Ultimo Aggiornamento:
03 dicembre 2022
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E ancora “Guernica”: dalla Ucraina con terrore

Raffaella Gherardi * - 16.03.2022
Picasso - Guernica

“Guernica” di Pablo Picasso è forse il quadro che più di ogni altro viene immediatamente in mente a ciascuno di noi quando immaginiamo di poter esprimere, in riferimento a una grande opera d’arte, l’orrore (e la condanna) delle guerre contemporanee, delle loro devastanti conseguenze e della trasformazione della violenza in qualcosa di totale e assoluto nell’era della tecnica. Non si farebbe certo molta fatica a reinterpretare ora “Guernica” attraverso la drammatica attualità della guerra di conquista scatenata da Putin in Ucraina, sulla base di un arsenale di armamenti fra i più potenti e devastanti del mondo.

Del resto la terribile dimostrazione di forza contro la popolazione civile, data attraverso il massiccio e vile bombardamento aereo della cittadina basca di Guernica (1937), che indusse Picasso a rappresentare così efficacemente tale orrore, non doveva certo rimanere un unicum nella storia successiva che da Guernica arriva fino a noi e che è segnata di tante e tante altre “Guernica”. E così la grande opera di Picasso dalle vette dell’arte è divenuta simbolo universale di denuncia contro la violenza cieca della guerra e in primo luogo delle guerre del presente che colpiscono allo stesso modo e indiscriminatamente un popolo fatto di donne, uomini, bambini, popolo contro il quale viene esercitato un terrore privo di ogni limite.

Testimone in prima persona di quanto successo nella “pacifica città di Guernica”, un sacerdote, Alberto Onaindia, descriveva “l’orrendo crimine” che si era svolto sotto i suoi occhi, crimine che egli definiva “inaudito, apocalittico”, in grado di scatenare un inferno “dantesco” al quale proprio nessuno era in grado di sfuggire. E così alla popolazione che, dopo le prime bombe, lascia le strade e si nasconde in rifugi e scantinati, rispondono “ondate di bombardieri con esplosivi seguiti da bombe incendiarie e infine velivoli leggeri che mitragliavano a ripetizione i disgraziati che intendevano fuggire per salvare le loro vite”.

Eppure, nella sua “Guernica”, così potentemente rappresentativa della brutalità della guerra e profondamente simbolica del grido di dolore che deve innalzarsi di fronte allo strazio che essa comporta e contro l’indifferenza delle coscienze, dell’invito a non voltarsi dall’altra parte, Picasso lascia forse qualche tenue segno di speranza che, nonostante tutto, non muore: nella lampadina che ancora continua a irradiare una tenue luce dall’alto, nel piccolo fiore, stretto nel pugno di un soldato che (senza alcuna traccia di antico eroismo, viene rappresentato a terra, anch’egli caduto sotto il bombardamento) tiene in mano il frammento di una spada spezzata. È un fiore che resiste alla furia della distruzione, ai massacri, alle fiamme, alla paura. Si tratta dell’omaggio da parte di Picasso alla resistenza (forse con un termine oggi di moda potremmo forse fare appello alla “resilienza”) del popolo a cui egli stesso appartiene? E non è in effetti senza significato che egli regali la sua opera alla Spagna, a condizione però che effettivamente essa vi sia trasportata soltanto quando la sua patria si sarà liberata dal regime di Franco e avrà riconquistato la democrazia.

E ora, di fronte a un popolo sovrano quale quello ucraino che vuole legittimamente difendere se stesso e la sua democrazia contro l’aggressione decretata da un autocrate che si fa beffe di ogni regola del diritto internazionale, noi, cittadine e cittadini delle odierne democrazie costituzionali, ( e di un’Europa che fa del rispetto dei diritti umani e del valore della pace, la ragione stessa della sua esistenza) non possiamo davvero chiederci “per chi suona la campana”. Essa suona per tutti noi.

 

 

 

 

* Professore dell’alma Mater – Università di Bologna