Ultimo Aggiornamento:
18 novembre 2017
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Clet e la polemica intorno all'opera di Henry Moore a Prato

Fernando Algaba Calderón * - 18.06.2015
Clet a Prato

Chi abbia visitato Firenze negli ultimi anni avrà avuto occasione di osservare dei particolarissimi segnali stradali: segnali di strada senza uscita che diventano una croce per un Gesù stilizzato, altri di senso unico la cui freccia bianca attraversa un cuore rosso, come quelli che incidono gli innamorati sugli alberi, oppure divieti d’accesso in cui la striscia bianca si trasforma in decine di modi diversi per creare spiritose immagini. L'autore di tutte queste variazioni è Anacleto “Clet” Abraham, artista francese attivo in Toscana da circa dieci anni.

 

Le reazioni alle sue opere sono di ogni tipo e misura: da quelli che considerano queste opere di “street art” come semplici atti di vandalismo urbano fino a coloro che vedono della genialità nel modo in cui Clet riesce a reinterpretare la quotidianità, andando a modificare alcuni dei simboli più asettici delle nostre vite. Se in mezzo a questi due gruppi c'era un qualsiasi margine per l'indifferenza esso si è molto assottigliato dopo gli ultimi interventi dell'artista francese nella città di Prato.

 

Clet ha installato sulle diverse porte delle vecchie mura dei grandi occhi di metallo, che uniti all'apertura delle porte stesse hanno creato non solo diversi ritratti ma anche diverse sensazioni per chi varca le mura, che a questo punto viene praticamente “ingoiato” da questi personaggi dal volto più o meno amichevole. L'intervento si è completato con un'opera molto provocatoria sulla “porta” più recente della città, ovvero l'opera di Henry Moore “Forma squadrata con taglio”, risalente al 1974. Clet ha piazzato davanti a questa enorme scultura di marmo un paio di occhiali con all'interno due occhi, facendo diventare la forma astratta dello scultore inglese una sorta di viso, stravolgendone completamente il senso e “banalizzando” la solennità dell'opera originale.

 

Le reazioni non si sono fatte aspettare e il dibattito fra i sostenitori e i detrattori è già molto vivo, motivo sicuramente di orgoglio e vanto per l'artista francese, che ha dichiarato che “piacciano o meno [le mie opere], l'importante è che facciano discutere”. Un obiettivo questo forse un po' poco pretenzioso, persino modesto, considerando che viviamo in un momento storico in cui qualsiasi fatto, importante o meno che sia, può vedersi subito amplificato grazie alla velocità con cui circola l'informazione in rete. In ogni caso, questo primo traguardo è stato centrato in pieno, visto che pochi giorni fa è apparso accanto all'opera uno striscione anonimo molto critico in cui si parla di “svendita totale della città”, in riferimento al sostegno delle autorità al lavoro dell'artista.

 

Se andiamo oltre il giudizio di valore delle intenzioni dell'autore e delle opere stesse possiamo osservare un fenomeno molto interessante, come l'esaurimento del concetto di contemporaneità artistica lungo il tempo e le generazioni, e l'incorporazione di essa nell'immaginario collettivo. Se avessimo domandato agli abitanti di Prato la loro opinione sulla scultura di Moore un mese fa, prima dell'intervento di Clet, avremmo ricevuto molto probabilmente più critiche che altro sul “buho” di Piazza San Marco. Invece adesso, dopo il lavoro dello “street artist” francese, in molti si sono ricreduti se non magari sulla bellezza della scultura di Moore, almeno sulla sua appartenenza alla città. Quello che ieri era di difficile comprensione e di dubbio gusto (basta vedere il soprannome dato all'opera) oggi è diventato parte integrante della città, non tanto per una rivalutazione spontanea dell'opera, quanto per un'opposizione alla “ridicolizzazione” attuata da Clet nei confronti di una forma che ormai si è inserita nel paesaggio urbanistico che i pratesi hanno in mente (e anche a cuore) quando pensano alla propria città. Clet ha detto anche che uno dei suoi propositi è “creare una consapevolezza della propria città” fra i cittadini di Prato, quindi in questo senso il suo obiettivo è stato centrato al cento per cento, seppure forse più per reazione alle sue opere che a causa loro.

 

Piacciano o meno le opere di Clet, e facciano o meno discutere, è interessante considerare tutta questa vicenda dell'installazione sull'opera di Moore come un esempio di quanto l'arte in generale, e l'arte contemporanea in particolare, sia in grado di far riflettere l'uomo su se stesso e sul mondo che lo circonda, anche, come in questo caso, in modo quasi involontario.

 

 

 

 

* "Fernando Algaba Calderón è uno storico dell'Arte spagnolo specializzato in Rinascimento in Italia"