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15 luglio 2020
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Il dilemma libico

Giovanni Parigi * - 11.05.2016
Fayez al Sarraj

Essere o non essere? Ovvero, essere una Libia moderna o un emirato islamista? Rimanere unita o dividersi in Tripolitania e Cirenaica? Di fondo, è questo l’amletico dubbio libico. Probabilmente mai, nella storia del paese nordafricano, il destino del paese è stato così incerto. Infatti, il suo futuro assetto politico, e addirittura la sua identità nazionale, sono oggetto di uno scontro ancor più acceso che quello per il controllo del petrolio.

Il Governo di Unità Nazionale, guidato da al Sarraj e di recente incruentemente insediatosi a Tripoli, nato sotto l’egida dell’ONU e ufficialmente riconosciuto dalla comunità internazionale, vorrebbe un paese unito e democratico. Però, dalla Cirenaica il generale Haftar impone una sorta di ricatto: o gli viene concessa la carica di comandante delle forze armate, o la Cirenaica proseguirà nella sua strada di autonomia dal governo di Tripoli. Per inciso, anti islamista e appoggiato da ex del regime e tribù cirenaiche, Haftar è fortemente inviso dai rivoluzionari e dagli islamisti di Tripoli; peraltro, e questo forse è l’attuale nodo centrale della questione libica, il governo di Tobruk cui è legato sta di fatto boicottando l’esecuzione dell’Accordo Politico Libico ONU rifiutandosi di riconoscere il governo di Sarraj.  

Intanto, a Sirte e dintorni, il Da‘ish cerca di instaurare un emirato islamico aggregando -con risultati controversi- ex del regime e islamisti locali; nonostante gli sforzi, compresi attacchi a impianti petroliferi e azioni oltreconfine in Tunisia, un attivo appoggio locale appare limitato e recentemente ha perso i suoi avamposti nelle città di Bengasi e Agedabia.  

Dunque, ad oggi, è ancora incerto se la Libia tornerà ad essere unita, oppure si dividerà in Tripolitania e Cirenaica o se si trasformerà in un emirato islamista o in una sorta di Somalia dominata dal caos.

Le principali sfide di Serraj sono il parlamento di Tripoli, quello di Tobruk e il Da‘ish. Quanto al Congresso Generale Nazionale (GNC), ovvero il parlamento di Tripoli, sembra che Serraj sia riuscito a “domarlo” andando ad instaurare il suo governo proprio nella capitale. In realtà, l’insediamento di Serraj è avvenuto solo a seguito dell’appoggio che ha ottenuto dalla città di Misurata, in precedenza principale forza alleata del GNC. Dunque il primo ministro ha ottenuto l’appoggio della potente città, che ha accettato i termini dell’Accordo Politico Libico negoziato sotto egida ONU.  

Il secondo ostacolo per Serraj si sta invece dimostrando più ostico.

Infatti, secondo i termini dell’accordo, la Camera dei rappresentanti (HoR) con sede a Tobruk dovrebbe diventare l’organo legislativo del governo di unità nazionale, mentre il Congresso Generale Nazionale di Tripoli si trasformerebbe in un Consiglio di Stato, con mero potere consultivo. Peraltro, al parlamento cirenaico dovrebbero andare ministeri di peso come quello di Petrolio, Finanze e Difesa. Al blocco di Tobruk andrebbe anche la carica di uno dei vice primo ministro, nella persona di al Gatrani; Haftar è però stato esplicitamente escluso come possibile capo di stato maggiore. Senonchè è proprio su quest’ultimo punto che l’accordo si è arenato. Infatti, Tobruk non ne accetta l’articolo 8, che prevede la nomina dei vertici delle forze armate e degli apparati di sicurezza da parte del Consiglio Presidenziale, guidato da Sarraj. In altri termini, l’unica soluzione per Sarraj sarebbe quella di convincere le forze politiche di Tobruk a “divorziare” dal generale, senonchè ad oggi la Camera dei rappresentanti di Tobruk sta facendo muro in difesa di Haftar, che nel frattempo cerca di far progredire la sua avanzata contro il Da‘ish in modo da “guadagnare punti” nei confronti della comunità internazionale. Senonchè, senza l’appoggio militare occidentale con droni, forze speciali e intelligence, difficilmente qualsivoglia forza libica sarebbe in grado di sradicare l’emirato.

Dunque, per il successo di Sarraj e del piano ONU è cruciale il ruolo della comunità internazionale. Purtroppo però, al di là delle posizioni ufficiali, la comunità internazionale è molto divisa. Italia, Germania e -per ora- Stati Uniti puntano sul piano dell’ONU e vogliono evitare un intervento armato occidentale. Però, Egitto e gli Emirati Arabi Uniti appoggiano in ogni modo Haftar, mentre francesi e inglesi, con discrezione sono militarmente attivi sul terreno e si tengono pronti ad un più robusto intervento. Peraltro l’Italia, in pessimi rapporti con l’Egitto per il caso Regeni e con i suoi interessi petroliferi concentrati in Tripolitania, è considerata come ostile proprio in Cirenaica, dove alcune nostre bandiere sono state bruciate nelle piazza.

In realtà, oggi, più che dell’invio di un contingente di migliaia di soldati europei, Sarraj ha bisogno siano mantenute le sanzioni ONU contro la vendita non autorizzata di petrolio, che di recente hanno bloccato un tentativo di scambio tra Tobruk e gli Emirati Arabi Uniti; inoltre, dovrebbero essere effettivamente implementate quelle già in vigore, contro la fornitura di armi, ripetutamente violate sempre dagli Emirati e dall’Egitto; senonchè, forse, a sbloccare la situazione sarebbe utile colpire con sanzioni direttamente Haftar e il suo entourage; a dire il vero la cosa è già stata minacciata in passato, ma proprio per reciproci veti incrociati, la comunità internazionale non è riuscita a varare questa misura. 

Quanto all’ultima sfida per Sarraj, ovvero al Da‘ish, in realtà di per sè non rappresenta un ostacolo insormontabile. Infatti, la vera forza dello Stato islamico consiste nella debolezza dei suoi avversari; dunque, una volta raggiunta la stabilità tra Cirenaica e Tripolitania, sciolte le milizie e ricostituite le forze armate, il Da‘ish sarà messo alle corde. Il problema è che per compiere questi passaggi ci vorranno anni, e la comunità internazionale non è detto sia ancora disponibile ad aspettare. Intanto Haftar sta radunando le sue truppe per conquistare Sirte, la capitale del Da‘ish, dove spera di essere incoronato come “salvatore della patria”.

 

 

 

 

* Giovanni Parigi insegna Cultura Araba presso il corso di laurea di Mediazione Linguistica e Culturale dell’Università Statale di Milano. Ha lavorato e studiato in Medio Oriente e scrive per Limes, ISPI, Fondazione OASIS e Qui Finanza.