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Choc Germania

Paolo Pombeni - 27.09.2017
Elezioni in Germania

Che le elezioni tedesche avrebbero potuto rappresentare un tornante lo si diceva da molte parti. Per lo più però ci si aspettava un tornante positivo: una buona riconferma di Angela Merkel che la incoronasse guida, insieme a Macron, della riscossa dell’Unione Europea. Qualche calo del suo partito era atteso, così come una non brillante performance socialdemocratica e un certo successo dell’estrema destra. Non però nei termini in cui tutto è accaduto, cioè una pesante perdita della CDU/CSU che va sotto di più di 8 punti, una debacle della SPD che si ferma ad un risultato al 20,5%: per entrambi il peggior risultato dal dopoguerra. In contrapposizione il nuovo partito populista, Alternative für Deutschland, balza al 12,6% e diventa il terzo partito al Bundestag.

Ma se si vuole vedere la realtà fino in fondo non bisogna fermarsi a questi dati. Teniamo conto che una volta di più dal dopo unificazione la Germania si conferma come un sistema saldamente multipartitico, con buona pace di quei politologi che quasi fino agli anni Novanta esaltavano il sistema quasi bipolare della BRD coi suoi tre partiti storici, i due grandi CDU/CSU e SPD, e il piccolo partito liberale FDP sempre sull’orlo di non superare la soglia di sbarramento del 5% che si offriva come stampella all’uno o all’altro. Certo poi erano arrivati i Verdi, ma perché questo incidesse c’era voluto tempo.

Il quadro s’è complicato con la riunificazione perché gli ex comunisti dell’Est hanno dato vita alla Linke, ma non ci si è fermati qui, perché adesso è arrivata AfD che non sembra riducibile al partitino di protesta che ha un effimero successo elettorale come era accaduto con altri in passato. C’è stato uno sconquasso degli equilibri politici con cui bisognerà fare i conti.

La prima cosa da valutare è cosa ha spinto i tedeschi a gettarsi in questa avventura di delegittimare in sostanza il sistema politico che li ha portati ad un invidiabile benessere. Perché di questo si tratta. Giocano due fattori. Il primo è la paura per una possibile perdita di quella prosperità se ci si farà attirare nel gorgo della crisi politico-economica generale che sta scuotendo il mondo intorno a loro. Se si sommano le percentuali raccolte dai partiti che stavano fuori della “Grande Coalizione” ci avviciniamo al 50% dell’elettorato. Si noti che a criticare le politiche del governo non c’era solo AfD, perché verdi, liberali, sinistra avevano avanzato riserve anche pesanti sulle scelte della Merkel. E in più c’è da registrare una dispersione elettorale non piccola su una ottima partecipazione al voto (76%, smentendo quelli che temevano una diserzione massiccia dalle urne): la fatidica dizione “altri” che compare nelle statistiche sintetiche tocca il 5%, ma segnaliamo che è composta da qualcosa come 29 formazioni che hanno raccolto dal 1% di voti in giù (7 di questi non hanno proprio ottenuto voti). E’ il segnale di un paese dove il disorientamento non è piccolo.

Il secondo fattore che ha giocato è la scarsa propensione di gran parte dei tedeschi ad assumere il ruolo di “motori” dell’Europa. Se Macron ha vinto in Francia riproponendosi come l’uomo che poteva farla tornare alla grandeur nella politica internazionale, Merkel spaventa per la sua disponibilità ad assumere dei ruoli guida in quel contesto coi prezzi che ciò comporta. Non è un caso, a nostro giudizio, che l’SPD abbia compiuto un errore scegliendo come frontman Martin Schultz che reduce dai suoi ruoli a Bruxelles non poteva certo ambire ad incarnare un’alternativa alla politica europeista della cancelliera.

Adesso si tratta di vedere cosa accadrà nella formazione del futuro governo, perché da questo alla fine dipenderà in buona parte se e quanto Berlino continuerà a fare una politica europea attenta agli interessi generali (ovviamente nei termini relativi in cui questo è possibile). Schultz ha dichiarato che l’SPD passerà all’opposizione e la cosa suscita discussioni. Secondo alcuni commentatori come la Süddeutsche Zeitung questo è un bene, perché da troppo tempo la Germania non ha una solida e capace opposizione e questo favorisce il nascere extraparlamentare di forze di contrasto con i rischi che questo comporta. Dunque, con un giochetto di parole invita la SPD a considerare l’opposzione non una schifezza bensì un dovere (nicht Mist, sondern Muss).

Tuttavia questo significa per la Merkel mettersi nelle mani di Verdi e Liberali che, sull’onda di un successo elettorale ottenuto con parole d’ordine di opposizione, non hanno intenzione di fare le stampelle alla politica della cancelliera, specie in economia ed Europa. Di qui un invito alla SPD a considerare che ha dei doveri per la tenuta internazionale della Germania, invito che viene da vari ambienti delle classi dirigenti.

Non è però così semplice. La posizione di primo partito dell’opposizione è in Germania costituzionalmente garantita e comporta vantaggi: non solo la SPD è restia a rinunciarvi, ma vari fanno osservare che in quel caso i vantaggi andrebbero al terzo partito, cioè AfD, non proprio raccomandabile, anche se questo, consapevole della faccenda, va proclamando che farà una opposizione responsabile e sta cercando di far dimenticare un po’ di sbracature xenofobe e revanchiste.

Infine c’è la questione non secondaria della CSU bavarese che qualche problemino ce l’ha visto che ha perso consensi passati ad AfD e ai liberali. Il suo leader Seehofer, che un momento dice “vediamo” e un altro conferma l’alleanza con la CDU, vive l’incubo che alle prossime elezioni del 2018 per il governo del Land il suo partito perda la per lui indispensabile maggioranza assoluta. Dal suo punto di vista l’andamento di questa tornata elettorale è, come ha scritto la FAZ, un cattivo presagio.