Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2020
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Oltre le elezioni. Le sfide del governo che verrà: ius soli e immigrati

- 20.01.2018
Ius soli - sanguinis

Tra qualche mese avremo  i dati Istat  sugli andamenti demografici del 2017 del bel paese. In ogni caso le cifre  del 2016 sono particolarmente utili per avere un quadro della dinamica della popolazione italiana e delle implicazioni politiche che dovranno essere affrontate dal governo che verrà dopo le elezioni del 4 marzo. Vediamo le cifre. Al 31 dicembre 2016 la popolazione residente in Italia è di 60.589.000 unità. Di queste 5 milioni hanno cittadinanza straniera (8.3%). Nello stesso anno la popolazione residente diminuisce di 142.000 unità.  Questo risulta da un saldo negativo di 204000 cittadini italiani e positivo di 64000 stranieri. A fronte di questa cifra abbiamo 144000 immigrati nel 2016. Che sembrerebbe  quasi una compensazione perfetta. A patto che questi restino in Italia se vogliamo evitare che la popolazione residente diminuisca vistosamente. Nel 2016 i nostri uffici hanno promosso  200000 immigrati a nuovi cittadini italiani. Nello stesso anno  le interruzioni volontarie di gravidanza sono state 60000. Nel 2015 il tasso di fecondità delle donne italiane è pari a 1.27 mentre per le straniere è 1.94.[1]

Si tratta di numeri che delineano alcuni tratti e ne lasciano indefiniti altri delle politiche che l’Italia è chiamata ad intraprendere per affrontare il complesso problema demografico che ci affligge da oltre 30 anni, speculare  a quello dei migranti che approdano sulle coste del nostro sud.

Ma quali politiche adottare?  Non c’è una risposta unica e le parti politiche in tutta Europa e nel mondo sviluppato tendono, seppur con toni diversi, ad assumere un atteggiamento che va dalla chiusura al controllo numerico e/o selettivo della provenienza.  Nessun paese del mondo ha una politica di porte del tutto aperte. Così  come diverse sono le politiche di accoglienza e integrazione per coloro che riescono ad entrare.

Una delle misure che differenzia i paesi è il cosiddetto diritto di cittadinanza per i nati nel paese di destinazione da genitori stranieri, che in alcuni paesi è automatico (ius soli), in altri è del tutto negato (ius sanguinis) perché questo consegue solo da genitori indigeni. La gran parte dei paesi , quasi tutti, hanno forme intermedie tra i due estremi  determinate dai governi in maniera discrezionale e in maniera spesso molto incoerente nel tempo. Ad esempio gli Usa hanno sulla carta lo ius soli (in costituzione, 14 esimo emendamento) ma in pratica no, perché ogni governo può limitarlo soprattutto quando si tratta di figli di clandestini.

Cosa fare in Italia? A differenza degli Usa l’Italia e buona parte d’Europa ha un buco demografico. E a questo occorre porre rimedio. Come? In primis aumentando il numero di cittadini italiani di nazionalità straniera per iniziare a stabilizzare e meglio integrare i 5 milioni di residenti ancora senza cittadinanza del bel paese.  Come stabilizzarli? La legge sullo ius soli è la via migliore, ma non è l’unica possibile. Sarebbe meglio evitare scontri inutili perché ciò che conta è il risultato finale che deve essere un forte incremento di cittadinanze concesse a residenti stranieri. Perché stabilizzarli e integrarli? Perché solo così essi possono contribuire appieno e stabilmente  al funzionamento  non solo della nostra economia ma anche di numerose istituzioni sul territorio che sono minacciate seriamente dal calo demografico particolarmente accentuato per i cittadini italiani. Un esempio: cittadini stabilizzati sarebbero più inclini ad acquistare immobili contribuendo a rivitalizzare aree e comunità che altrimenti sono destinate alla cancellazione.  In gran parte d’Italia abbiamo piccoli e medi comuni che stanno soffrendo un calo drammatico di residenti italiani sia per ragioni demografiche che per  una fuga verso le aree urbane. In questi comuni il valore degli immobili è ormai bassissimo. Non solo, a causa della riduzione dei residenti e del calo delle nascite, comuni e regioni non possono più permettersi di fornire servizi come assistenza, istruzione e sanità, tenendo aperti uffici, scuole, ambulatori per numeri sempre più esigui e quindi con costi insostenibili.  Una accettabile rete di trasporti pubblici e qualche incentivo mirato insieme alla promessa di cittadinanza potrebbe fare da freno allo spopolamento di ampie aree con benefici per tutti.  Posto che riusciamo ad integrare i nuovi italiani. Soprattutto con buoni e inclusivi servizi di istruzione e senza mettere in concorrenza italiani e stranieri per  tutti i benefici del welfare locale.

In secondo luogo occorre evitare di cadere in una spirale demografica squilibrata. Un esempio di questa è la  Siria che nel 1945 ha una popolazione in larga maggioranza cristiana, che, complice le diverse dinamiche demografiche di cristiani e musulmani, si trasforma nel corso dei decenni successivi in minoranza via via più debole sul piano politico e culturale.  Se questa prospettiva è ritenuta poco augurabile, occorre promuovere la cultura della famiglia e della natalità della quale hanno bisogno gli italiani e che i migranti già possiedono. Sembrano slogan vecchio stile ma non lo sono se le politiche sono declinate nelle forme meno invasive. Per fare questo ci vengono in aiuto le teorie del premio Nobel Thaler e di Sunstein. I quali ci dicono che per indurre comportamenti positivi due strade sono percorribili. La prima fa parte del cosiddetto paternalismo libertario con il quale si lasciano gli individui liberi nelle loro scelte ma attraverso piccoli suggerimenti o  “spintarelle”  si cerca di indurre scelte che giovino agli individui e alla collettività. In questo senso piccoli incentivi ben congegnati e sparsi in vari settori, da quello fiscale, a quello abitativo, a quello sul mercato del lavoro possono essere “spintarelle” quasi invisibili per famiglia e natività.

 In secondo luogo occorre trasmettere messaggi che abbiano un carattere “positivo”. In questo il ruolo dei media pubblici (qui si intende RAI che i cittadini pagano con una tassa) potrebbe essere di grande aiuto per spingere gli individui a comportamenti più virtuosi.  Un esempio che viene da psicologia ed economia sperimentale. In due comunità analoghe vengono diffusi due messaggi diversi sulla raccolta differenziata dei rifiuti. Entrambe le comunità sono al 40%. Nella prima si comunica che “Moltissimi cittadini si impegnano nella raccolta differenziata e che quindi  i livelli sono buoni e attesi aumentare” Nella seconda si comunica “La raccolta differenziata è ancora su livelli insoddisfacenti perché molti cittadini non la fanno”. Dopo questi annunci nella prima comunità la raccolta differenziata cresce fortemente. Nella seconda diminuisce in maniera sostanziale. Questo perché gli individui tendono conformarsi ai comportamenti “apparentemente” prevalenti. Insomma per indurre comportamenti virtuosi occorre lanciare il messaggio che sono tanti quelli che adottano comportamenti virtuosi perché solo così si sollecita la tendenza a “seguire” presente nella stragrande parte della popolazione.  Messaggi come “i giovani sono senza futuro” sono non solo falsi ma inducono comportamenti negativi. Infinite fiction, di bassissima qualità, hanno come protagoniste famiglie in pezzi, figli  sbandati,  relazioni violente.   Tanti finiscono per credere che la maggior parte delle famiglie sia così. Ma ciò è falso. E induce comportamenti autodistruttivi in molti.

Insomma le politiche da adottare per affrontare i problemi dei migranti e del calo demografico  richiedono una architettura  efficace ma non facile da disegnare soprattutto se le forze politiche affrontano il problema con l’accetta piuttosto che con una discussione civile e volta a risolvere i problemi con un occhio al lungo termine.



[1] In diminuzione da 2.74 di due anni fa.  Si veda https://www.istat.it/it/files/2016/11/Statistica-report-Nati.pdf;