Ultimo Aggiornamento:
14 dicembre 2019
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Elezioni anticipate: nel 2020 o mai più?

Luca Tentoni - 03.08.2019
Manovra politica 2020

Nel dibattito in corso sulla possibile durata della legislatura si tende ad esaminare solo le date più prossime, in vista di una rottura fra Lega e M5s che secondo alcuni è imminente, ma per altri è invece destinata ad essere procrastinata il più a lungo possibile. Si ragiona, dunque, su una "finestra elettorale" che improvvisamente potrebbe riaprirsi in caso di problemi in Senato sul "decreto sicurezza bis": il 6 agosto il testo arriverà in Aula, quindi eventuali sorprese potrebbero portare ad una rapida crisi e ad elezioni il 20 ottobre. Tuttavia è altamente improbabile che il Capo dello Stato faccia rinnovare le Camere e attenda la loro prima convocazione che avverrebbe all'inizio di novembre, cioè nel pieno del periodo durante il quale si deve impostare e approvare la legge di stabilità per il 2020. Da alcuni giorni, così, hanno cominciato a circolare ipotesi su un governo di minoranza (un tempo si sarebbe detto "balneare") che si occupi dei conti pubblici e porti il Paese al voto a febbraio dell'anno prossimo. Tutte ipotesi da verificare, che appaiono non molto praticabili. O, meglio, che se tentate potrebbero sembrare facili sulla carta ma difficili da attuare e far durare fino alla scadenza prevista. C'è poi chi dice che nulla avverrà fino all'autunno e che il banco di prova sarà costituito dalla manovra per il 2020, con particolare riguardo alla necessità di bloccare l'aumento dell'Iva e al tentativo leghista di introdurre una "flat tax" che è tale solo nominalmente (se fosse tale, estesa a tutte le fasce di reddito, sarebbe incostituzionale perché violerebbe il principio della progressività) ma che in realtà vuole costituire un corposo alleggerimento fiscale per le fasce medie e medio-alte di reddito. Basterebbe un contrasto non risolto con la nuova Commissione europea o un ulteriore sfilacciamento di una maggioranza gialloverde già logora per far precipitare la situazione. Con o senza un governo di transizione tecnico (alla Cottarelli, diciamo) si andrebbe a votare fra febbraio e marzo del 2020. Così si torna al punto precedente: il primo periodo utile per il rinnovo delle Camere è alla fine del prossimo inverno. Qui si fermano le cronache, i retroscena, le proiezioni sul futuro prossimo della legislatura. Ci si dimentica, però, che sono in gioco altri fattori. Uno è la possibile approvazione finale della riforma costituzionale che riduce a 400 il numero dei deputati e a 200 quello dei senatori. Poiché verosimilmente qualcuno chiederà il referendum, gli italiani saranno chiamati in primavera a decidere se "tagliare" o meno i loro rappresentanti in Parlamento. Però, considerando che le nuove regole entrerebbero in vigore dopo l'eventuale (molto probabile) assenso popolare, è evidente che il "partito delle elezioni" potrebbe diventare fortissimo, cercando di far sciogliere le attuali Camere prima del referendum: in tal caso, il "taglio" non si applicherebbe alla nuova legislatura (2020-2025) ma alla successiva. Un indizio in più che porta a rafforzare l'ipotesi del voto a febbraio-marzo 2020. Superato il referendum popolare, invece, il quadro potrebbe cambiare drasticamente. Sapendo di essere destinati alla "decimazione", molti dei parlamentari in bilico cercherebbero di far durare la legislatura fino alla fine. Qui si inseriscono due variabili (in una): l'elezione del Capo dello Stato (da parte di questo Parlamento, con gli attuali equilibri, o ad opera del prossimo). Il "semestre bianco" di Mattarella (durante il quale il Presidente non potrebbe sciogliere le Camere) coinciderebbe quasi completamente con la seconda metà del 2021, quindi la discussione della legge di bilancio per il 2022 si svolgerebbe senza possibilità di ricorrere (contro eventuali richieste della Commissione europea) ad "appelli al popolo" e a voti anticipati. Le elezioni, se non svolte nella primavera 2020, sarebbero dunque improbabili in quella del 2021 (con i parlamentari certi del "taglio" e impossibilitati a far pesare il proprio voto per la scelta del nuovo Capo dello Stato, fissata per il gennaio del 2022), a meno che non sia la Lega (che fra due anni, però, dovrebbe avere ancora i numerosi consensi di oggi: data l'estrema fluidità elettorale, non è affatto certo) a forzare la situazione per far eleggere il nuovo "inquilino del Quirinale" da una robusta e disciplinata nuova maggioranza - postelettorale - di destra. Dopo la primavera del 2020, insomma, c'è forse solo la "finestra elettorale" del 2022. Tutto dipenderà non solo dagli equilibri politici ed elettorali del momento, ma anche da chi sarà eletto successore di Mattarella. Andare al voto a maggio-giugno del 2022 non rappresenterebbe se non un lieve anticipo rispetto alla scadenza naturale della legislatura (marzo 2023). Ne varrebbe la pena? Ecco perché forse lo snodo cruciale sta in quello che succederà da settembre in poi: allora si capirà se si arriverà alle elezioni anticipate di febbraio-marzo 2020 o se, per le circostanze più svariate, si finirà per completare (con piccoli anticipi, semmai) una legislatura che nel 2018 sembrava morta sul nascere.