Ultimo Aggiornamento:
18 settembre 2021
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Alcatraz, il presidio del Red Power Movement

Daria Reggente * - 27.09.2017
Alcatraz Island

“Desideriamo essere giusti e uomini d’onore nei nostri accordi con gli abitanti caucasici di questa terra, e proponiamo qui il seguente trattato:

Acquistiamo la detta isola Alcatraz per ventiquattro dollari in perle di vetro e tessuto rosso, condizione precedentemente stabilita dall’uomo bianco per l’acquisto di un’isola simile circa 300 anni fa.”

Una frase, riportata nel libro “Scritti e racconti degli indiani-americani” di Shirley Hill Witt e Stan Steiner, emblematica non solo per chi l’ha pronunciata e per coloro ai quali era destinata, ma anche per noi, visibile richiamo di un fatto storico ben noto a tutti.

 

Fu il 1969 quando l’isola di Alcatraz, nota ai più per essere stata una delle prigioni di massima sicurezza più temute e raccontate della storia, assunse una connotazione del tutto inaspettata: essa divenne il terreno e il simbolo di una protesta che la storia americana non dovrebbe dimenticare.

Il 9 novembre del 1969 un gruppo di 78 nativi americani sbarcò sull’Isola dei gabbiani, deciso ad appropriarsi di quel territorio, e di farlo con una tale potenza simbolica da innescare una vera e propria catena di eventi in un’America già scossa dal moto sessantottino.

Incoraggiati dalle proteste che stavano prendendo massicciamente piede nel paese (dalla battaglia per i diritti civili dei neri, alle proteste studentesche contro la guerra), gli indiani d’America decisero che era il momento di puntare i riflettori sulle drammatiche condizioni in cui la loro popolazione versava: quasi il 40% era disoccupato, il restante con un reddito non sufficiente ad una vita dignitosa; più della metà viveva in bidonville e le morti dovute alle precarie condizioni di vita erano piuttosto frequenti. A peggiorare la situazione, il tentativo del Governo, negli anni 50 e 60, di inglobare i nativi nella nuova società statunitense, attraverso politiche di scioglimento e rilocazione delle riserve.

Non solo, però, il processo di assimilazione sperato da Washington non avvenne, ma la costrizione all’abbandono di cultura e tradizione, portò all’interno delle comunità indigene sentimenti di insoddisfazione e ribellione che sfociarono nel vero e proprio “Red Power Movement”.

Indians Welcome” e “Indian Land” furono le prime parole scritte sui muri dell’ex carcere quella mattina, ancora oggi ben visibili. Una protesta gridata e numerose allusioni al disattento governo americano, nascoste sotto l’idea di fare dell’isola un centro culturale indiano: non solo infatti il pagamento della terra fu proposto nelle stesse modalità e allo stesso prezzo con cui i coloni olandesi si erano aggiudicati Manhattan 3 secoli prima, ma anche l’ipotesi della creazione di un "Ufficio per gli Affari Caucasici" – parodia dell'Ufficio per gli Affari Indiani - fu uno sfottò all’amministrazione bianca.

Alcatraz rappresentava la “riserva perfetta” imposta dall’uomo occidentale, senza acqua corrente, senza adeguate strutture sanitarie e soprattutto, qui, la popolazione era sempre stata costituita da prigionieri.

 

Di fatto l’occupazione durò poi una manciata di mesi, fino al giugno del 1971, quando il presidente Richard Nixon diede l’ordine di sgombero dei pochi nativi ancora rimasti sull’isola, ormai stremati dalle lunghe trattative.

Ma questo tempo fu sufficiente per dare il via ad un vero e proprio risveglio dell’orgoglio indiano ed innescare successive proteste, che infine portarono ad un passo in più nel riconoscimento dei diritti dei nativi americani, primo fra tutti l’autodeterminazione.

Dal giorno dell’occupazione di Alcatraz gli indiani d’America e i loro sostenitori celebrano ogni anno l’“Unthankgiving Day”, un monito per ricordare le lotte delle popolazioni indigene e promuoverne i diritti.

“Sarebbe conveniente e simbolico che le navi che vengono da tutto il mondo, attraversando il Golden Gate, vedessero per prima cosa la terra indiana, e così si rammentassero della vera storia di questa nazione.”





* Daria Reggente è giornalista pubblicista dal 2015 e collabora con alcune testate  nei settori arte, architettura e design