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07 dicembre 2019
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Elezioni 2018: l'ipotesi del "doppio voto"

Luca Tentoni - 25.11.2017
Elezioni politiche 2018

Per la prima volta nella storia della Repubblica, si ipotizza che la prossima legislatura possa terminare nel giro di poche settimane, con un nuovo ricorso alle urne a poca distanza dall’insediamento delle nuove Camere. Del resto, nel 2013 sembrava impossibile rieleggere un Capo dello Stato uscente, ma è accaduto, così com'è accaduto, nel 1992-'94, che un sistema dei partiti strutturato crollasse in pochi mesi. Il doppio voto "politico" del 2018, dunque, è uno scenario non improbabile, soprattutto perché la combinazione fra un'offerta politica "plurale" e il sistema elettorale vigente può non assicurare una maggioranza ad un qualsiasi nuovo governo. Molte forze politiche, infatti, non sono coalizzabili fra loro: né prima, né dopo il voto. L'ipotesi di un "governo del Presidente", stavolta, potrebbe non avere i consensi necessari in Parlamento. Resta da verificare - lo faremo in questa sede - se tecnicamente sia davvero possibile andare a nuove elezioni entro giugno, dopo quelle di marzo. Procediamo per gradi. In primo luogo, lo scioglimento delle attuali Camere dovrebbe aver luogo nei primi giorni del 2018: le elezioni si terrebbero verosimilmente il 4 o l'11 marzo. Assumiamo per buona la prima data: in tal caso, la prima riunione delle Camere della XVIII legislatura si terrebbe non oltre venti giorni, quindi probabilmente fra il 19 e il 23 marzo. Dopo gli adempimenti iniziali, ciascun ramo del Parlamento deve eleggere il proprio presidente. In Senato il regolamento (articolo 4) favorisce una scelta rapida: se al primo e al secondo scrutinio nessun candidato ottiene la maggioranza assoluta dei voti dei componenti (161 su 320), si procede, il giorno dopo, ad una terza votazione, nella quale si può essere eletti semplicemente con la maggioranza assoluta dei voti dei presenti "computando tra i voti anche le schede bianche". Se ciò non avviene, si va lo stesso giorno ad una quarta votazione di ballottaggio fra i due candidati più votati nella precedente ed è eletto il candidato con più voti o - in caso di parità - il più anziano. Dei tre raggruppamenti maggiori - in caso di mancato accordo – uno non avrebbe un candidato al ballottaggio per la presidenza del Senato, ma verosimilmente sarebbero proprio i suoi voti (o l'astensione) a decidere la partita fra i due pretendenti rimasti in lizza dopo il terzo scrutinio. In questo modo, Palazzo Madama avrebbe il suo presidente già prima della fine di marzo. Con i gruppi parlamentari costituiti, si potrebbe dare il via alle consultazioni del Quirinale. Ma non tutto è così semplice, perché a Montecitorio il regolamento non è come quello del Senato. L'articolo 4 (Camera) stabilisce, al secondo comma, che l'elezione ha luogo per scrutinio segreto "a maggioranza dei due terzi dei componenti", quindi già all'inizio con un quorum più alto che al Senato. Al secondo scrutinio si passa alla maggioranza dei due terzi "computando tra i voti anche le schede bianche". Solo al terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti. Già, ma fino a quando? Il regolamento della Camera non prevede un limite alle votazioni. In assenza di un accordo fra i partiti, potrebbe essere necessario attendere parecchi giorni prima di avere un nuovo Presidente dell'Assemblea. Ammesso che, magari rocambolescamente o con un accordo su un candidato super partes, si riuscisse a superare questa fase entro la fine di marzo, le consultazioni di Mattarella inizierebbero nel fine settimana del 30 o direttamente lunedì 2 aprile. Il Quirinale potrebbe cominciare a trarre qualche indicazione politica osservando la composizione della coalizione che ha eletto il Presidente della Camera, ma non è detto che tale raggruppamento occasionale si possa trasformare in una coalizione governativa e che questa abbia i numeri per essere maggioritaria anche a Palazzo Madama. Nel 2013, Laura Boldrini e Pietro Grasso non furono eletti dagli stessi partiti che più tardi - molto più tardi - avrebbero dato vita al governo Letta. A 83 giorni dall'ultima domenica utile di fine giugno per un eventuale voto anticipato, il Capo dello Stato si troverebbe il 2 aprile a dover sciogliere anche un altro nodo: seguire la prassi consolidata della consultazione di tutti i gruppi parlamentari (e delle componenti del Misto, che con i partitini alleati dei più grandi non saranno poche) oppure - come ha ipotizzato un po' audacemente Francesco Verderami sul "Corriere della Sera" del 18 novembre scorso - consultare le coalizioni (centrodestra e centrosinistra al posto dei sette-otto partiti che le formano) più i gruppi dei partiti (M5S o Mdp, per esempio) che alle elezioni si sono presentati da soli? Ricevere quattro o cinque rappresentanti delle forze politiche anziché dieci o dodici non farebbe poi tanta differenza: al massimo, si tratterebbe di risparmiare un giorno di incontri. Dopo il primo giro di colloqui con i rappresentanti dei gruppi parlamentari (divisi o aggregati in coalizioni) Mattarella dovrebbe avere una prima idea della situazione, diciamo verso il 5 aprile. Se, com'è probabile, non ci fosse nessuna maggioranza pronta o in fieri, il Capo dello Stato potrebbe conferire un pre-incarico ad una personalità (forse ad uno dei presidenti delle Camere). Ciò richiederebbe almeno un'altra settimana di lavorio diplomatico fra i partiti. Infine, verso la metà di aprile, il Quirinale può tentare la carta di un incarico pieno, confermando Gentiloni oppure nominando un nuovo Presidente del Consiglio (eventualmente, lo stesso "pre-incaricato") e mandandolo in Parlamento per verificare se è in grado di ottenere la fiducia in entrambe le Camere. Il voto sul nuovo governo potrebbe arrivare intorno al 18-20 aprile. Il Capo dello Stato potrebbe decidere di proseguire, come fece nel 1989 Francesco Cossiga, quando affidò un lungo incarico esplorativo al presidente del Senato Giovanni Spadolini, in un momento nel quale DC e PSI non riuscivano ad accordarsi per il nuovo governo: al termine, diede l'incarico a De Mita, il quale però non fu in grado di ricostituire il pentapartito e fu costretto a lasciare il posto a Giulio Andreotti che, a luglio, vi riuscì. Similmente, nel 2013, il governo Letta nacque solo alla fine di aprile, due mesi dopo le elezioni, preceduto dal mandato esplorativo a Bersani e dalla rielezione di Napolitano alla Presidenza della Repubblica. Scegliendo la via della trattativa ad oltranza, Mattarella si troverebbe però ad un bivio: il 20 aprile, infatti, mancherebbero 65 giorni ad eventuali elezioni politiche da svolgere il 24 giugno (il voto a luglio diverrebbe impraticabile, quindi si finirebbe a settembre), dunque dovrebbe scegliere fra un governo "balneare" (che forse potrebbe nascere senza una vera base parlamentare) ed elezioni a settembre (sciogliendo le Camere a luglio) oppure - sentiti i presidenti dei due rami del Parlamento - dichiarare conclusa la XVIII legislatura. Le nuove elezioni si svolgono infatti fra i 45 e i 70 giorni successivi allo scioglimento, quindi si riuscirebbe a far votare gli italiani l'ultima domenica di giugno (il 24; nel 1983 si votò il 26 giugno, dunque questo voto "estivo" non batterebbe alcun record). In pratica, se il Quirinale si trovasse di fronte all'impossibilità di mettere d'accordo i partiti, avrebbe il tempo tecnico per nuove elezioni entro giugno e per un probabile nuovo governo a fine luglio, ma la decisione di concludere una legislatura appena nata dovrebbe essere molto tempestiva: in pratica, non più di un mese e mezzo dopo il voto del 4 marzo. Ecco perché la fissazione della data delle elezioni di primavera è così importante: questa volta, probabilmente, le settimane post-voto saranno più impegnative - per partiti e istituzioni - di quelle della campagna elettorale.