Ultimo Aggiornamento:
13 luglio 2019
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C’era una volta la rivoluzione. Cronaca di un’assenza (dal grande schermo)

Maurizio Cau - 31.01.2018
Angely revolucji

Come c’era da aspettarsi, le celebrazioni legate al centenario della rivoluzione bolscevica si sono svolte sotto tono. Un po’ in tutta Europa le cerimonie ufficiali hanno lasciato il posto a commemorazioni molto misurate, quando non alla rimozione e al silenzio. Del resto in molti, a partire dal portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, hanno candidamente dichiarato di non sapere bene cosa ci sia da festeggiare.

Anche il cinema, spesso sensibile alle ricorrenze, ha mostrato un certo disinteresse per uno degli eventi più gravidi di conseguenze del Novecento. Certo, anche nel nostro paese è arrivata in sala, promossa dalla Cineteca di Bologna, la riedizione della Corazzata Potemkin di Sergej M. Ėjzenštejn nella splendida versione restaurata dalla Deustche Kinemathek, ma nonostante il loro carico iconico, i 68 minuti (altro che le 18 bobine di fantozziana memoria!) che Ėjzenštejn aveva girato nel 1925 su incarico del governo sovietico per celebrare i vent’anni della rivoluzione russa del 1905, non ci dicono molto del ruolo che a distanza di un secolo la rivoluzione d’ottobre ricopre nell’immaginario collettivo.

Anche le numerose iniziative dedicate di recente al cinema politico sovietico parlano solo indirettamente di ciò che di quell’esperienza storica si è sedimentato nel corso dei decenni. Come ha ricordato di recente Pietro Montani, tra i più raffinati studiosi del cinema russo di avanguardia, «a distanza di un secolo dalla Rivoluzione di Ottobre, nell’epoca della pressoché compiuta digitalizzazione delle immagini tecniche e dei fenomeni culturali ancora solo parzialmente esplorati che essa va producendo senza sosta, i tempi sembrano maturi per misurare la vitalità del progetto di cinema politico elaborato dai due massimi interpreti dell’avanguardia russo-sovietica, Sergej Michajlovič Ejzenštejn e Dziga Vertov». Se può dirsi avvenuta la piena storicizzazione di una pagina centrale della cultura cinematografica, lo spazio che la rivoluzione leninista ha oggi nell’immaginario cinematografico resta però una questione aperta.

Tra i pochi lavori che di recente si sono confrontati attivamente con la memoria della rivoluzione è da segnalare Angeli della Rivoluzione (Angely revolucii), il film con cui Aleksey Fedorchenko, uno dei più talentuosi registi russi contemporanei, ha raccontato la trasformazione del sogno comunista in dogma autoritario. Siamo nell’Unione Sovietica degli anni Trenta, più precisamente in un centro della taiga siberiana dove le popolazioni autoctone resistono alle forme di assimilazione politica e culturale imposte dal governo sovietico. Per colmare la frattura tra il verbo comunista e gli Ostiachi, la piccola etnia che abita quelle terre, i dirigenti del partito incaricano cinque artisti (un compositore, uno scultore, un regista teatrale, un architetto e un regista cinematografico) di iniziare la piccola comunità siberiana alla fede socialista. A guidare la spedizione è la leggendaria “Polina la rivoluzionaria”, una figura modellata su una passionaria rivoluzionaria realmente esistita. Il film di Fedorchenko è il racconto dell’azione di oppressione e di omologazione culturale che la costruzione del sistema sovietico ha portato con sé, ma è al tempo stesso una messinscena dell’uso strumentale che il potere rivoluzionario ha fatto dell’arte. Il registro scelto da Fedorchenko, che alla specificità culturale delle etnie russe ha dedicato alcune pellicole di grande valore (Silent Souls, 2010; Spose celesti per i Mari di pianura, 2012) è surreale e farsesco. La denuncia prende le forme dell’affresco ironico e stralunato di un modello politico che nell’omogeneizzazione forzata della società e delle sue differenti specificità culturali ha riconosciuto un’arma fondamentale di autoconservazione e di difesa del sogno rivoluzionario.

L’ibridazione tra le tradizioni sciamaniche e le aspirazioni socialiste si dimostra affare non scontato e l’azione missionaria di questi agitatori della parola rivoluzionaria si incaglia ben presto di fronte alla risolutezza di una comunità assai poco disposta a riconvertire modelli sociali e culturali dalle tradizioni secolari in una matrice ideale permeata di valori avvertiti come distanti. Nello spazio sospeso e sognante di una vita condotta ai margini della civiltà non sembra esserci posto per il rigore dogmatico del nuovo credo politico. La contrapposizione tra le istanze totalitarie del sogno comunista e l’orgogliosa rivendicazione dell’inscalfibile unicità dello spirito di comunità non potrebbe essere più chiara. A vincere, alla fine, sono i sogni e le tradizioni di una terra che non si lascia addomesticare.

Il fallimento di questa azione di normalizzazione culturale è raccontato con un registro originale che fa il verso al teatro avanguardista sovietico e pesca a piene mani nell’immaginario del cinema sovietico (da Que viva el Mexico di Ėjzenštejn a ll colore del melograno di Paradjanov). Al grido di «solo l’arte può sottometterli al potere sovietico» gli agitatori propagandistici di regime raggiungono la taiga siberiana, ma in fondo è proprio l’arte, sembra ricordarci Fedorchenko, a fornirci gli anticorpi necessari a contrastare ogni forma autoritaria di esercizio del potere. «Ve lo ricordate? È Lenin», spiega Polina la Rivoluzionaria alle donne del villaggio che hanno appena vinto una statuina del padre della rivoluzione. Ma il sogno rivoluzionario è sfiorito da tempo e il suo posto è stato preso dalla cruda realtà stalinista. Il vuoto di una speranza lasciata senza destino è colmato così dalla disillusione verso la possibilità della rivoluzione socialista di instaurare un regime di giustizia.

Proprio all’era stalinista come ribaltamento del sogno socialista è dedicata un’altra pellicola in sala in queste settimane, che non si confronta direttamente con l’eredità della rivoluzione ma riflette, anche in questo caso utilizzando toni farseschi, sulla desacralizzazione di una delle grandi utopie del Ventesimo secolo. Morto Stalin se ne fa un altro, dello scozzese di origini italiane Armando Iannucci, racconta in forma di commedia nera le ore che precedono e seguono la morte di Stalin. Attraverso una spericolata e travolgente comicità il terrore staliniano è colto e descritto nel momento del suo tramonto, quando il clima di sospetto e di terrore alimentato per una vita da Stalin sembra sul punto di crollare. Come mostrano le danze per la successione tra Kruscev, Malenkov, Molotov e Berija, e come in fondo suggerisce la versione italiana del titolo (l’originale è un più asciutto The Death of Stalin), il regime totalitario fondato su ingiustizie, delazioni e purghe non finisce con la fine del suo più leggendario interprete.

Non è il primo film a raccontare la morte di Stalin. Lo aveva fatto con toni irresistibilmente sarcastici Aleksej German in Khrustalyov, la mia macchina! (1998), in cui il grande e misconosciuto regista russo, a lungo perseguitato dal regime, aveva messo in scena l’agonizzante dittatore e le trame di potere che ne avevano preceduto e seguito la fine. Nel film di Iannucci tutto è ancora più grottesco. Più del sogno di giustizia e uguaglianza, è il clima di sospetto e la paura di un’improvvisa caduta in disgrazia a guidare le azioni dei massimi esponenti del partito.

Della carica palingenetica della rivoluzione degli inizi non sembra rimasto molto. E forse è questo ad aver disturbato alcuni intellettuali russi (tra cui il patriotticissimo e filoputiniano Michalkov), i quali nelle ultime ore hanno chiesto e ottenuto il blocco della diffusione in Russia del film, criticato per aver «ridicolizzato il paese». Il portavoce del Cremlino Peskov ha dichiarato che si è trattato di una decisione autonoma del ministro della cultura; non si conoscono al momento i pensieri di Putin a riguardo, ma se è vero che a distanza di cento anni dalla rivoluzione non c’è nulla da festeggiare, sembra che per le forze politiche russe il passato comunista non vada comunque oltraggiato e denigrato.