Ultimo Aggiornamento:
01 ottobre 2022
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Chirurgia di guerra, guerra chirurgica, dignità umana

Francesco Domenico Capizzi * - 12.03.2022
Chirurgia di guerra

Francesco Durante, docente di Chirurgia generale nell’Università di Roma, nell’approssimarsi della guerra, poi divenuta la prima mondiale, avvertì l’opportunità di dettare una serie di lezioni teorico-pratiche di “Chirurgia di guerra”: il clima politico internazionale già arroventato s’era impennato per i fatti di Sarajevo mentre gli Imperi centrali preparavano giù da tempo il ricorso alle armi e le “arti chirurgiche” dovevano mantenersi aggiornate sulle conseguenze lesive inferte dalle nuove tecnologie militari. Ad esemplare modello clinico si prestava l’abbondante crescente casistica di politraumi fornita dalla fiorente industrializzazione.

Configurato l’ospedale da campo, la sua essenziale organizzazione paramilitare, simpatetica a questa branca della Medicina, la prevedibile attività operatoria estesa ad ogni regione anatomica ed apparato, il docente-chirurgo impartiva insegnamenti su buona pratica clinica e destrezza nelle molteplici tecniche operatorie, anche a fronte di improvvise ondate di feriti e moribondi dopo scontri all’arma bianca, scoppi e bombardamenti. Raccomandava di privilegiare nelle cure “coloro che potevano farcela”: sarebbe risultato un grave errore impegnare risorse umane e materiali in procedure estenuanti che difficilmente avrebbero garantito la sopravvivenza della persona gravemente ferita. Sostanzialmente, il discrimine dettato dall’emergenza rovesciava drammaticamente l’imperante principio clinico, e di buon senso comune, di trattare subito le persone più gravi e di cercare di rendere stabili le condizioni generali i meno gravi in attesa del proprio turno.

Nel primo conflitto mondiale perirono oltre 70 milioni di persone, in netta maggioranza civili, senza contare i menomati psico-fisici e le tante ragazze che non trovarono giovani con i quali sposarsi. In Vietnam persero la vita quasi 4 milioni fra soldati e, in netta prevalenza, civili. Un calcolo approssimativo fa assommare ad oltre 190 milioni i decessi, in netta maggioranza civili, per guerre e conseguenze socio-sanitarie (nove volte superiori) nel corso del XX secolo. Da aggiungere che in assenza di conflitti armati nel periodo 1970-2014 il prodotto interno lordo globale avrebbe subito il rialzo del 12% (Ufficio Albo d’oro del Ministero della difesa; Journal peace research; British medical journal).

Poi si affaccia l’idea, ben propagandata, della “guerra chirurgica”, quasi umanizzata e riguardevole verso popolazioni e strutture civili, più volte proclamata e, secondo le intenzioni, praticata. L’intento evoca l’arte ippocratica, la confortante pulizia asettica della sala operatoria, la precisione e la volontà di risanare e guarire l’intero organismo socio-politico avversato dal male indovato esattamente in quel circoscritto punto nevralgico che giustifica la manovra aggressiva così resa esangue.

Ma, che cosa si può trovare di “chirurgico” nelle guerre di Afghanistan, Serbia, Iraq, Libia, Siria e in tanti focolai di guerra che continuano a bruciare?  E quanto l’azione chirurgica potrà limitare i danni provocati da proiettili e schegge che appositamente si deformano, si frammentano dentro il corpo trasportandovi pezzi di indumenti, pelle ed ossa strappati e frantumati nell’impatto tremendo, ruotanti vorticosamente su sé stessi e fuoruscendone straziando e infettando tessuti e organi? E che dire degli effetti delle “mine antiuomo”, sparse non tanto per uccidere ma per provocare amputazioni vistose e miserevoli che devono incutere monito e timore agli illesi, resi attoniti come per i segni indelebili che restano nelle persone sottoposte a torture? E delle “bombe giocattolo” che giacciono allegre sui prati, allettanti?

La verità, fin troppo ovvia, è che ogni forma di ostilità orientata verso azioni militari possiede l’unico intento di piegare il nemico con la forza delle armi, accantonando la forza della ragione, e umiliarlo e sconfiggerlo fino al suo annientamento psicologico e fisico.  La verità è che neppure la “guerra chirurgica”, in tante occasioni praticata e rivelatasi fallimentare, può essere ritenuta lo strumento adatto per risparmiare sofferenze e distruzioni puntando, pur nelle intenzioni, su obbiettivi militari sensibili.

L’unica soluzione davvero “chirurgica”, adottabile dalla Comunità internazionale a qualsiasi livello, consiste in un gesto dal carattere eversivo: il taglio netto del cordone ombelicale che connette azioni di guerra a poteri oligarchici, alla centralità dominante della finanza - cui corrisponde la crescente marginalità e umiliazione della dignità umana riaffermata sempre in Carte costituzionali e Trattati internazionali - e alla produzione continua esponenziale di armamenti sempre maggiormente orrifici. Questa operazione chirurgica, anche fuori da recinti precostituiti, è basata sulla consapevolezza che la Comunità degli esseri umani, Casa unica di tutti i popoli e delle persone nelle diversità culturali, etniche e socio-economiche, potrà soltanto reggersi e progredire sulla condivisione e la solidarietà asimmetrica e generosa di tutte le Nazioni.

 

 

 

 

* Già docente di Chirurgia generale nell’Università di Bologna e direttore delle Chirurgie generali degli Ospedali Bellaria e Maggiore di Bologna