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24 febbraio 2024
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Che “9 maggio” è stato

Massimo Piermattei * - 11.05.2016
Robert Schuman

Era il 9 maggio del 1950 quando, in un contesto internazionale segnato dagli strascichi della seconda guerra mondiale e dal parallelo acuirsi della guerra fredda, il ministro degli esteri francese Robert Schuman, grazie all’ingegno di Jean Monnet, propose agli “alleati” europei di superare le contrapposizioni che avevano insanguinato il continente avviando una costruzione comune a partire dalla storica riconciliazione tra Francia e Germania. Il lungimirante sostegno di altri statisti europei, in particolare Adenauer e De Gasperi, fece sì che da quel discorso prendesse le mosse il processo d’integrazione. Negli anni ’80, su iniziativa della Commissione europea, quella data divenne la Festa dell’Europa, con il duplice obiettivo di ricordare il cammino fatto e di fissare le sfide da affrontare.

Sin dalla sua istituzione, tuttavia, la festa dell’Europa non è mai riuscita a diventare un “rituale civile” o una ricorrenza diffusa, ma è stata per lo più riservata a un ristretto gruppo di “addetti ai lavori”, riuscendo ad approdare nelle piazze e nelle scuole solo grazie ai federalisti, all’impegno di singoli politici e intellettuali e all’infaticabile lavoro dei centri Europe direct disseminati sul territorio. In Italia, per giunta, nel 2007 il Parlamento decise di istituire la giornata in ricordo delle vittime del terrorismo proprio nel 9 maggio, giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani. Inoltre, negli ultimi anni, alla (poco felice) sovrapposizione voluta dalle istituzioni – scelta che però certifica quanto poco fosse radicata la festa dell’Europa -, si è aggiunta la riscoperta della vicenda di Peppino Impastato, anch’egli ucciso il 9 maggio, sempre del 1978. È naturale che di fronte alla commemorazione di due eventi così tragici, che ancora interrogano l’emotività e le passioni politiche degli italiani, a farne le spese sia stata la festa dell’Europa: quando nella stessa giornata si ricordano la violenza della criminalità organizzata e di quella politica, che così tanto hanno influenzato le dinamiche sociali, economiche e politiche dell’Italia repubblicana, resta ben poco da festeggiare.

Tuttavia, questo articolo non vuole essere una riflessione sul “senso” del 9 maggio, quanto un tentativo di collocare la ricorrenza di quest’anno nel contesto di una ricognizione più ampia sullo stato di salute generale dell’Unione europea. E, davvero, c’è poco da festeggiare. L’Unione è attraversata da una molteplicità di crisi, che hanno origini e motivazioni spesso diverse se non divergenti, come mai si era verificato nei precedenti sessantacinque anni d’integrazione (e di frangenti difficili la Cee/Ue ne ha attraversati più d’uno). Proviamo a fare un rapido elenco: 1) la drammatica pressione dei migranti economici e dei richiedenti asilo; 2) il referendum sulla “Brexit” che si terrà a giugno nel Regno Unito; 3) la lunga scia della crisi economica e la nuova contrapposizione sulla questione greca che spacca l’Ue ormai da diversi anni; 4) i muri costruiti in diversi Stati membri, quelli in costruzione o che si minaccia di costruire; 5) le politiche contrarie allo spirito e ai valori della costruzione europea come quelle messe in atto in Polonia e in Ungheria; 6) il nazionalismo montante pressoché in tutti gli Stati membri; 7) il populismo di partiti nazionali che lucrano sulle crisi dell’Ue e sulle difficoltà dei 28 a guidarla per guadagnare qualche punto percentuale in più alle prossime elezioni (nel 2017, tra l’altro, ci saranno sia le elezioni presidenziali in Francia, sia le politiche in Germania); 8) la tensione scaturita dagli attacchi terroristici di Parigi e Bruxelles; 9) l’instabilità del Mediterraneo; 10) la situazione dell’Ucraina e il rapporto difficile con la Russia di Putin; 11) la problematica relazione con la Turchia; 12) i regionalismi e le contrapposizioni regionali che lacerano diversi Stati membri; 13) il delicato appuntamento elettorale di novembre negli Stati Uniti.

A preoccupare sono soprattutto le relazioni e le dinamiche interne alla Ue. Ci vuole poco a trarre la conclusione che il quadro generale è più che allarmante. Ma quello che colpisce di più, a parer mio, è l’“allegra” quanto incosciente superficialità (e sconsideratezza) con la quale le classi dirigenti nazionali discutono oggi del futuro della Ue, o cercano di mercanteggiarne la membership o, ancora, tentano di smontarne alcuni aspetti centrali –Schengen, la moneta unica, l’Erasmus - cestinando rozzamente la memoria e la valenza storico-politica dell’integrazione europea nel suo insieme e riuscendo così a evitare di rispondere, per l’ennesima volta, alla madre di tutte le domande: “Chi e cosa vuole essere da grande l’Unione europea? Cosa ne vogliono fare i suoi “soci”?. Questa domanda non può più essere evitata: “La fine di una civiltà”, ammoniva Giorgio Gaber nel 1996, “non è quasi mai avvertita da coloro che la vivono direttamente. La fine di una civiltà si rivela dallo scadere dei vecchi principi su cui si reggeva, ma anche dagli atteggiamenti più banali della nostra quotidianità” (I barbari). Ecco, è difficile dire oggi se e come l’Ue riuscirà a uscire dalle molteplici crisi che la attraversano. Ma è innegabile che serva un ritorno allo “spirito del 9 maggio”; a quella lungimiranza; a quella capacità d’immaginare percorsi nuovi e di osare, di azzardare; a quella volontà di anteporre il bene comune a quello dei singoli Stati. “United we stand, divided we fall”. Questo è il punto, e non sembra che nelle capitali europee se ne abbia la dovuta consapevolezza.

 

 

 

 

Professore a contratto Università della Tuscia