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24 luglio 2021
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Europa 2015: “tragedia greca” e “peccato originale”

Michele Marchi - 25.06.2015
Alexīs Tsipras e Martin Schulz

Quella che si sta consumando in questi giorni è l’ennesima puntata dell’oramai troppo lunga vicenda che dall’autunno 2009 ad oggi viene indicata con l’espressione di “crisi greca”. Al netto delle questioni tecniche e senza sbilanciarsi in previsioni - anche se l’impressione è che si vada verso l’ennesimo “mezzo compromesso” con relativo rinvio e ci si debbano attendere nuove puntate della “fiction infinita” – si può forse introdurre qualche riflessione generale, nel tentativo di individuare la fonte originaria dell'attuale impasse.

Punto primo. Le convulse riunioni di questi giorni hanno mostrato che la cosiddetta “Grexit” potrebbe essere gestita da un punto di vista tecnico (cioè economico-finanziario) grazie, in particolare, all’operato della BCE di Mario Draghi. La stessa ipotesi è però impensabile da un punto di vista “storico-politico” (significherebbe rinnegare il ruolo svolto dalla costruzione europea in termini di soft power democratico tra fine anni Settanta e inizio anni Ottanta dello scorso secolo) e da quello geopolitico (basti pensare agli incontri Tsipras-Putin e al concretizzarsi di un nuovo passo falso lungo l’importante fianco sud-orientale dell’Ue dopo il fallimentare negoziato per l’adesione di Ankara all’Ue).

Punto secondo. Accanto all’emergenziale problema greco si sta sviluppando sottotraccia, ma in maniera sempre più evidente, quello del futuro dell’eurozona. Un altro modo per guardare al caos ellenico è infatti quello di fermarsi a riflettere su cosa vorrà essere l’eurozona da grande. Si tramuterà nel vero “nocciolo duro” di un’Europa sovranazionale e di conseguenza si andrà verso quell’Unione a cerchi concentrici o a più velocità più volte citata negli anni passati da autorevoli esperti e/o protagonisti di questioni europee?

Punto terzo (strettamente legato al secondo). Proprio la crisi greca e la contestuale possibilità che si possa optare in maniera chiara per un avanzamento nell’integrazione tra i Paesi che condividono la moneta unica, sono fattori che inevitabilmente riaprono il problema del cortocircuito tra legittimità nazionale (dei singoli Stati e dei propri rappresentanti politici) e legittimità delle istituzioni sovranazionali europee. Con un’aggravante in più, ben dimostrata in questi giorni proprio dalla querelle greca. Se si va al di là di una lettura solo superficiale, ci si rende conto che a condurre il negoziato non sono stati i cosiddetti “burocrati” europei,  Juncker, Tusk e Dijsselbloem, ma la coppia Hollande-Merkel e più nello specifico la cancelliera tedesca. Dunque il vero cortocircuito non risiede più soltanto nella classica perdita di sovranità del cittadino il quale si trova ad esprimere una preferenza politica nazionale per poi dover subire una linea di politica economica decisa a Bruxelles. Ma addirittura la situazione peggiora, dal momento che quella stessa linea pare oggi dettata dalla volontà politica di uno dei 28 Paesi membri, che tale rimane, anche se economicamente e politicamente leader.

Punto quarto. Tutto ciò permette di relativizzare il “caso greco” o meglio di inserirlo in un più complessivo derapage del processo di integrazione europea, accanto al rischio implosione per il sistema di libera circolazione delle persone (sull’onda dell’emergenza immigrazione) e a quello di irrilevanza ed impotenza geopolitica, come mostrato nel contenzioso tra Russia e Ucraina.

Punto quinto. Questa schematica riflessione mostra quanto in realtà tali sfide si trascinino senza risposte da anni. È in quest’ottica che si attendeva, con un misto di impazienza, curiosità e fiducia, il rapporto sull’Unione commissionato dal Consiglio europeo al presidente della Commissione Juncker. Ebbene il testo da lui elaborato in stretta collaborazione con gli altri quattro presidenti (Draghi, Tusk, Dijsselbloem e Schultz) si pone ancora a mezza via tra l’idealismo più spinto e il realismo più scontato. Da un lato tra le molte innovazioni per completare l’unione economica e monetaria si prospetta la comparsa di un Presidente permanente dell’Eurogruppo e la nascita di un Tesoro comune per tutta la zona euro. Dall’altro però si corre ai ripari, ribadendo che le decisioni su tassazione e spesa pubblica devono restare prerogativa degli Stati nazionali. Ancora una volta ripiomba l’enigma della legittimazione democratica? Certamente sì, ma da declinare in maniera più ampia, alla ricerca di quello che si può definire il “peccato d’origine del metodo funzionalista”. Nel mondo chiuso e ben definito della Guerra fredda, ci si poteva permettere di avanzare anteponendo l’economico al politico, il tecnocratico al democratico, costruendo insomma prima il tetto della “casa comune” e lasciando ad un altro momento la fase di edificazione delle fondamenta. Una volta sgonfiatasi la “bolla” dello scontro  est-ovest, tutto è diventato meno scontato e di conseguenza più complicato. Grecia, immigrazione e crisi ucraina sono le spie che certificano l’assenza di queste solide basi di partenza. Non essersi resi conto prima di questa carenza pone oggi i principali leader europei di fronte ad un’impresa titanica: puntellare le basi di un edificio in fiamme. Considerata l’oggettiva difficoltà dell’operazione e tenuto conto delle leadership sul campo,  un certo pessimismo non pare immotivato …