Ultimo Aggiornamento:
16 ottobre 2019
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Elezioni comunali, bilancio del primo turno

Luca Tentoni - 16.06.2018
Elezioni comunali 2018

Come previsto, le elezioni comunali del 10 giugno hanno rovesciato i rapporti di forza fra i due poli maggiori della Seconda Repubblica. Nei capoluoghi (compreso Udine, dove si era votato qualche settimana fa) il centrodestra è passato dal 31,8% delle scorse amministrative al 42% (+10,2%) mentre il centrosinistra è sceso dal 42,1% al 29,6% (-12,5%) e il M5s è passato dal 7,6% all'11,3% (a Siena e Vicenza non ha presentato liste: circostanza, quest'ultima - come dimostrano gli studi sui flussi - decisiva per la vittoria al primo turno del candidato di centrodestra nel capoluogo berico). L'affermazione della coalizione "plurale" (con la Lega al governo, FI all'opposizione e FdI astenuta) è stata netta, sia in rapporto alle comunali precedenti (+10,2%) che alle politiche (+8,9%). Tuttavia, al Nord l'incremento sulle comunali (+8,6%) è stato un po' più contenuto in rapporto alle politiche (+3,6%); nel Centro "ex zona rossa" il centrodestra ha guadagnato l'8,9% sulle comunali ma appena l'1,7% sulle politiche; al Sud, invece, dove la coalizione aveva patito la concorrenza del M5s, il dato è positivo alle comunali (+11,5%) ma soprattutto rispetto alle politiche (+15,2%). In sintesi, la capacità espansiva del centrodestra è stata maggiore dove il centrosinistra è in forte difficoltà (Centro, Sud-Isole) ma non al Nord (dove, come alle politiche, il Pd non va male: il 4 marzo il centrosinistra ha guadagnato l'1,6% in questi capoluoghi, dove il 10 giugno ha perso solo l'1,3%, scendendo dal 41,8% ad un pur robusto 40,5% e conservando Brescia al primo turno) e al Centro (dove il centrosinistra è passato dal 27,7% delle politiche al 28,1%, perdendo però un 14,5% sulle comunali precedenti). I Cinquestelle si rafforzano al Sud (+7,7% rispetto alle precedenti comunali), meno al Centro (+1,7%) ma perdono al Nord (-3,6%), confermando la meridionalizzazione del movimento guidato da Di Maio. Il voto del 10 giugno nei capoluoghi può essere analizzato meglio distinguendo il comportamento degli elettori delle diverse aree geografiche. La volatilità, cioè il mutamento di voto fra un'elezione comunale e la successiva (2013-2018) è stata del 37,4% al Nord, del 43,2% nel Centro "rosso" e del 46,3% nel Sud e nelle Isole. La specificità del voto amministrativo è dunque confermata, così come la maggior importanza che nel Mezzogiorno rivestono le elezioni comunali. Se si fa un raffronto con le politiche, notiamo che nel 2018, alle comunali, ha cambiato voto non meno del 35% degli elettori del Nord, il 34,6% di quelli del Centro ma addirittura il 60,5% di quelli di Sud e Isole. Non è una novità: nel 2013 il mutamento di voto fra politiche e comunali, nei capoluoghi, fu pari al 34,8% al Nord, al 35% al Centro, al 58,2% nel Sud e nelle Isole. Anche la volatilità fra elezioni dello stesso genere (le comunali 2018 e 2013) dimostra che l'elettorato non ha difficoltà a cambiare non solo il partito, ma persino la coalizione. Abbiamo stimato, infatti, che la volatilità comunale (scambi fra poli) fra il 2013 e il 2018 sia stata pari al 26,4% dell'elettorato, con un minimo del 17,6% al Nord, un 26% al Centro e un massimo del 30,7% al Sud e nelle Isole. Per l'elettorato in generale - e soprattutto per quello meridionale - le elezioni comunali sono un'altra cosa rispetto alle politiche: contano i candidati sindaci, le liste (molte civiche o di area), le scelte locali. Il personale politico e il radicamento nel territorio sono importantissimi: ecco perché il M5s ottiene solo i tre decimi (11,3% contro 35,7%, nei capoluoghi) delle percentuali delle politiche (2013: 7,6% contro 26,5%). Ed ecco perché il centrodestra e il centrosinistra hanno un vantaggio strutturale rispetto alle elezioni generali. Però, la novità del 10 giugno è che il centrosinistra ha questo surplus solo al Nord (+11,2% sulle politiche, contro il +14,1% del 2013) e un po' al Sud (2018: +8,5%; 2013: +20,4%) ma non nel Centro "rosso" (2018: +0,4% sulle politiche; 2013: +10,9%). In altre parole, le ex roccaforti sono diventate zavorre per il Pd, mentre al Sud il "surplus" non basta per vincere; resta il Nord: ma Brescia non è sufficiente, pur in un quadro relativamente più favorevole ai Democratici rispetto al resto del Paese (nonostante le sconfitte di Vicenza e Treviso). Il centrodestra, che nel 2013 era la coalizione più debole (infatti subì una grave sconfitta contro il centrosinistra) oggi è la più forte (con un competitore in difficoltà - il Pd - e uno - il M5s - che è quasi sempre marginale alle amministrative). Per quanto riguarda le liste tradizionali (che alle comunali hanno sempre meno voti che alle politiche, abbinandosi spesso a civiche di area e a liste del sindaco), Forza Italia conferma, nei capoluoghi, il consueto dimezzamento percentuale rispetto alle consultazioni generali (2018: comunali 7,2%, politiche 14,4; 2013: 10,6% contro 21,3%) mentre la Lega ha un fisiologico calo (10,3% contro 13,2%; nel 2013 aveva avuto l'1,4% contro il 2,6% delle politiche) e il Pd è - come d'uso - al di sotto di circa il 5,5% (2018: -5,7% fra comunali e politiche; 2013: -5,3%); FdI, infine, è al 3,9% (-0,5% sulle politiche 2018) contro l'1,8% del 2013 (-1,1% sulle politiche 2013). Osservando solo i dati delle comunali nei capoluoghi e raffrontandoli con i precedenti, si osserva che il centrodestra si è ripreso buona parte del Nord dopo la crisi del 2011-2013: ora è al 44%, contro il 35,4% di cinque anni fa; a farne le spese, come dicevamo, non è solo il centrosinistra (o meglio, lo è più in termini di comuni persi che di voti), sceso dell'1,3% ma la sinistra radicale e il M5S. Nel settentrione il sistema comunale è dunque bipolare e tradizionale (CD-CS). Nelle ex zone "rosse", invece, il crollo del centrosinistra (-14,5%) ha avvantaggiato in primo luogo il centrodestra (prima coalizione, col 35,4%, +8,9% rispetto alle amministrative precedenti) poi le civiche (+8,1%) e in piccola parte il M5s (+1,7%). Le regioni centrali, che alle politiche hanno una dinamica tripolare (Centrodestra 33,7%, Centrosinistra 27,7%, M5S 28,3%) alle comunali sono ancora bipolari (CD-CS) ma con una non irrilevante presenza di terze forze (civiche, M5s). Il Sud e le Isole, infine, sono il regno del voto volatile. Alle politiche c'era un partito dominante (il M5s, col 47,7% dei voti nei capoluoghi) seguito da un blocco (il centrodestra) poco sotto il 30% (28,8%) e uno appena oltre il 15% (centrosinistra: 16,8%). Alle comunali, invece, domina il centrodestra (44%: +11,5% sul 2013) che approfitta del crollo del centrosinistra (25,3%: -18,6%) e lo supera di quasi venti lunghezze, mentre il M5s - terzo e lontano dai primi due - si rafforza rispetto alle precedenti amministrative (pur restando numericamente marginale, sotto il 15%, ben lontano dai fasti delle politiche). In quanto alla competizione fra le liste del centrodestra, notiamo che al Nord FI perde rispetto alle comunali precedenti il 5,6% (politiche 2018 su 2013: -5,1%), mentre la Lega progredisce del 13,2% (pol.: +14,9%) e FdI guadagna l'1% (pol.: +2,5%); al Centro, FI flette del 2,9% (pol.: -7,4%), la Lega cresce del 17,7% (pol.: +16,7%) e FdI progredisce dello 0,7% (pol.: +1,7%); nel Sud e nelle Isole, infine, FI passa dal 10,4% al 7,6% (-2,8%; alle politiche -7,6%), la Lega guadagna il 2,7% (pol.: +5,1%) e FdI il 3,2% (pol.: +0,7%). In sintesi, il partito di Berlusconi si indebolisce molto al Nord e regge un po' di più nel Centrosud e nelle Isole, mentre la Lega guadagna di più nelle regioni centrali e al Nord; FdI, infine, ottiene più voti nei capoluoghi del centro (6%) ma progredisce soprattutto al Sud e in particolare nelle Isole. Un cenno all'affluenza: data la maggior importanza che gli elettori delle regioni meridionali sembrano attribuire alle elezioni comunali, anche nei capoluoghi è evidente la differenza di partecipazione fra aree geografiche (Nord 57,4%; Centro 58,8%; Sud-Isole 59,9%), inversa rispetto alle politiche (2018: Nord 76,1%; Centro 75,9%; Sud-Isole 64%). Riguardo ai voti dati ai soli candidati sindaci, si nota che il fenomeno si attenua (il voto di lista, cioè ai partiti, riprende quota), anche se nel Mezzogiorno il calo è minore: nel complesso dei capoluoghi scende dal 5,7% del 2013 al 3,8% (Nord, 4,9%: -3,9%; Centro, 2,2%: -1,8%; Sud-Isole, 4%: -1%).