Ultimo Aggiornamento:
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Qualità vo cercando. De-meritocrazia e ope legis uccidono la scienza, impoveriscono il paese (e annientano una generazione)

Marco Mondini * - 03.06.2014
De-meritocrazia

Non è un paese per meritevoli


La recente presentazione del rapporto ISTAT 2014 ha sollevato la consueta ondata di gemiti ed alti lai sul destino di una nazione che sta diventando sempre di più un deserto di talenti e cervelli. Negli ultimi cinque anni, quasi centomila “giovani” in età lavorativa (fino a 34 anni) hanno lasciato l’Italia in cerca di miglior fortuna all’estero: una parte rilevante di costoro (il 25% degli emigrati nel solo anno di rilevamento 2012) è costituita da personale altamente qualificato, in possesso di una laurea o di un titolo post-lauream. Il rapporto ISTAT non restituisce i dati storici raffinati dell’emigrazione intellettuale, ma se si considera che il flusso di espatri da parte della “generazione del dottorato” è un dato consolidato ormai da almeno un decennio, e che ciò incide su un paese già povero in termini di qualificazione scientifica, la conclusione è ben triste. La penisola sta venendo abbandonata, e proprio da quelle intelligenze che servirebbero a renderla un posto migliore in cui vivere.

 

Qual è l’origine della straordinaria capacità del Bel Paese di mettere in fuga i suoi talenti? Una buona spiegazione si può ritrovare probabilmente nell’incapacità congenita di convivere con due principi come “selezione” e “merito”. Familismo e clientelismo partitico sono tumori che ammorbano l’intero mercato del lavoro, ma proprio nel sistema della formazione essi hanno trovato negli ultimi decenni un’applicazione sistematica. La de-meritocrazia è stata una regola coerentemente perseguita nel tempo, anche se schematizzando si potrebbe sostenere che l’università italiana si è suicidata in due grandi stagioni: nel 1982 (con un’ope legis esplicita) e negli anni Novanta (con un’ope legis implicita). Nel primo caso vennero stabilizzati nel neonato ruolo di ricercatore e come associati alcune decine di migliaia di assistenti, borsisti e perfezionandi. Nel secondo (i cosiddetti concorsi Berlinguer), si assistette ad una promozione in massa le cui conseguenze sulla sostenibilità del corpo docenti erano ampiamente prevedibili. Nel 1999 i professori ordinari in Italia erano 13.000, sei anni più tardi 19.000. Naturalmente, molti (certo non tutti) tra coloro che divennero professori in quegli anni se lo meritavano. Ma questa alluvione di nomine annullò di fatto la possibilità di ingresso e di carriera di quanti non avevano avuto la fortuna (per età) di far parte della grande infornata. Cose che capitano, ma capitano solo in Italia. 

 

Promozioni in massa o selezione?


La grande valanga del todos caballeros ha creato l’università che conosciamo: invecchiata, provinciale, poco competitiva sullo scenario della ricerca internazionale. Va da sé che la colpa è anche di un sottofinanziamento cronico, ma l’immissione in massa di decine di migliaia di ricercatori e docenti senza una rigorosa selezione (e senza nessun meccanismo di valutazione post nomina) ha prodotto più danni di molti ministri. E pare che la storia si stia ripetendo.

 

Uno dei pochi elementi positivi emersi dai cataclismi delle ultime riforme universitarie, è stata l’esigenza di un sistema di valutazione centralizzata e costante. Creare un ente nazionale competente per verificare il possesso di alcuni requisiti minimi (il principio dell’Abilitazione Scientifica Nazionale) ha rappresentato l’adeguamento ad una elementare norma di buon senso (rispettata in tutta Europa, sia pure con diversi sistemi) e uno strumento per sottrarsi allo strapotere delle clientele locali. L’abilitazione non è un concorso: non garantisce un posto, ma certifica che chi la ottiene ha le capacità per candidarsi ad una posizione. Può sembrare poco, e l’ASN non è certo immune da difetti: ma è quel poco che avrebbe garantito all’università dei decenni scorsi di non assumere molti mediocri, portaborse e dilettanti allo sbaraglio distinti solo dall’incrollabile devozione per (o parentela con) un potente barone accademico.

 

Basta questo per allontanare l’incubo di altre promozioni di massa? Una volta conclusa la prima tornata dell’abilitazione, i dipartimenti universitari si sono impegnati nel bandire un consistente numero di concorsi da associato, alcuni riservati alla promozione per strutturati interni, alcuni teoricamente aperti agli “esterni”. Sarebbe già qualcosa, se, di fatto, i dipartimenti non fossero estremamente motivati a promuovere comunque personale già strutturato, che costa relativamente poco, piuttosto che ad assumere candidati non di ruolo, che costano molto di più. Si aggiunga che le posizioni da ricercatore a tempo determinato, previste come primo gradino della carriera accademica, non sono mai decollate. Nel corso del 2013, con la riforma a regime, sono state banditi in tutta Italia poco più di 500 posti da ricercatore di tipo A (tre anni, rinnovabili per altri due) e appena 130 posti di tipo B, di durata triennale: quest’ultimo è l’unico a consentire accesso, previo un giudizio positivo del dipartimento, al ruolo di associato. Semplificando: per molti motivi, le università stanno promuovendo in massa i vecchi ricercatori, escludendo precari e “giovani”. Ancora una volta, a prescindere dal merito, chi è dentro è dentro, e chi è fuori è fuori.

 

 

 

* Ricercatore fondazione Bruno Kessler - Professore a contratto Università di Padova.