Ultimo Aggiornamento:
24 febbraio 2024
Iscriviti al nostro Feed RSS

Corsi e ricorsi storici? I rischi di Renzi

Paolo Pombeni - 07.04.2016
Gianni Cuperlo e Roberto Speranza

Ad osservare quel che sta avvenendo sulla scena politica torna in mente la vicenda della cosiddetta “apertura a sinistra”, quando ad inizi anni Sessanta si riuscì finalmente a realizzare la possibilità di una coalizione di governo a guida DC in cui fossero presenti i socialisti.

La storia di allora ci ricorda che, dopo un fuoco di sbarramento lungo ed ostinato che vide uniti vertici della gerarchia cattolica dell’epoca, forze del capitalismo italiano, conservatorismi di varia matrice ed identità, si riuscì finalmente nel dicembre 1963 a varare il primo “centrosinistra organico” guidato da Aldo Moro. Durò pochissimo: il 25 giugno 1964 il governò andò sotto per soli 7 voti su una norma poco più che simbolica (un finanziamento alle scuole private per una cifra modesta).  Prima c’era stato tutto un fuoco di fila che aveva visto dalla scissione della sinistra socialista che andò a fondare il PSIUP alla famosa lettera di Colombo ministro del Tesoro e Carli governatore di Bankitalia sui rischi economici della situazione. Non mancò infine il famoso “rumor di sciabole” denunciato da Nenni in margine alle manovre del gen. Di Lorenzo.

Certo alla fine Moro successe a sé stesso il 22 luglio e formalmente restò un governo di centrosinistra, ma come Moro scrisse in un memoriale steso nel 1978 dal carcere delle BR “da quel momento il centro-sinistra si riduceva a centrismo aggiornato”.

Le analogie storiche sono materia scivolosa e spesso si rivelano fuorvianti, ma insomma ci sembra che per certi versi sia oggi qualcosa di simile ciò che si cerca di preparare per Renzi. Certo Lelio Basso aveva una statura un po’ più solida di Cuperlo e Speranza, oggi Bankitalia e Padoan sono altra cosa, il capitalismo italiano è piuttosto cambiato, ma soprattutto non c’è sullo sfondo una attesa di grande sviluppo come in fondo c’era nei primi anni Sessanta (anche se si parlava allora di una crisi congiunturale). Tuttavia l’assalto a Renzi si sviluppa ogni giorno di più e la cosa più pericolosa non è certo D’Alema che nel salotto della Gruber in modo sprezzante accusa il premier di essere sprezzante (il che è davvero un discreto spettacolino).

L’obiettivo evidente è quello di creare un clima di eccitazione pubblica in cui invischiare i passaggi istituzionali a cui stiamo andando incontro. La lista è nota: si comincia con il più che ambiguo referendum sulle trivelle (un quesito poco chiaro per un problema che certo non si risolverà se l’esito dovesse essere favorevole ai proponenti); si passa poi ad una fra le più confuse tornate di elezioni amministrative, dove a Roma si sta giungendo al punto di un centrodestra che forse cambia candidati a due mesi dal voto e un PD in cui alcune componenti sabotano il candidato del partito incuranti del rischio di consegnare la città ai Cinque Stelle pur di far dispetto a Renzi.

Infine ci sarà il referendum istituzionale, che è il vero banco di prova di tutta l’operazione. Renzi l’ha capito da tempo e per questo ha deciso di costringere gli avversari a giocare a carte scoperte mettendo in chiaro che più che ad una ipotetica difesa della attuale carta costituzionale sono interessati a farlo cadere con tutta l’innovazione che, nel bene e nel male, la sua venuta ha rappresentato.

Sino a non molto tempo fa il premier era convinto che questa partita non presentasse grandi rischi, perché il paese non sembrava proprio propenso a ripiombare nella melina della governabilità introvabile. Oggi la situazione è meno limpida. Non perché nel paese ci sia una gran voglia di finire in quel modo, ma perché in una competizione in cui si dubita si realizzi una partecipazione di massa è troppo facile che in una minoranza di votanti prevalgano coloro che si fanno irretire dalle narrative alla moda.

Ora se fino a poco tempo fa la narrativa vincente poteva essere senza dubbio quella di un governo nuovo che aveva dato la sveglia a una politica sonnolenta e involuta, oggi quelle convinzioni si stanno affievolendo. Non è un caso che si tenti di rinverdire la narrativa marca Tangentopoli, quella che descrive un paese ultracorrotto che può essere salvato solo mandando tutti a casa. In un contesto come il nostro dove sono quasi endemici i disastri prodotti da un’etica pubblica quando non assente, debole, da sistemi di occupazione dei vari poteri che hanno favorito per decenni l’emergere di incompetenti e faccendieri di varia risma, da una classe politica che ai vecchi e logori professionisti ha sostituito le maschere della commedia dell’arte dei talk show, ravvivare il fuoco che cova sotto la cenere non è un’impresa che richieda grandi sforzi.

Renzi appare un po’ troppo disinvolto nel disconoscere un cambiamento di clima, che al momento non è così radicale come si illudono sia i suoi avversari, ma che indubbiamente qualche problema lo può porre. Soprattutto il logoramento può aggravarsi se il segretario premier non mette in campo antidoti che debbono andare oltre la fiducia nelle sue personali doti di grande affabulatore. Il tempo del racconto che sfrutta le aspettative su una svolta nella situazione si sta esaurendo e Renzi ha bisogno di dimostrare che è un leader che ha un seguito forte nella società, qualcosa di più e di diverso dai tributi polemici riservati alla celebrazione dei Marchionne di turno.