Ultimo Aggiornamento:
23 marzo 2019
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Canne al vento

Paolo Pombeni - 27.02.2019
Grazia Deledda Canne al vento

Poiché si parla di Sardegna, a vedere i risultati della tornata delle elezioni regionali ci è tornato alla mente il titolo di un famoso romanzo di Grazia Deledda: Canne al vento. La ragione è molto semplice: il panorama che abbiamo davanti è quello di una frammentazione molto alta con ben 24 liste che hanno raccolto voti. Anche considerando scarsamente significative le ultime quattro legate a candidati-presidente poco rilevanti, che peraltro nel complesso hanno raccolto circa l’8% dei voti, rimangono pure sempre 20 liste che si sono mosse a sostegno dei tre candidati principali.

Ora, prima di affrontare il tema di chi ha vinto e chi ha perso, c’è da chiedersi come potranno esprimere una linea politica i due blocchi principali, vista la loro composizione interna. Il vincitore Solinas è appoggiato da 11 liste. Quella che viene presentata come prevalente, cioè la Lega rappresenta qualcosa meno del 12% dell’oltre 47% raccolto dalla coalizione. Il Partito Sardo d’Azione, storica sigla forse non proprio coerente con la sua storia, ha quasi il 10%. Curiosamente Solinas appartiene ad esso, anche se è al contempo parlamentare della Lega, sicché si può anche chiedersi a quale forza risponderà nella vita concreta della politica regionale. Aggiungiamoci che FI e FdI sono due altre componenti con un loro peso e non ci sembra un dato banale.

Quanto alla coalizione di centrosinistra che aveva come candidato Zedda ricordiamo che raccoglieva 8 liste. Ma qui c’è una evidente sproporzione: il PD supera di poco il 13%, ma il secondo partito più forte è LeU che non riesce a raggiungere il 4%, mentre poi si va a scendere con uno degli altri che veleggia attorno al 3% e tutti gli altri sotto. Conoscendo come vanno le cose nelle coalizioni di sinistra abbiamo qualche dubbio sulla tenuta di questa coalizione come forza di opposizione.

I Cinque Stelle escono bastonati dal risultato elettorale sfiorando appena il 10% con una perdita di consensi rispetto alle politiche di quasi il 30%. Loro non hanno problemi di coalizione, ma vista la batosta dovranno sopportare un periodo di lotte intestine prevedibilmente aspre.

Se ci aggiungiamo che ha votato poco più della metà degli aventi diritto, il 53,75% per l’esattezza, non abbiamo certo un quadro di stabilità. Se la Sardegna avesse una valenza nazionale, se ne dovrebbe dedurre che il Paese è ben lontano dalla ricostruzione di un sistema politico in grado di funzionare. Una pletora di partiti di questa natura ci rinvia l’immagine di canne esposte pesantemente a tutti i venti che spirano e che arriveranno anche dall’esterno sulla politica di una nazione in grosse difficoltà.

Non c’è dunque da meravigliarsi se un politico scaltro come Salvini si guarda bene dal rovesciare il tavolo degli assetti governativi. Nel quadro attuale non potrebbe che spingere per un ritorno alle urne che ha più di una probabilità di dovere rimettere in campo la strategia rischiosa delle coalizioni molto più che plurali. Non è solo il problema di dover fare patti con Berlusconi, quanto quello di vedere crescere come funghi listini e listerelle, più o meno “civiche”, con le quali dover fare i conti per riuscire a prevalere. Del resto è quel che ha capito lo stesso Di Maio che per questa ragione propone l’abbandono del mantra del “noi corriamo da soli” ed apre ad alleanze appunto con dei “civici”. E qualcosa di simile accade anche a sinistra, anzi qui si vuole addirittura precorrere i tempi, esperimentando la formula già alle europee, mentre sia Lega che M5S per quella prova sembrano orientati a correre ancora da soli.

Al momento tanto a Salvini quanto a Di Maio conviene tenere tutto fermo a livello governativo e non è solo questione di una aritmetica parlamentare che impedisce qualsiasi alternativa, tranne lo scioglimento anticipato della legislatura. Al leader della Lega va benissimo essere di fatto il capo del governo, ma senza responsabilità, perché Conte è un premier debolissimo, che per di più se sbaglia lo fa come nominato dai Cinque Stelle. Di Maio è un alleato nominalmente forte nei numeri parlamentari, ma azzoppato sia dalla sua immagine di inadeguatezza, sia dalla corte di ministri di modesto profilo che ha promosso.

Neppure il capo politico di M5S ha interesse a far saltare il banco, per la semplice ragione che non saprebbe cosa fare dopo: maggioranze alternative non ne ha a disposizione e prendersi la responsabilità di essere la causa di uno scioglimento anticipato della legislatura è un lusso che non può permettersi.

Il problema è che in una condizione del genere il famoso tirare a campare come alternativa al rischio di tirare le cuoia (per citare una vecchia battuta di Andreotti) ha un costo molto alto. Significa infatti insabbiare tutto nella speranza che le fortune elettorali risolvano i dilemmi attuali, vuoi dando a Salvini quella egemonia reale e indiscussa sul centrodestra che gli permetterebbe di giocare fino in fondo la sua partita, vuoi dando a Di Maio l’occasione di un colpo di reni che rimetta in auge la capacità di raccogliere voti del M5S.

La partita però è difficilissima per una ragione che si sottovaluta. Se ci fosse solo l’occasione delle elezioni europee, forse quel genere di giochi appena descritti potrebbero avere delle chance. Siccome invece in contemporanea alle europee si voterà per le elezioni in molti comuni e in una regione (il Piemonte), lo scomporsi dello scenario politico in una molteplicità di liste ispirate ai più vari interessi e alle più diverse aggregazioni si riproporrà. E questo complicherà non poco la seconda parte dell’anno con tutti i problemi di ridisegno della nostra finanza pubblica che arriveranno.