di valutazione”, cioè a ciò che ha fatto la fortuna di un sindacalismo bolso e straccione. Se uno legge le anticipazioni, qualche sospetto ce l’ha, perché vede che alla fine il merito si misurerà sulla disponibilità a fare, più che, per esempio, sul livello di competenza professionale. Così non solo si premieranno più i faccendieri che non gli educatori, ma si finirà nella spirale perversa della valutazione affidata a quelle stesse istanze scolastiche che sono attualmente in servizio e che è difficile immaginare che si convertiranno a fare un lavoro selettivo che sin qui non hanno saputo o voluto fare. Naturalmente ci sono le eccezioni, non bisogna fare di ogni erba un fascio, ma è arduo sostenere che siano queste quote di buoni insegnanti a dettare il clima generale della scuola.

Altrettanto va detto sulla riforma del mercato del lavoro. Il grande problema qui è rimettere in piedi un sistema di “collocazione” dei lavoratori, un efficiente sistema di incontro fra domanda ed offerta. In secondo luogo bisognerebbe uscire dalle semplificazioni per cui c’è una categoria più bisognosa di altre. Ormai abbiamo i ragazzi fino ai 29 anni che soffrono di una disoccupazione cronica, ma anche moltissimi fra i 30 e i 40 che sono impelagati nelle più varie forme di precariato, spesso già perdute e comunque a rischio di venir estromessi dalle possibilità di sostegno all’impiego che valgono solo per i più giovani, che diventano così più appetibili. Poi ci sono gli over 50 vittime delle ristrutturazioni e delle chiusure per i quali il reinserimento è problematico e che hanno anche carichi familiari di cui andrebbe tenuto conto.

Dunque anche qui non basteranno articoli di legge, che pure hanno la loro importanza. Se non si interviene sul sistema dei centri per l’impiego, strutture abbastanza inutili al momento, non c’è da aspettarsi molto. Sia consentito dire che il successo del modello tedesco, oggi tornato in auge, non deriva solo dai “mini-job”, ma anche in misura significativa da un efficiente sistema per il collocamento.

Gli esempi possono moltiplicarsi e sempre emerge la necessità per il governo di recuperare la collaborazione delle forze sane dei vari settori e di trovare il modo di metterne in campo di nuove. Il rischio che si corre, se si eviterà di misurarsi con questi fattori, è che si cada nell’eterno clientelismo della politica, perché i meccanismi delle nostre, in genere astruse, predisposizioni legislative finiranno poi in gestione  alle varie forze rappresentate sul territorio ( non ci si scordi quanto nei vari passaggi parlamentari i supporter delle varie corporazioni e corporazioncine saranno capaci di infilare nei testi legislativi).

In un panorama come quello attuale, con la crisi evidente delle capacità di regolazione sociale dei tradizionali canali di partito, con la spinta al lobbismo concorrenziale fra la miriade di sigle delle rappresentanze di interessi, con le inquietudini che percorrono le tradizionali reti di solidarietà dei tessuti sociali, una alluvione di “riforme sulla carta” prive di sostanziali meccanismi di gestione non rappresenterebbe, purtroppo, un guadagno per il paese.