Ultimo Aggiornamento:
15 giugno 2019
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L’euro e la crisi greca

Massimo Bucarelli * - 25.06.2015
Robert Mundell

Nel 1961, l'economista canadese, Robert Mundell, vincitore 38 anni dopo del premio Nobel per l'economia per i suoi studi sulla politica fiscale e monetaria, pubblicava un fondamentale saggio in cui elaborava la teoria delle aree valutarie ottimali. Nell'articolo, Mundell si domandava quali siano le condizioni affinché per un paese possa essere conveniente rinunciare all’indipendenza monetaria e valutaria, per entrare in un’unione monetaria con altri partner. Ebbene – in base alle riflessioni dell'economista canadese, considerato da alcuni "il padre intellettuale dell'euro" - l’adozione di una moneta unica potrebbe convenire soltanto ai paesi legati da una stretta integrazione economica, caratterizzata non solo da un forte interscambio commerciale, ma anche da un'elevata mobilità sia del capitale finanziario, che dei lavoratori, grazie alla quale poter affrontare gravi crisi nei rapporti economici e commerciali dei paesi membri.

In caso di shock asimmetrico all’interno dell’unione monetaria, dovuto all'aumento nella domanda di beni prodotti in un paese (paese A) e al contemporaneo calo nella domanda di beni prodotti in un altro paese (paese B), l'aggiustamento della bilancia dei pagamenti non può essere ottenuto con la variazione del tasso di cambio; un’opzione che permetterebbe al paese B di svalutare, rendere i propri prodotti competitivi ed evitare il deterioramento della bilancia commerciale, con conseguente crescita della disoccupazione ed esplosione delle questione sociale. Data l’impossibilità di agire sulla flessibilità del cambio, un nuovo punto d'equilibrio potrebbe essere raggiunto grazie alla variazioni di prezzi e salari in entrambi i paesi: il paese A, dotato di un surplus commerciale, dovrebbe accettare un aumento dell'inflazione, mentre il paese B dovrebbe contenerla e diminuirla, per recuperare competitività. In assenza di tale flessibilità - perché il paese A, determinato a impedire l’inflazione e a difendere i risparmi e i redditi dei propri cittadini, attua una politica creditizia restrittiva e/o perché il paese B è impossibilitato, per uguali e contrarie opportunità politiche e necessità sociali, a tagliare prezzi e salari - l'unica soluzione per evitare gravi conseguenze all'interno dell'unione monetaria è la mobilità dei fattori produttivi, vale a dire la possibilità per i lavoratori del paese B di trasferirsi nel paese A, dove maggiori sono le occasioni di lavorative.

In breve, l'unione monetaria è possibile solo se i paesi che ne fanno parte rappresentano nel loro insieme una "regione economica", al cui interno non solo sia presente un’elevata mobilità dei capitali e dei lavoratori, ma – aggiungiamo a integrazione delle conclusioni dell’economista canadese – siano adottate politiche fiscali federali, in grado di mobilitare e ridistribuire le risorse dalle aree più avvantaggiate a quelle più svantaggiate, politiche del lavoro e del welfare comuni, politiche culturali integrate, nel senso della formazione al lavoro e alle professioni; caratteristiche in gran parte assenti nell’attuale assetto dell’Unione Europea e dell’eurozona. In mancanza di un vero e proprio processo federativo tra i paesi della UE che hanno adottato la moneta comune, l’euro non può certamente funzionare al meglio, né tantomeno superare gli shock asimmetrici che ne stanno minando le fondamenta, a partire dalla attuale crisi economica e finanziaria greca.

Se il paese B indicato nelle ipotesi scientifiche di Mundell, lo sostituiamo conla Grecia, risulta immediatamente chiara la natura delle difficoltà che sta attraversando il paese ellenico. L’economia greca è sostanzialmente priva di una solida base industriale, con importanti eccezioni, naturalmente, come la cantieristica navale. Le principali fonti di ricchezza sono rappresentate soprattutto dall’esportazione di alcuni prodotti agricoli (olio d’oliva, vino e agrumi), dal settore dei servizi e trasporti, in primo luogo navali, e dal turismo. Per decenni, dal dopoguerra in poi, un posto importante nell’economia greca è stato recitato dall’intervento dello Stato, con un ingente ricorso alla spesa pubblica, necessaria a erogare stipendi ai numerosi dipendenti della pubblica amministrazione, pensioni piuttosto onerose per le finanze pubbliche e servizi sociali; un intervento, che – come è noto – ha causato un progressivo e ormai incontrollato indebitamento dello Stato. L’ingresso nella moneta comune ha ampliato di fatto i problemi strutturali dell’economia greca, a causa anche - se non soprattutto - di politiche nazionali poco lungimiranti e non sempre appropriate, che non hanno saputo trarre vantaggio dalla stabilità monetaria e dalla convenienza valutaria assicurate inizialmente dalla moneta comune. L’euro, il cui valore è stato calcolato sulla base di economie più forti e stabili di quella ellenica, si è dimostrata una moneta sopravvalutata per le esigenze commerciali di Atene, rendendo di fatto le esportazioni dei prodotti greci ancor meno competitive e aumentando il deficit commerciale e il disavanzo della bilancia dei pagamenti.

La Grecia, quindi, anche dopo l’ingresso nell’eurozona, ha continuato a spendere più di quanto fosse in grado di produrre ed esportare. Non volendo ridurre la spesa pubblica per questioni di opportunità politiche e sociali, i governi di Atene hanno preferito indebitare ulteriormente lo Stato, fino all’esplosione della crisi del debito nel 2010, che ha causato la recessione economica e provocato una vera e propria emergenza sociale. Attualmente, il problema del debito pubblico greco è talmente grave che il fallimento dello Stato e l’uscita dall’euro sono considerate ormai opzioni concrete, al centro dell’agenda dei vertici dell’Unione Europea di questi giorni e delle riunioni delle istituzioni finanziarie ed economiche internazionali.

Tuttavia, al di là della soluzione che sarà trovata nei vari incontri, l’assetto attuale dell’eurozona e quello produttivo ed economico greco rendono difficile, se non improbabile, il riequilibrio dei conti e la ripresa del paese, tanto nel breve, che nel medio termine. Stante l’impossibilità per Atene di attuare una svalutazione competitiva, abbassare di nuovo i salari, a meno di non voler impoverire ulteriormente la popolazione, e spingere i propri lavoratori ad emigrare forzatamente, e stante l’indisponibilità delle economie più forti e dotate di surplus commerciale a consentire un rialzo dei propri prezzi,la Greciadifficilmente riuscirà a diminuire il deficit commerciale, aggiustare la bilancia dei pagamenti e rilanciare l’economia. La decisione di continuare ad aiutarela Grecianon dipende, quindi, dalla fattibilità economica della soluzione raggiunta, ma è una questione eminentemente politica: i partner europei sono chiamati a decidere se per necessità politiche (salvaguardare il progetto dell’euro e preservare la stabilità dell’eurozona) e interessi strategici (controllo delle vie di comunicazione e delle infrastrutture che attraversano il Mediterraneo orientale) sia utile continuare a finanziare a fondo più o meno perduto l’economia greca, come fosse una delle regioni arretrate degli altri paesi membri. È questo, in fin dei conti, sia l’obiettivo dell’attuale governo greco, guidato dal leader di Syriza, Alexis Tsipras, che il motivo del contendere tra Atene e gli altri membri dell’eurozona: ottenere l’assenso a una nuova espansione della spesa pubblica in cambio di un minimo di riforme, che non serviranno a aggiustare i conti, ma a rendere politicamente accettabile l’ulteriore concessione di credito, soprattutto di fronte all’opinione pubblica dei partner europei, le cui tasse in parte saranno destinate a mantenere a gallala Grecia.

 

 

 

 

Docente di Storia delle Relazioni Internazionali. Università del Salento