Ultimo Aggiornamento:
13 novembre 2019
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L’incognita Quirinale e gli equilibri della politica

Paolo Pombeni - 18.12.2014
Roberto Napolitano e Matteo Renzi

Il presidente Napolitano è intervenuto per ben due volte, il 10 dicembre ai Lincei e il 16 dicembre nel discorso alle Alte Cariche dello Stato, sul tema della crisi del nostro sistema politico. Non è il tema ad essere una novità, perché in passato era intervenuto più volte su questi fenomeni, ma la nettezza con cui lo ha affrontato. In entrambe le occasioni infatti ha denunciato con forza l’esistenza di componenti, neppure troppo marginali, della classe politica che antepongono i vantaggi modesti dell’adeguarsi alle mode di attacco alle istituzioni (e di prendersi il gusto della trama per la trama) a quello che dovrebbe essere il farsi carico responsabile della difficile situazione del paese.

Non si può dire che le parole di Napolitano abbiano veramente scosso, non diremo la classe politica, ma neppure il mondo dei media. Ovviamente di entrambi i discorsi è stata data notizia con qualche rilievo, ma che essi siano riusciti a far aprire una riflessione sul tema delle responsabilità collettive non si può proprio dire.

Eppure è esattamente questo il tema che dovrebbe essere posto al centro della riflessione. Che cosa ci vuole di più della crisi economica attuale, della nostra posizione non brillante nel quadro delle relazioni internazionali (vedi come ci trattano in India), delle nostre difficoltà a riformare aspetti importanti della nostra vita pubblica, per convincerci che una qualche forma di gestione condivisa dell’emergenza nazionale è ormai necessaria?

Invece le forze politiche si arrabattano a trarre dalla contingenza in cui siamo immersi solo spunti per riaffermare i piccoli poteri di interdizione e negoziato che ciascun partito e corrente di partito ritiene di avere.

La questione è seria perché tocca, inutile negarlo, la revisione del nostro modello politico. Esso era fondato fino agli inizi degli anni Novanta su una logica di coalizioni: non solo quella dei partiti che tenevano in piedi il governo, ma poi anche di tutti quelli che potevano rappresentare settori importanti, e poi i sindacati, la Confindustria, i rappresentanti degli artigiani, dei contadini, dei commercianti e via elencando. La si chiamava democrazia “consociativa” ed era un fenomeno criticatissimo nelle discussioni di teoria politica, ma molto presente nella pratica.

Quel modello si è dissolto quando ha cominciato ad essere chiaro che governare significa decidere, e che quando le risorse sono scarse diventa difficile dare tutto a tutti. Per essere esatti quel modello si è dissolto per l’impraticabilità ormai di metterlo in atto, mentre a livello culturale esso rimane assai vivo tutt’ora. Ormai è altissimo il numero di quelli che rivendicano il proprio diritto a sedersi al tavolo delle trattative e dei negoziati di ogni genere e che gridano allo scandalo o all’attentato costituzionale ogni volta che non è concesso loro di fare piccole operazioni del tipo batto un colpo per far sapere che ci sono.

E’ in queste circostanze che si va verso il rinnovo della Presidenza della Repubblica, senza che si intravveda nelle forze in campo una reale disponibilità a ragionare sul profilo veramente adeguato per gestire da arbitro il passaggio storico che l’Italia ha davanti.

Senza un accordo di alto profilo e una elezione che possibilmente si chiuda entro i primi tre scrutini (quelli in cui ci vuole una maggioranza altissima) il nostro paese rischia di presentarsi sulla scena internazionale come la classica anatra zoppa. Non è ovviamente che si voglia negare che le persone in grado di assumere quell’onere sono fortunatamente molte. Ciò su cui si vuole richiamare l’attenzione è che la scadenza del rinnovo del capo dello stato ha un contenuto simbolico peculiare che non va messo a rischio.

Il primo dato è che il presidente deve rappresentare l’unità della nazione e dunque va fatto uno sforzo per mostrare che la nostra classe politica è in grado collettivamente di prendersi questa responsabilità. Proprio perché si tratta dell’elezione che genera da un consesso limitato e qualificato, all’esterno non faranno sconti se sarà palese che quel consesso è dominato da lotte fra irresponsabili. Il secondo dato che non può essere sottovalutato è che, nei limiti del possibile, la caratura del presidente dovrebbe essere già visibile nel personaggio. E’ ovviamente possibile che ci sia una personalità che viene scelta come “debole” e che poi nell’esercizio del mandato stupisce tutti per la sua “forza”: però nelle condizioni presenti non c’è la possibilità di concedere il tempo necessario per un esperimento di quel tipo. Abbiamo necessità da subito di un leader che si imponga al paese e al contesto europeo e internazionale.

Bisogna chiedere alla classe politica di farsi responsabilmente carico di queste problematiche, sia perché il paese non può farne a meno per ritrovare la via della fiducia in sé stesso, soprattutto oggi dopo gli ennesimi scandali, sia perché la classe politica stessa ha bisogno di questo passaggio gestito in maniera adeguata per legittimarsi reciprocamente e per consentirci di procedere sulla via di una democrazia competitiva, che tale può essere solo se tutte le sue potenziali componenti sono legittimate almeno quel tanto da non far temere per la sua sopravvivenza.