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Election day e specificità del voto regionale

Luca Tentoni - 20.01.2018
Elezioni politiche

L'"election day" è un modo per aumentare l'affluenza alle urne, concentrando più appuntamenti elettorali in uno solo (con un non trascurabile risparmio di denaro pubblico). Sul piano politico, come si accennava, l'affluenza della competizione generalmente più partecipata delle altre (quella politica) dovrebbe trainare il voto per le consultazioni che si svolgono lo stesso giorno. Si potrebbe ipotizzare, inoltre, che in presenza di un forte orientamento politico nazionale dell'elettorato, ci sia un fenomeno di sostegno ai raggruppamenti più "sulla cresta dell'onda" anche per le regionali. Non è detto che stavolta sia così, ma non possiamo neppure escluderlo. Quel che è certo, tuttavia, è che l'elettore non è più tanto legato al partito e alla coalizione come un tempo. È molto pragmatico e decide - persino se vota lo stesso giorno per due elezioni diverse - valutando caso per caso. Nel 2013, il 24-25 febbraio, in Lombardia, il centrodestra ottenne alla Camera il 35,7% dei voti (circa 2,05 milioni) contro il 29,9% dell'intera sinistra (centrosinistra più Rivoluzione civile; 1,7 milioni), i centristi il 12,1% (673mila), il M5S il 19,6% (1,12 milioni). Ebbene, lo stesso giorno, la coalizione di Maroni conquistò 2,33 milioni di voti di lista, più 128mila al solo presidente leghista. Una differenza di 400mila unità in un sol colpo. Così le liste per Ambrosoli (candidato dell'intera sinistra) conseguirono 2 milioni di voti, più 189mila del candidato presidente. In totale, anche, qui, un saldo positivo di quasi 400mila unità rispetto al voto per la Camera. A farne le spese furono Silvana Carcano (M5S: 775mila voti di lista più 7mila "presidenziali", cioè 350mila in meno rispetto a quanto ottenuto dai Cinquestelle per Montecitorio) e Gabriele Albertini (centrista: 133 mila di lista più 100mila "presidenziali", per un totale inferiore di 450mila rispetto al dato "politico" della coalizione nazionale di Monti). Non si tratta di differenze trascurabili. In pratica, ragionando solo per blocchi, ci sono almeno ottocentomila elettori che hanno votato per un partito o una coalizione alla Camera e hanno scelto un candidato (e un partito) di una coalizione diversa alle regionali: si sarebbe spostato, al minimo, circa il 14% dei voti validi. Ma passiamo al Lazio. Il centrodestra ottiene, alla Camera, il 27,9% dei voti (926 mila circa) contro il 28,9% del centrosinistra di Bersani (990mila), il 28,1% del M5S (930 mila) e il 9% dei centristi (290 mila). Mentre in Lombardia il centrosinistra è "largo", nel Lazio non comprende Rivoluzione Civile (che candida Sandro Ruotolo). Nicola Zingaretti (centrosinistra) vince col 40,65% dei voti e 1,330 milioni di consensi (1,168 di lista, 162mila "presidenziali") guadagnandone 340mila rispetto alle politiche. Il suo principale avversario, Francesco Storace (centrodestra) ha 920 mila voti di lista e circa 40 mila personali, per un totale che supera di 34mila unità quello della coalizione di Berlusconi per la Camera. Il candidato del M5S Davide Barillari ha 467mila suffragi di lista e 194mila come candidato presidente: si ferma, però, a 269mila voti dalla lista dei Cinquestelle per le politiche. Infine, solo per citare i candidati più votati, Giulia Bongiorno, centrista, che raccoglie 124mila voti di lista e 30mila come candidato presidente: 136 mila in meno di quelli per la "coalizione Monti" alla Camera. In totale, dunque, si spostano almeno (e solo fra le coalizioni maggiori) circa 400mila voti, cioè almeno il 12% di quelli validamente espressi (per non contare le differenze fra voti alle liste minori fra regionali e politiche). In altre parole, gli elettori della Lombardia e del Lazio, che, votando nello stesso momento per eleggere due cose diverse (il Parlamento nazionale; il Presidente della Regione e l'assemblea regionale) hanno differenziato il proprio voto sono stati (almeno) fra il 12 e il 14%. Dunque, se è vero che la presenza di un'elezione (quella politica nazionale) che di solito porta alle urne più persone che in altre occasioni ha sicuramente aumentato la platea di chi ha scelto i "governatori" del 2013 (e, verosimilmente, farà altrettanto stavolta), è però anche vero che la partita regionale si gioca - oltre che con un sistema elettorale diverso - su due punti fondamentali: i temi/problemi locali e la personalità dei candidati. È questa che farà la differenza, alla fine, tanto più se anche stavolta ci sarà una quota di voto differenziato tanto elevata.