Ultimo Aggiornamento:
19 ottobre 2019
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La destra che non c'è ancora

Francesco Provinciali * - 27.02.2019
Destra politica

La destra italiana durante il periodo della democrazia bloccata della cd. Prima Repubblica, viveva di sfumature nostalgiche in cui esauriva il suo collocarsi: figure retoriche di stile come la triade Dio-Patria-Famiglia erano eredi di una visione della società e dello Stato legata all’ordine, alla disciplina, alle rigide gerarchie, ai dogmi culturali mutuati dal regime. Da quando, dopo la rottura dello stallo centrista, emerse il bipolarismo come espressione della democrazia dell’alternanza né destra sinistra hanno saputo esprimere modelli economici e sociali sostenibili ma neppure definiti per identità, proprietà, differenza, tipicità.

Nessuna forza politica ha saputo immaginare un archetipo di società proponibile, dal presente verso il futuro, così come in Europa l’assenza di valori fondativi condivisi, di una Costituzione comune, di istituzioni in cui i cittadini comunitari potessero riconoscersi con spiccato senso di appartenenza, ha reso l’UE un’entità ibrida, fragile e indefinita. La fase storica del dopo-tangentopoli reca i tratti somatici del trasformismo parlamentare del primo 900. In particolare in un Paese fondamentalmente conservatore come l’Italia colpisce l’assenza di una destra popolare, liberale, conservatrice ed europea. Le elezioni del 4 marzo u.s. sono il discrimine tra una destra ideologica minoritaria e l’esplosione, sincrona ad altri paesi europei, di movimenti capaci di rompere gli schemi del passato: nazionalismo, difesa delle frontiere, declino della globalizzazione, sovranismo, svincolo dai lacci economici imposti dall’Europa a costo di uscirne, difesa della cultura e dell’identità legate alla tradizione sono tratti connotativi di forme di rappresentanza politica slegate dalle radici e dai legami del conformismo che rende schiavi i popoli, non sapendo spiegare le ragioni della legittimazione istituzionale dell’UE e la capacità negoziale e di rappresentanza dei governi nazionali. Cosa è l’Europa oggi se non un sogno infranto, un rassemblement di interessi contrapposti, di egoismi nazionalistici, di veti, distinguo, lacci e vincoli? In via generale si assiste ad un ritorno delle forze nazionaliste ed antieuropee: il pericolo del fondamentalismo e dell’ipoteca culturale dell’islamismo sulla cosmopolita società europea , il prevalere dei poteri economici come deterrente alla libera determinazione di modelli  nazionali, l’allargamento confuso di Paesi aderenti all’UE, senza una matrice identitaria, l’esplosione di fenomeni di criminalità comune legati all’immigrazione clandestina hanno reso fragile l’Europa, tra la deriva populista dell’accoglienza indiscriminata e senza regole e l’altrettanto populista reazione xenofoba. Questo spiega l’enorme consenso delle forze politiche oggi al governo e dovrebbe suscitare più di un mea culpa in chi ha eluso la difesa delle libertà individuali e sociali, ha confuso il bisogno di sicurezza come un fantasma evocato in modo strumentale, senza capire le paure della gente, non ha saputo realizzare politiche di welfare né far ripartire l’ascensore della crescita economica e sociale.

Tuttavia sarebbe colpevolmente conformista restare indifferenti ai nuovi, disinvolti, demagogici stili di governo del Paese. Ci sono troppe distonie implicite, a cominciare dal dualismo velatamente collaborativo ma sostanzialmente concorrenziale e per certi aspetti antitetico delle due forze che compongono il governo: hanno sottoscritto un contratto ma pensano ad un riposizionamento diverso ed egemone.

Prevale la logica della colpevolizzazione preconcetta: del passato, dell’opposizione, del dissenso, delle stesse istituzioni, di una burocrazia disprezzata, la forte personalizzazione in capo ai leader dei due schieramenti, modalità comportamentali ed espressive francamente sbrigative e fuori dalle righe specie tra i pentastellati.

Prevale una scelta di imposizione dogmatica e preconcetta, preclusa al dialogo interno e con le opposizioni. E dubito, mi sia consentito, che ciò avvenga in nome del preminente interesse dello Stato quanto piuttosto in ragione di logiche di appartenenza come mai era accaduto nel passato della vita democratica e parlamentare del nostro Paese. Sorprende che forze politiche che fanno proprie alcune matrici ideologiche caratterizzanti della destra sociale (nazionalismo, difesa dei confini, autarchia, sovranismo, populismo assistenziale, lotta all’immigrazione, uscita dall’Europa … siano empaticamente più legate alle logiche e alle tattiche proprie dell’opposizione che a quelle del governo e della stabilità.  Il pericolo del debito fuori controllo per realizzare politiche di consenso elettorale e non di investimento e sviluppo per il lavoro potrà generare un effetto moltiplicatore per gli anni a venire, alzando la soglia del conflitto sociale fino all’ombra del default.

Il reddito di cittadinanza rischia di legittimare modelli assistenzialistici e clientelari, del do ut des, per trovare i quali bisogna risalire alla lunga deriva di finanziare in deficit la crescita del Paese, tipica della Prima repubblica. Non punta allo sviluppo ma ad una concezione della vita intesa come fonte di diritti, al mantenimento in carico allo Stato, al consumo senza produzione. Alla rendita senza lavoro.

Affidando il procacciamento di occupazione ad un manipolo di “navigator” a loro volta reclutati senza un vaglio selettivo, delegati alla negoziazione senza una verifica delle competenze e senza una metodologia operativa che consenta di esercitare su di loro le azioni proprie del controllo interno, di quello esterno e persino di quello sociale.

Chi si rivolge alla gente vantando di far piazza pulita dei parassiti del regime altro non vuole che sostituire questi ultimi con nuovi, fedeli servitori, proni e supini ai voleri del capo politico di turno.

Mi pare si avverta l’assenza di una destra riformatrice e moderata, che abbia il coraggio di definirsi conservatrice di fronte ai pericoli del default economico, sociale e morale, che non usi strumentalmente il bilancio dello Stato per realizzare interessi di parte e per acquisire demagogicamente nuovi consensi.

Una destra che non c’è e che manca al Paese, perché sostanzierebbe il principio dell’alternanza con motivazioni culturalmente e storicamente fondate. Una destra ancora lontana dal prender forma e identità.

Una destra della moderazione e non del moderatismo  - (ricordo ne’ potrei dimenticare quanto mi disse Mino Martinazzoli: “in politica, a destra o a sinistra che sia,  il moderatismo sta alla moderazione come l’impotenza sta alla castità”) -  coraggiosa nella tutela dei ceti sociali più deboli, dunque una destra sociale, intransigente sui valori di identità e appartenenza affatto sdolcinata rispetto al buonismo qualunquista, severa nell’applicazione di leggi giuste, ispirata – perché no, una volta per tutte- ai principi fondativi della Costituzione Repubblicana in cui tutti dobbiamo riconoscerci, sdoganandoli dalle appartenenze ideologiche.

Questa destra, scaltrita e moderna, pur essendo radicata in una consistente parte del sentire comune, non appartiene forse alla cultura politica del nostro Paese, soprattutto per l’assenza di una nuova classe dirigente che sappia esprimerne i valori storicamente consolidati ma in un’ottica di confronto pulito, aperto, leale, che gioverebbe persino alla sinistra oltre che al Paese.

Eppure il fatto stessa di immaginarla sarebbe una conquista e una novità, per mirare al perseguimento di un’alternativa democratica al presente.

 

 

 

 

* Già ispettore del MIUR