Ultimo Aggiornamento:
18 novembre 2017
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Come comunica l’Isis: strategie di propaganda e indottrinamento

Francesca Del Vecchio * - 18.05.2016
Mujatweets

Dalla presa di Mosul, nell’estate del 2014, fino alle più recenti operazioni in Siria, abbiamo assistito allo spettacolo cruento di gole tagliate, di esseri umani bruciati vivi. Nonché ai proclami del califfo, al-Baghdadi, subendo, per lo più passivamente, i messaggi che l’Isis ha inviato al nemico occidentale. Nulla di più semplice, per lo Stato Islamico (Daesh in arabo) che utilizzare i media europei e statunitensi come cassa di risonanza per le proprie minacce e costruirsi una reputazione temibile. Ovviamente non è tutto: la propaganda islamica si plasma sulle esigenze del suo pubblico.

In primo luogo, va detto che quanto arriva sui nostri schermi o nei quotidiani è solo una parte, del tutto minoritaria, del complesso messaggio che lo Stato islamico veicola. Complesso perché, studi condotti in merito, hanno individuato, nella propaganda islamica, una costruzione stratificata.

A partire dalla dimensione locale, l’intento della comunicazione – i cui mezzi sono radio, pamphlet, volantini – è quello di avvicinare un pubblico non avvezzo ai social, raggiungibile anche con un semplice comizio di piazza. È una tecnica comunicativa che funziona in realtà geografiche limitrofe a quelle occupate dai jihadisti. Il messaggio di questa propaganda è del tutto diverso rispetto a quello cui siamo abituati: l’Isis garantisce ai futuri proseliti efficienza, quella stessa efficienza che un cittadino si aspetta dallo Stato.

La dimensione successiva è quella regionale: l’Isis estende il suo messaggio oltre i propri confini territoriali, anche in paesi non musulmani. In questa estensione, un ruolo importante è giocato dai social, che fungono da megafono: i mujatweets, ad esempio, – brevi video montati con tecniche raffinate da professionista – veicolano l’immagine di uno Stato sicuro e affidabile in cui i combattenti garantiscono risposte alle necessità della popolazione. Diffuso su scala regionale, questo genere di concetto, in cui ritorna l’obiettivo primario dell’Isis (essere percepito come uno Stato a tutti gli effetti ), ha il fine di invitare ad aderire all’Isis non solo per combattere, ma soprattutto per fornire la propria professionalità. I jihadisti cercano, infatti, medici, ingegneri, esperti di marketing e comunicazione. Non è da sottovalutare, in questa categoria comunicativa, il messaggio religioso che intendono trasmettere ai fedeli che vivono in Paesi laici: la rinuncia all’alcool e il rispetto di tutte le pratiche religiose non è sufficiente per essere buoni musulmani; è necessario abitare in un territorio che viva l’Islam come unica religione. Facendo leva sulla condizione spirituale del credente, la propaganda islamica attecchisce più agevolmente in paesi come la Tunisia, il Marocco.

Un terzo gradino è quello della dimensione globale, la più conosciuta e diffusa: quella dei tagliagole e dei kamikaze. Quella terrificante che – secondo quanto stabilito dai jihadisti – deve intimorire l’Occidente. In più, il genere di video proposto ai media occidentali, oltre ad accrescere quest’idea di crudeltà insensata e barbara, distoglie l’attenzione dal proselitismo sottile che lo Stato Islamico compie altrimenti. Resta, dunque, un problema irrisolto: il braccio di ferro tra mezzi d’informazione e Isis. Quanto più ampia è la visibilità che filmati cruenti hanno in Tv, tanto più l’offerta di nuovo materiale simile arriva dai terroristi. È una macchina che si autoalimenta. Serve ignorarli? A quanto pare no. Gli osservatori di questi fenomeni comunicativi hanno notato che, visto un cambio di strategia da parte dei giornali mondiali, Isis ha ridotto il tasso di violenza nei suoi proclami video. Ovvio, questo non vuol dire che abbiano smesso di mozzare teste e uccidere gli “infedeli”. La loro abilità sta proprio nel sapersi adattare alla domanda del consumatore che, su scala globale, è rappresentato dall’Occidente.

La sofisticatezza della strategia comunicativa jihadista non lascia nulla al caso. Fino a ora si è parlato di adattamento al pubblico di riferimento senza alcuna connotazione di genere. L’Isis ha pensato anche a differenziare il suo messaggio per rivolgersi alle donne. La propaganda femminile, del tutto sottovalutata nell’analisi del fenomeno jihadista, è strutturata quanto tutto l’intero impianto comunicativo: si rivolge a donne musulmane, senza però presentarle come figure sottomesse alla volontà maschile. Anzi. Il loro compito è realizzarsi come donne nella comunità di appartenenza, sposare un uomo valoroso all’interno dei territori dello Stato Islamico e allevare i futuri combattenti. Una propaganda che solletica le coscienze femminili nelle pieghe più delicate, risultando incredibilmente efficace: pare che, nella conta dei foreign fighters, un 20-30% sia composto da donne. C’è dell’altro. La brigata al-Khansa - dal nome di una poetessa araba cara a Maometto – riunisce una sessantina di agenti velate con funzioni di polizia. Il loro compito è di individuare le donne da punire per il loro comportamento «contrario all’Islam». Una sorta di “buon costume” in chador.

L’Isis, in conclusione, è un nuovo esempio di totalitarismo i cui fondamenti sono riassumibili in tre elementi: la violenza, l’indottrinamento e l’espansione territoriale. La sua natura cruenta ha rivelato, fin dall’inizio del fenomeno, un progetto socio-politico radicale, accompagnato. Però, da un’indole nichilista.

 

 

 

 

Francesca Del Vecchio, praticante giornalista. Collabora con Prima Comunicazione e ha collaborato con il canale all news Tg Com 24.