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21 febbraio 2024
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Emilia Romagna: una questione locale?

Paolo Pombeni - 18.11.2014
Elezioni regionali

Domenica 23 novembre si vota anticipatamente in Emilia Romagna per il rinnovo del Consiglio e del Presidente dopo che Vasco Errani si è dimesso per correttezza istituzionale essendo stato condannato in appello per una vicenda legata ad un finanziamento erogato dalla regione a favore di una cooperativa presieduta da suo fratello (in primo grado era stato assolto).

Sono elezioni solo di interesse locale? La domanda è quanto mai pertinente. L’Emilia Romagna è stata in passato la regione-vetrina della capacità del PCI non solo di fare del “buon governo”, ma un governo innovativo ed inventivo. Di questa eredità il territorio è sempre stato fiero, anche se le sue capacità inventive sono appannate da decenni. Comunque è ancora la regione in cui la cooperazione è un colosso, in cui la sanità ha punte di eccellenza e in genere funziona bene, dove c’è un sistema universitario che vuol competere per l’eccellenza, dove ci sono enclave di industrie di avanguardia. Dunque ci sarebbero tutte le condizioni perché qui si assistesse a qualcosa che attira su di sé l’attenzione del paese.

Ci si aspetterebbe di vedere in questo passaggio se il ricambio di classe politica per fronteggiare una situazione di evoluzione storica complicata è avvenuto o meno; se ci sono “ricette” o più banalmente programmi significativi per fronteggiare la crisi attuale; se in presenza di una società che si presume molto civilmente politicizzata ci sarebbe stata la passione di vivere il momento elettorale come una occasione che la gente coglie per farsi sentire.

Ebbene, nulla di tutto questo sta avvenendo. La campagna elettorale, anche adesso a pochi giorni dall’apertura delle urne, è inesistente e priva di qualsiasi appeal. Le primarie per la selezione del candidato PD alla presidenza della regione si sono svolte tardivamente, dopo tira e molla poco edificanti, e si sono combattute all’insegna del preservare la continuità della “ditta” (questa è la regione di Bersani, di cui Errani era stretto collaboratore). La presenza di un outsider, l’ex sindaco di Forlì Roberto Balzani, noto al pubblico nazionale per un bel libro sulla sua esperienza pubblicato dal Mulino, non ha potuto rompere gli  schemi delle antiche fedeltà militanti, sebbene abbia raccolto il 39% dei suffragi. Da notare però che c’è stata una modesta partecipazione alle primarie: hanno votato circa 50mila persone, quando ufficialmente il solo PD ha circa 75mila iscritti.

Oggi tutti temono un astensionismo pesante: secondo sondaggi che corrono voterebbe circa il 50% degli aventi diritto contro un già non esaltante 68% delle ultime regionali. Fra i politici ci si consola sostenendo che dipende dal fatto che il risultato sarebbe scontato perché le opposizioni non hanno presenza politica capace di attrarre. Il centro-destra schiera un leghista, individuato senza primarie, e trainato da Salvini che viene a fare le sue provocazioni avendo più di mira la presenza sui media a suo pro che non il sostegno al suo candidato. I Cinque Stelle schierano una donna che non sembra avere grande attrattiva e Grillo finora non si mosso a sostenerla.

Non parliamo del problema della classe politica. Quella precedente è letteralmente bruciata dallo scandalo delle solite spese pazze. Praticamente tutti i gruppi consiliari sono coinvolti, con l’aggravante per il PD che il suo ex capogruppo, già sbertucciato per pasti da centinaia di euro a persona in ristoranti d’alta classe e soggiorni in alberghi extra lusso, è adesso su tutti i giornali perché aveva organizzato un incontro fra tutti i capigruppo per difendersi contro le inchieste della magistratura, incontro in cui aveva sparlato di tutti con volgarità da osteria e ammissione sostanziale che si era esagerato (esiste una trascrizione di 160 pagine di questo incontro, su una registrazione abusiva di un partecipante). Ebbene in presenza di questo episodio il PD lascia filtrare che si spera che il soggetto si “autosospenda” dal partito, mentre la gente pensa, a ragione, che il vecchio PCI uno del genere l’avrebbe buttato fuori un secondo dopo aver scoperto la faccenda.

Abbiamo raccontato questa storia perché non possiamo fare a meno di chiederci come mai stampa nazionale e TV non dedichino alcuna attenzione adeguata ad un fenomeno tanto significativo come la crisi politica di un sistema regionale che pure ha avuto un ruolo importante nella nostra vicenda repubblicana.

Certo oggi il “federalismo” è stato messo nel cassetto e siamo in pieno ritorno neo-centralista. Sembra che ben pochi scommettano che la riscossa del paese possa venire da una ripresa di progetti politici “dal basso”, sia in termini di efficienti governi regionali, sia in termini di risveglio della capacità di iniziativa della cittadinanza.

Renzi non sembra interessato più di tanto a questo tipo di prospettiva. In Emilia Romagna ha fatto politica nel vecchio senso del termine. Ha realizzato il capolavoro (si fa per dire) di piazzare come candidato e probabile prossimo presidente un uomo del suo gruppo, Stefano Bonaccini, che però è un ex bersaniano ancora in ottimi rapporti con la “ditta” e infatti scelto col gradimento di Errani perché non apra questioni che possano incrinare un sistema di potere molto ramificato, ma anche molto ligio in passato agli equilibri di partito nazionali.

Difficilmente insomma l’Emilia Romagna tornerà ad esser vetrina di qualcosa di significativo, ma probabilmente a Roma va bene così. Lì si pensa che la partita delle riforme sia tutta da giocarsi a livello nazionale, poi l’intendenza seguirà. Temiamo che sia una vista corta.