Ultimo Aggiornamento:
17 luglio 2019
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Ne mancano quarantatré. Censura e canzoni a proposito del massacro di Ayotzinapa

Claudio Ferlan - 18.12.2014
Calle 13

La vicenda è nota. Lo scorso 26 settembre ottanta studenti della Escuela Normal Rural “Raul Isidro Burgos” di Ayotzinapa (stato di Guerrero, Messico meridionale) si trovavano a Iguala, capoluogo del municipio. Erano lì per una colletta, programmata per raccogliere i fondi necessari a recarsi a Città del Messico, dove avrebbero dovuto partecipare alla commemorazione del massacro di studenti avvenuto nella piazza di Tlatelolco. Era il 2 ottobre 1968. Solo dopo trent’anni la giustizia acclarò che si era trattato di un attacco premeditato, organizzato per reprimere il movimento studentesco. Torniamo al 2014. Accanto alla raccolta fondi, i ragazzi della “Burgos” avevano organizzato un’azione di protesta, volta a occupare l’area destinata a un evento istituzionale del Partito della Rivoluzione Democratica, quello del sindaco di Iguala, José Luis Abarca Velázquez. Polizia e uomini in borghese hanno reagito sparando. La violenza è proseguita fino al giorno successivo, otto persone sono morte, quarantatré studenti sono scomparsi. I media hanno parlato di caccia all’uomo. Le indagini hanno portato alla scoperta di diversi cadaveri sommariamente sepolti in fosse comuni. La confessione di alcuni arrestati ha rivelato quello che molti si aspettavano: i desaparecidos sono stati torturati e uccisi. Da chi? La stretta alleanza tra la polizia locale e i narcotrafficanti suggerisce un’inquietante risposta: i poliziotti sarebbero stati gli esecutori, i narcos gli incaricati di far sparire le prove. La versione ufficiale accusa i trafficanti.

 

Latin Grammy Awards

 

È curioso sapere che la grande festa della musica latina si celebra a Las Vegas, dove il 20 novembre ha avuto luogo la quindicesima edizione dei “Premios Grammy Latinos”. I cantanti che vi hanno partecipato hanno ricevuto una consegna: meglio tacere su Ayotzinapa. In un tempo nel quale tutti postano e twittano, ancora è possibile provare a pretendere il silenzio. Con quali risultati? A quel che ne sappiamo, avrebbero disobbedito in due. Serve il condizionale perché non tutto è chiaro. Lila Downs, luminosa stella della musica messicana, qualcosa ha detto. Ma in televisione non si è sentito. Al momento delle parole di rito dopo la consegna del premio per il miglior album folk, Lila visibilmente commossa ha detto di dedicare di cuore il premio al suo Paese, triste e in un momento difficile. “Sappiamo che andremo avanti, se ci uniamo e se cerchiamo la giustizia”. A cosa si riferisse era chiaro, ma ancora più esplicita era stata in un’intervista non andata in onda. Più diretta è stata la voce di René Pérez, nome d’arte “Residente”, voce del gruppo rap portoricano dei Calle 13. Presentatosi sul palco indossando una maglietta con la scritta “Ayotzinapa faltan 43” (Ne mancano 43), Residente ha dedicato la propria performance live ai desaparecidos e salutato il pubblico gridando “Ayotzinapa somos todos”, lo slogan con il quale il popolo di Twitter ha identificato la protesta. Un’altra frase di riconoscimento (#hashtag, si dice nel linguaggio social”) è: “Li avete presi vivi, restituiteceli vivi”. È stata scelta dal Parlamento Europeo per una mostra che propone i ritratti dei quarantatré, inaugurata il 9 dicembre con il titolo “Ayotzinapa Never Again”.

 

Il concerto

 

Tre giorni dopo i Grammy i Calle 13 hanno in programma un concerto nel Palazzo dello Sport di Città del Messico. Nonostante le minacce ricevute, non stanno in silenzio. Sul palco Residente veste una maglia della nazionale di calcio messicana, il numero sulla schiena è il 43, il nome Ayotzinapa. Noi non possiamo parlare del massacro in Messico, dice il rapper, ma chi può farlo sono i genitori e i parenti dei ragazzi scomparsi; li chiama sul palco. Le parole sono toccanti, alla speranza di trovare dei superstiti si mescolano gli inviti ai giovani fan dei Calle 13 ad agire perché non esista il numero quarantaquattro. Non è un colpo di teatro, i membri del gruppo avevano anticipato quello che sarebbe successo durante lo show. Lila Downs è invitata a cantare la strofa della canzone “Latinoamérica”. È lo stesso Residente a svelare in conferenza stampa che Lila a Las Vegas era stata tutt’altro che silente. Censurata, piuttosto.

Che cosa possono aggiungere un gruppo rap e una cantante a una vicenda arcinota? La risposta probabilmente si trova spostando il punto di osservazione. Noi, che in Europa del massacro abbiamo letto tanto e ci siamo formati le nostre opinioni, non siamo stati limitati da nessuna censura. Possiamo parlarne, manifestiamo liberamente. Se anche a degli artisti celebri si intima il silenzio, è chiaro che di là dall’Atlantico la situazione è diversa. Fatta eccezione per i rari commenti che accusano i Calle 13 di opportunismo, sul web si moltiplicano le voci dei giovani messicani che ringraziano per il coraggio. Unanimi invece sono gli apprezzamenti per Lila Downs, vera e propria gloria nazionale. La politica ha ancora bisogno della musica.