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24 luglio 2021
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Eterni ritorni e silenzi. Gli intellettuali e il dramma di Gaza

Maurizio Cau - 12.08.2014
Zygmunt Bauman

Era facile prevedere che la radicalizzazione del conflitto israelo-palestinese di queste settimane sarebbe stata accompagnata da appelli e prese di posizione pubbliche volte a condannare la sanguinosa strage che si sta perpetrando nella striscia di Gaza, e a riflettere sulle possibili vie di soluzione di uno dei nodi più intricati della storia internazionale dell’ultimo secolo.

 

La voce degli intellettuali

 

Nel dibattito pubblico che accompagna il confronto infuocato tra le ragioni del popolo palestinese e quelle degli israeliani uno spazio di rilievo è tradizionalmente occupato dalle opinioni degli intellettuali, che anche in queste settimane, almeno nel dibattito internazionale, non hanno fatto mancare la propria voce.

Zygmunt Bauman, l’intellettuale polacco di origini ebraiche che ha riflettuto a più riprese sui limiti della coesistenza pacifica nei territori palestinesi, ha stigmatizzato pubblicamente le logiche della violenza e della vendetta che sembrano orientare, ben più degli ideali della coabitazione pacifica, entrambi i fronti. «Ciò a cui stiamo assistendo - ha sostenuto Bauman criticando apertamente il governo israeliano - oggi è uno spettacolo triste: i discendenti delle vittime dei ghetti nazisti cercano di trasformare la striscia di Gaza in un altro ghetto», dando voce a un «torpore emotivo che si rifiuta di vedere ogni sofferenza che non sia la propria».

Parole ancor più dure sono state pronunciate da un altro noto intellettuale di origini ebraiche, Noam Chomsky, che ha attaccato frontalmente non solo la politica espansionista e l’indiscriminata violenza di mano israeliana, ma anche l’appoggio decisivo e praticamente unilaterale che gli Stati Uniti continuano a riservare a Israele, ostacolando una soluzione diplomatica efficace e duratura a lungo reclamata dalla comunità internazionale.

A prendere partito in questa vicenda sanguinosa non sono, come da tradizione, unicamente i più noti corifei del pensiero contemporaneo. Si vedano gli appelli lanciati da oltre un centinaio di professori ed esperti di diritto internazionale che chiedono un intervento risoluto della comunità internazionale per «porre fine alla punizione collettiva della popolazione civile nella Striscia di Gaza», o quello che, raccogliendo l’adesione di 98 premi Nobel e di numerosi artisti e intellettuali di varia estrazione, chiede ai governi di tutto il mondo ad adottare misure immediate per attuare un embargo militare totale e giuridicamente vincolante verso Israele, simile a quello imposto al Sud Africa durante l’apartheid.

In varie parti del mondo si organizzano manifestazioni di protesta, raccolte di firme e appelli pubblici, come quello firmato da 350 intellettuali tedeschi che in una lettera aperta al Bundestag sottolineano la necessità di tutela dei palestinesi. E in Italia?

 

Gaza vista dall’Italia. Tra appelli e silenzi

 

Sarà l’estate, ma il dibattito appare meno fitto di quello che ci si potrebbe aspettare di fronte a una recrudescenza tanto violenta di una contrapposizione, quella tra israeliani e palestinesi, che ha sempre trovato ampio spazio nel discorso pubblico nostrano. Il dato significativo sta proprio qui, nel grado rarefatto e fiacco di un dibattito che sembra non trovare particolari stimoli capaci di sancirne l’urgenza. Così in molti casi si recuperano interventi pubblicati in occasioni di «precedenti» crisi israelo-palestinesi, quasi a dire che la storia si ripete e finché i nodi da sciogliere rimarranno gli stessi non vale la pena tornare a ripensarci o a tentare di scorgere - sempre che sia possibile - un nuovo bandolo della matassa. Oppure, ed è la questione che negli ultimi giorni ha animato una parte della rete, si arretra di fronte allo stallo delle retoriche che accompagnano da sempre lo svolgersi, spesso per vie carsiche, del conflitto.

Certo, non è mancato nemmeno in Italia un appello indirizzato al governo da parte di un’ottantina fra intellettuali, attori, coreografi, registi, autori, ricercatori, educatori, musicisti, professori che chiedono «un impegno del governo italiano teso alla cessazione delle ostilità da parte israeliana ed il ritiro delle truppe di Netanyahu dalla Striscia di Gaza», ma a fare rumore è il silenzio in cui sembrano essersi chiusi editorialisti, pensatori di varia appartenenza, firme abituate a prendere posizione. Si tratta di un contegno esplicitato da Christian Raimo, iperattivo scrittore-traduttore-recensore-pubblicista, che su alcune delle più vivaci piattaforme di riflessione e informazione (ilpost; minima&moralia) ha raccolto il disagio di una parte degli osservatori abituati a confrontarsi con quella parte delle intricate vicende mediorientali dando forma a una sorta di «invito al silenzio», segno di «una resa alla ferale stanchezza» che accompagna la reiterazione di quelle scene di guerra. Per anni attento osservatore di quelle vicende, di fronte al cortocircuito cognitivo originato dall’ennesima ripresa delle ostilità Raimo (e un pezzo dell’intellettualità italiana con lui) dichiara di aver raggiunto «una specie di stallo emotivo»: «Non so più che dire. Non desidero più approfondire. Non mi sorprende, non mi sciocca più nulla. Niente mi aiuta a ragionare». Com’era prevedibile non sono mancate reazioni infuocate, pronte a puntare il dito contro il tradimento silenzioso degli intellettuali, sospesi in un «tempo immobile» in cui il rifiuto della parola è sinonimo di connivenza.

Al di là delle contese argomentative in campo, la ricorsività delle drammatiche crisi israelo-palestinesi mette in discussione, nei suoi fondamenti, il ruolo degli intellettuali e la capacità di presa e di indirizzo che le loro riflessioni hanno sul contesto politico internazionale. Il silenzio non è, di per sé, sinonimo di resa (si pensi, per fare solo un esempio, al «silenzio rovesciato» di Karl Kraus, che negli anni della Grande Guerra si ritirò - in larga parte incompreso - dal dibattito pubblico per riemergere con il monumentale Gli ultimi giorni dell’umanità, opera capitale sull’insensatezza del conflitto); resta da capire in quali forme possa coagularsi fruttuosamente la riflessione collettiva in un contesto, quello internazionale, che dall’eterno ritorno delle crisi mediorientali non sembra essere ancora in grado di uscire.