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13 novembre 2019
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Comunali, l'importanza dei candidati sindaci

Luca Tentoni - 28.05.2016
Elezioni amministrative 5 giugno 2016

Uno fra gli elementi più importanti della campagna elettorale comunale (forse quello decisivo) è rappresentato dalla capacità del singolo candidato di "trainare" la propria coalizione - cioè di conquistare consensi personali che non andrebbero ai partiti alleati – e "catturarne" altri (grazie alla possibilità del "voto disgiunto") in campo avversario. Si può dire che quella per i comuni è una competizione "a cerchi concentrici": in quello più piccolo c'è la lotta fra le liste, mentre in quello più ampio c'è quella fra candidati sindaci. Quest'ultimo cerchio è più vasto perchè mentre il voto di lista va automaticamente al candidato sindaco, il solo voto al sindaco non va alle liste collegate. Alle ultime comunali, il 7,3% dell'elettorato (corrispondente al 12,8% dei voti validamente espressi) non ha votato per i partiti, ma solo per il sindaco. Si tratta di una percentuale che - nelle sette città chiamate al voto del 5 e 19 giugno - è stata del 7,7% sugli aventi diritto anche in occasione delle elezioni regionali: segno che in tutte le occasioni nelle quali l'elettore può dare un voto alla persona e non al partito c'è una quota stabile di cittadini che si avvale di questa facoltà. Si tratta di un possibile valore aggiunto, forse anche in termini di affluenza alle urne. La personalizzazione, dunque, è un tratto caratteristico e dominante nella competizione per la conquista dei comuni. Lo sarà anche stavolta? La storia della Seconda Repubblica sembra costituire un ottimo precedente a favore del voto al solo sindaco. Nel periodo 1993-'97 - quando il nuovo sistema elettorale fu introdotto e sperimentato - il numero dei voti ai soli candidati sindaci superò del 20,9%, nelle sette città ora al voto (Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, Cagliari, Trieste) i suffragi espressi ai soli partiti: lo scarto ammontò a circa novecentomila voti. Nella tornata 1997-'99 la percentuale scese al 18,1%, per poi attestarsi al 19% nel periodo 2001-'04. Dalla seconda metà dello scorso decennio, però, la quota di voti ai soli sindaci è drasticamente diminuita, passando al 10,5% nel 2006-'09 e risalendo al 12,8% del 2011-'13. In termini assoluti (sul totale degli aventi diritto al voto) i suffragi espressi nel 2011-'13 al solo sindaco sono compresi fra il 6,2% e il 7,8% in ben sei delle sette città al voto (a Trieste si è arrivati, nel 2011, all'11,2%). Sui voti validi, invece, la differenza è più marcata da città a città: a fronte del 12,8% medio (2011-'13) abbiamo il 15,3% a Roma, il 9,4% a Milano, l'11,2% a Torino, il 12,1% a Napoli, il 10,1% a Bologna, il 9,5% a Cagliari e il 24% a Trieste. Scegliere un buon aspirante sindaco, dunque, è fondamentale. Il "candidato perfetto" è chi sa ottenere più voti del suo elettorato tradizionale e sa conquistare la gran parte di chi, avendo votato per i candidati esclusi al primo turno, deve decidere se disertare le urne o meno e - in quest'ultimo caso - chi scegliere al ballottaggio. Se proprio non si riesce a vincere al primo turno (eventualità che nelle sette città si è realizzata in 14 casi su 36, spesso con la conferma dei sindaci uscenti), al secondo bisogna quasi cominciare da capo. Nella storia dei 22 ballottaggi, ben nove candidati su 44 hanno ottenuto meno voti al secondo turno che al primo, quindi nulla può essere considerato scontato. Gli aspiranti sindaci, dunque, possono essere un valore aggiunto o una zavorra troppo pesante, tale da affondare una coalizione competitiva. Poichè la persona conta, una buona scelta è già un vantaggio nei confronti degli avversari. Ci sono poi tendenze consolidate nella Seconda Repubblica, come quella che vede i candidati di centrosinistra e di sinistra ottenere una percentuale di voti maggiore rispetto alle liste collegate, al contrario di quanto è avvenuto di solito per quelli di centrodestra. Restando ai due poli principali si può notare che il centrosinistra ha avuto mediamente - al primo turno - il 5% in più dei voti per i sindaci rispetto alle liste, mentre il centrodestra ha conseguito il 6% in meno. In altre parole, se su 100 voti ai partiti il centrodestra ne prendeva - poniamo - 40 e il centrosinistra altrettanti, su 100 voti espressi solo per i sindaci i candidati della CDL ne conquistavano 34 e quelli dell'Unione 45. A Roma, nel 2013, Marino (centrosinistra) ha ottenuto al primo turno il 42,8% dei voti ai soli candidati sindaci, contro il 22,2% di Alemanno (centrodestra), il 18,7% di Marchini e il 10,3% del candidato del M5S. A livello di liste, invece, le rispettive percentuali sono state pari al 42,6%, 31,7%, 7,8% e 12,8%. Una differenza notevole si è avuta anche a Milano nel 2011 (Pisapia 55,6% voti al sindaco, 47,3% alle liste; Moratti, 25,4% e 43,3%) per non parlare dei casi di Napoli (De Magistris) e Cagliari (Zedda) dove il numero dei voti raccolti è stato persino superiore allo scarto fra i voti validamente espressi e quelli ai soli sindaci, segno che quei candidati non solo hanno avuto molti voti personali, ma hanno anche beneficiato di un fortissimo voto disgiunto da parte di elettori di altre coalizioni. Come accennavamo, ci sono aree politiche che esprimono di solito candidati più capaci di "trainare" la propria alleanza. Il centrosinistra, ad esempio (soprattutto dal '97 in poi, quando le coalizioni si sono "assestate") ha avuto più voti per i sindaci che per le liste in 25 casi su 35, mentre al centrodestra è accaduto in 14 casi su 32. Nelle 36 votazioni comunali del periodo 1993-2013 prese in considerazione, i candidati primi classificati al primo turno sono stati per 25 volte di sinistra o centrosinistra (fra i quali 9 eletti senza dover ricorrere al ballottaggio) e per 11 volte di destra (Lega, MSI) o centrodestra (di cui 5 eletti subito). Nel complesso delle competizioni, il centrosinistra e la sinistra hanno avuto 24 sindaci eletti fra primo e secondo turno contro 12 della destra e del centrodestra. In media, i candidati sindaci di tutti i partiti, nel periodo 1993-2013 hanno avuto il 16,1% dei voti in più (in valore assoluto) delle rispettive liste. In altre parole, hanno saputo aggregare consenso oltre l'elettorato tradizionale. Analogamente, i candidati giunti al ballottaggio hanno avuto in media il 17,7% dei voti in più rispetto a quelli che avevano ottenuto al primo turno, confermando di essere in grado di intercettare parte dei consensi degli esclusi. I suffragi in valore assoluto ai candidati sindaci del primo turno sono stati però inferiori del 6,7% (periodo 1993-2013) rispetto a quelli raccolti dai due in lizza al ballottaggio. Su cento voti ottenuti al primo turno da tutti i candidati, 85,33 erano dei due giunti al secondo, dove questi ultimi hanno in media ottenuto 93,29 voti. In altre parole, la dispersione di voto ai candidati sindaci è stata molto limitata da due fattori: al primo turno, da quello che nel precedente articolo per Mentepolitica abbiamo definito "bipolarismo comunale"; al secondo, dalla capacità degli aspiranti sindaci di farsi votare da chi aveva scelto un candidato diverso (una logica che in parte è di "minor male" e in altra parte di "second best" rispetto al proprio beniamino bocciato al primo turno). Non sempre, tuttavia, l'operazione di allargamento del consenso è riuscita ai candidati rimasti in lizza: se dividiamo in fasce la variazione percentuale dei voti fra primo e secondo turno, notiamo che in 2 casi c'è stato un calo, in 6 l'incremento è stato inferiore al 10%, in 2 è stato fra il 10 e il 20%, in 4 fra il 20 e il 30% e nei restanti 8 oltre il 30%. Solo in una occasione su ventidue, infine, i due candidati sindaci giunti in ballottaggio (Roma 1993: Rutelli e Fini) hanno avuto più voti (1.799.989 contro 1.726.730) di tutti i candidati sindaci del primo turno. Si tratta di un record insuperato e verosimilmente non raggiungibile nella tornata elettorale amministrativa del 5 e 19 giugno. Quella, del resto, fu un'occasione particolare, che diede l'avvio alla Seconda Repubblica. Il voto per Roma fu caratterizzato da un altro dato poco comune: l'affluenza al secondo turno (79,85%) fu maggiore rispetto a quella del primo (78,74%), con le schede bianche e nulle ridotte da 93.824 a 50.401 nel giro di due settimane, fra il 21 novembre e il 5 dicembre 1993.