Ultimo Aggiornamento:
23 marzo 2019
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Forse nel governo si arriverà al dunque

Paolo Pombeni - 12.12.2018
Salvini e Di Maio

Se la rottura dell’alleanza di governo fra Lega e Cinque Stelle rimane molto problematica non lo è meno la convivenza. Perché ce la si può anche cavare per un po’ con rinvii, gioco delle parti, fumoserie retoriche, ma poi viene il momento che qualcuno o qualcosa presenta il conto.

La costrizione a rivedere una manovra economica che tutte le persone un minimo informate sapevano essere insostenibile può solo fino ad un certo punto essere nascosta nelle nebbie delle acrobazie sui numeri e sulle scadenze: anche se forse la massa dei cittadini può non avere compreso del tutto che facendo scivolare in avanti il reddito di cittadinanza o rendendo problematica l’adesione immediata alla famosa quota 100 per i pensionamenti se ne depotenziano gli impatti sul bilancio dello stato, rimane che l’avvicinarsi della scadenza delle elezioni europee costringe i due azionisti del governo a chiarire le loro posizioni.

Salvini sembra avere già fatto una scelta abbastanza precisa: continuare sul terreno propagandistico mescolando l’agitazione dei consueti argomenti contro il pericolo dell’immigrazione irregolare, contro i burocrati europei e a favore di un certo tradizionalismo e contemporaneamente offrirsi come un riferimento indispensabile per frenare le pulsioni avventuriste sull’economia intesa in senso ampio (dalle grandi opere alle tasse insensate sulle auto non elettriche). Se il primo versante continua a renderlo poco accettabile per una quota non irrilevante di italiani, il secondo gli procura un sostegno aggiuntivo al consenso che gli deriva dal cavalcare le paure della gente, perché gli fa guadagnare ascolto da quote della classe dirigente che sono costrette a vedere in lui l’unico in grado di mettere un freno alle proposte più distruttive per un’economia che non solo non se la passa benissimo, ma che vede all’orizzonte rischi di peggioramento.

Di Maio è disarmato perché non dispone di un mix parallelo da contrapporre. Nelle proposte del movimento non c’è nulla che possa guadagnare una platea realmente vasta: dal reddito di cittadinanza all’opposizione alle grandi opere, dal taglio delle mitizzate pensioni d’oro alle tasse pseudo ecologiche sulle vendite di automobili non elettriche, si tratta di misure che colpiscono più che altro la fantasia di un pubblico radicalizzato sull’utopismo mentre molti cominciano a fare i conti con una realtà che non si lascia domare a colpi di inventiva. Per contrastare Salvini dovrebbe poter far leva sul rigetto che provocano le intemerate populiste della propaganda leghista offrendo lui la congiunzione fra una prospettiva diciamo così più “umana” nel considerare il presente (tipo quello che si è ritagliato Fico) e la messa a disposizione del paese di un ceto dirigente di competenti che attirino consenso e considerazione. Ora, lasciando per un momento perdere se la prima componente del mix sia veramente presente fra i Cinque Stelle, la seconda manca totalmente: anche con la più benevola attenzione è difficile indicare un esponente pentastellato al governo che si sia segnalato per competenza e attrattività. Anzi, si sarà notato che l’esposizione mediatica dei loro leader, famelicamente richiesta dai talk show, ha contribuito più che altro a sminuirne la statura se non in più di un caso a trasformarli in macchiette per la satira di ogni tipo.

È nell’incancrenirsi di questa situazione che si sta collocando la crescente crisi fra i due azionisti del governo. Salvini cresce e Di Maio è in difficoltà. Il primo non può certo lasciarsi sfuggire l’opportunità di sfruttare l’occasione favorevole e dunque presumibilmente accentuerà la cura verso ciò che può confermare il suo realismo e la sua capacità di affrontare con consapevolezza i problemi aperti sul fronte economico. Il secondo deve cercare di risalire la china, ma non può farlo che a prezzo di accentuare i caratteri “identitari” del suo movimento negando che quel che fa Salvini sia la via accettabile per gestire il governo. Ciò lo porta ad una politica sempre più erratica, anche perché dovendo misurarsi con queste coordinate difficilmente può mettere sotto tutela i molti esponenti governativi del suo movimento che non riescono a capire in che mondo vivono e che per questo disfano più o meno consciamente la tela che Di Maio cerca in qualche modo di tessere.

Il fatto che questo confronto tra le due anime della coalizione giallo-verde si stia inasprendo ora mentre si deve andare ad una rimodulazione della manovra di bilancio complica notevolmente le cose. Salvini dal ridimensionamento perde in maniera relativa, perché comunque la rimodulazione del sistema pensionistico la porta a casa e se in parte è a futura memoria comunque gli porta la gratitudine di quelli che sperano di usufruire in futuro. La legge sulla cosiddetta sicurezza l’ha ottenuta e se della flat tax si è persa memoria poco importa, perché tutti sapevano che quella non si poteva fare. Di Maio dal ridimensionamento riceverà un duro colpo, perché renderà palese che il reddito di cittadinanza come lo aveva propagandato è una favola, perché alla fine dovrà mollare sulle grandi opere a meno che non voglia caricarci di debiti e di disfunzioni, perché sarà lo stesso presidente del Consiglio scelto dal suo movimento a firmare la resa con Bruxelles.

Non ci vuol molto a capire che in queste condizioni avere una coalizione di governo capace di dar vita ad un governo che funzioni è impresa ardua. Certo continuano a dire che durerà tutta la legislatura. Lo diceva anche Prodi tanto al tempo del primo che del secondo suo governo di coalizione e si sa come è andata a finire ….