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22 luglio 2026
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Settant’anni fa, all’altro capo del mondo (1° parte)

Guido Samarani * - 12.12.2015
The China Critic

Settant’anni dopo, il 1945 è ricordato come un anno straordinario quanto drammatico sotto molti punti di vista: la fine della Seconda guerra mondiale, le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, la Conferenza di Yalta, la nascita dell’ONU, la scomparsa di Franklin D.Roosevelt e di Benito Mussolini, per citare solo alcuni eventi significativi. Fu altresì l’anno, in Cina, della fine della lunga e sanguinosa guerra di resistenza contro l’aggressione giapponese, ma più in generale in Asia della proclamazione dell’indipendenza del Vietnam da parte di Ho Chi Minh, della divisione della penisola coreana  e dell’avvio dell’occupazione statunitense del Giappone sotto il comando del Generale MacArthur.

Tuttavia altri fatti meno noti, dimenticati o anche semplicemente sconosciuti segnarono quell’anno 1945 per la Cina, restituendo oggi al meglio la drammaticità del periodo.

 

The China Critic e l’elogio della bomba atomica

 

Il 23 agosto 1945, otto giorni dopo la resa ufficiale da parte del Giappone, riprendeva le proprie pubblicazioni, dopo quasi cinque anni di silenzio, The China Critic, considerato il più antico (o uno dei più antichi) periodici cinesi pubblicato in lingua inglese e gestito e pubblicato da Cinesi. The China Critic, che avrebbe cessato definitivamente la propria attività solo pochi mesi dopo, a fine 1945, era nata nel 1928 a Shanghai, in consonanza con l’avvio del processo di unificazione del paese sotto la guida di Chiang Kai-shek (Governo di Nanchino, dal nome della città scelta come nuova capitale): la sua vita aveva per certi aspetti accompagnato, nel bene e nel male, i difficili anni di Nanchino e si era arrestata nel 1940, quando l’occupazione giapponese aveva di fatto reso impossibile la continuazione dell’attività editoriale.

Nel numero di apertura del 23 agosto spiccava un breve ma appassionato articolo a firma di Gui Zhongshu (?-?): formatosi nello studio dei classici ma allo stesso tempo educato secondo i princìpi occidentali, Gui era stato sin dagli inizi una delle anime della rivista e nel 1945 era tornato a guidarne la redazione. Nell’articolo, intitolato significativamente  “Merciful killing” (Un’uccisione misericordiosa), Gui sosteneva che lo scoppio delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki aveva certo causato tante vittime ma ne aveva risparmiate molte di più, visto che in pochi giorni la guerra era finita. Egli paragonava tale evento a quello relativo all’ultimo Imperatore della dinastia Ming il quale, quando le avanguardie delle truppe nemiche (i Mancesi) si stavano ormai avvicinando a Pechino (XVII secolo), decise di uccidere la propria figlia in modo da impedire che fosse disonorata una volta che fosse caduta nelle mani del nemico. “In casi come questi ed altri ancora  – scriveva Gui – l’atto di uccidere può apparire crudele ma il fine ultimo è misericordioso”.

Scagliandosi poi contro i “politicanti da salotto e i pacifisti” che avevano denunciato l’uso delle bombe atomiche come disumano, Gui denunciava la guerra ma allo stesso tempo riaffermava come egli ritenesse che tali bombe fossero lo strumento più concreto per porre fine proprio alla guerra e così concludeva:

Sappiamo che nei casi di gravi avvelenamenti del sangue è assolutamente necessario, oltre che auspicabile, amputare le parti colpite. Il mondo oggi, con il miglioramento delle comunicazioni, va visto come un’unica singola entità politica, di cui il Giappone costituisce una parte. Distruggendo una piccola isola ed un porto in Giappone, come due punta delle dita in un corpo umano, le bombe atomiche hanno salvato non solo il resto del mondo ma una larga parte del Giappone stesso. Quale altro modo di agire potrebbe essere definito più misericordioso?

 

 

 

 

* Professore Ordinario di storia della Cina all’Università “Ca’ Foscari” di Venezia