Ultimo Aggiornamento:
28 gennaio 2023
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La concretezza dei simboli. Parole e gesti di un gesuita diventato papa.

Claudio Ferlan * - 03.06.2014
Bergoglio, Skorka e Abboud

Non si spegne l’eco del viaggio di Francesco in Terra Santa, anche perché il prossimo 8 giugno saremo testimoni di una prima sua conseguenza concreta, l’incontro di preghiera in Vaticano con i presidenti di Israele, Shimon Peres, e Palestina, Abu Mazen. Proprio la mancanza di consistenza è una delle accuse che più di frequente vengono mosse a Bergoglio, secondo alcuni molto abile nella comunicazione ma tutto sommato poco mobile nel percorso di rinnovamento della Chiesa che potrebbe avere, secondo i critici, solo formalmente avviato. Sono obiezioni comprensibili ma che rischiano forse di non tenere pienamente conto del contesto entro il quale un papa, e quello regnante in particolare, si muove.

 

L’identità gesuitica


Prima di tutto, non possiamo pensare che le parole, la preghiera e i gesti siano vuoti di significato, specie per un gesuita. Il progetto di Ignazio di Loyola nel dare origine alla Compagnia di Gesù metteva l’accento sulla necessità, per il gesuita, di vivere un’esperienza spirituale che prendesse ispirazione dalla realtà e che, attraverso l’esercizio della preghiera, acquisisse forma e si traducesse in azione. Discernimento, lo chiamava, e chiedeva ai suoi di essere “contemplativi nell’azione”. Il che non significa certo andare a casaccio, ma essere disposti al confronto e alla mediazione. È questo un atteggiamento che all’ordine di Ignazio è costato cattiva fama, accuse di camaleontismo e persino la soppressione (1773-1814). Se teniamo conto dello spirito ignaziano, vediamo che Francesco rivela pienamente la sua identità gesuitica, si pensi alla sua abitudine di deviare dai testi scritti per parlare a braccio (lasciandosi ispirare, appunto, dalla realtà del momento) o alla sua dichiarazione secondo la quale i gesti più autentici sono quelli che non si pensano (il bacio ai sopravvissuti dell’olocausto, quello scambiato con Bartolomeo davanti al Santo Sepolcro). È difficile pensare che questi segni non vadano considerati come azioni. C’è un momento simbolico a spiegarlo: l’abbraccio con il rabbino Abraham Skorka e l’esponente musulmano Omar Abboud davanti al muro che separa Palestina e Israele. Skorka lo racconta come un abbraccio molto emozionato, “all’argentina” lo ha definito, nel quale ogni protocollo è stato lasciato da parte per lasciare briglia sciolta al sentimento. “Ce l’abbiamo fatta”, ha detto il rabbino ai due amici mentre si stringevano. È un abbraccio che simboleggia un traguardo, raggiunto a partire dalle fondamenta di un dialogo religioso iniziato a Buenos Aires. È un’azione.

 

La preghiera


Non è certo da catalogare tra i gesti spontanei l’invito ai presidenti di Israele e Palestina a pregare in Vaticano. Bergoglio ha lavorato molto per ottenere la realizzazione di questo progetto, inattuabile in Terra Santa per ovvi motivi. Non sarà un incontro dal quale misticamente emergerà la soluzione delle differenze tra i due Paesi da tanto tempo in guerra. Si spera però che riesca a creare un’immagine significativa per tutti, non solo per le parti in conflitto, una presa di posizione a favore della pace. Sarà una preghiera, un modo di stare assieme ciascuno nel rispetto della propria identità. È un’azione, non possiamo definirla diversamente. È stato detto che un semplice momento di orazione significhi poco, ma non è realistico pretendere da un papa di non riporre fiducia proprio nella preghiera. Lo ha scritto molto chiaramente anche il Time: l’incontro potrebbe favorire un nuovo atteggiamento mentale, la religione si ricandida a svolgere un ruolo di guida nella soluzione di questioni politiche difficili, come è riuscita a fare con uomini come Gandhi, Martin Luther King e Giovanni Paolo II. A proposito di preghiera, non dobbiamo dimenticare poi come Francesco si sia presentato al popolo dei propri fedeli subito dopo l’elezione, chiedendo di intercedere per lui, richiesta che si ripete con frequenza in ogni suo colloquio pubblico.

 

Un altro dialogo


L’incontro del prossimo 8 giugno rischia di far passare in secondo piano l’altra grande opportunità di dialogo concretizzatasi nel viaggio in Terra Santa, quello con il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo. Anche qui i gesti sono stati importanti e densi di significato, ma altrettanto rilevanti sono state le parole pronunciate da Francesco durante la conferenza stampa sull’aereo e dopo il ritorno a Roma. Ha chiesto perdono per la divisione, ha suggerito possibili punti in comune sui quali costruire un percorso di unità. E ha identificato una questione che preoccupa molto sia Bartolomeo, sia lui, ha detto. È il problema ecologico, il tema sul quale da tempo si dice sia in preparazione un’enciclica. Se dovesse essere, ipotizziamo, un documento congiunto di due Chiese, non sarebbe certo un fatto di poco conto. Rischierebbero addirittura di essere ascoltati.

 

 

 

* Ricercatore Fondazione Bruno Kessler – Istituto Storico Italo-Germanico