Ultimo Aggiornamento:
21 ottobre 2017
Iscriviti al nostro Feed RSS

Ayotzinapa. Una battaglia nella guerra dei nostri giorni

Claudio Ferlan - 25.02.2016
Bergoglio a Ayotzinapa

Nel corso del recente viaggio messicano, il papa non ha mancato di dedicare parte del suo tempo ai confratelli gesuiti. Limitato da un’agenda davvero incalzante, Bergoglio ha infatti trovato il modo di riunirsi con alcuni esponenti della squadra di governo della provincia messicana della Compagnia di Gesù. Guidati dal padre provinciale Francisco Magaña, i sei gesuiti che si sono incontrati con Francesco gli hanno consegnato una lettera scritta dai familiari dei quarantatré ragazzi di Ayotzinapa.

 

I desaparecidos

 

Il riferimento è alla vicenda datata 26 settembre 2014. In quell’occasione ottanta studenti di una scuola della città di Ayotzinapa (Messico meridionale) avevano partecipato a una manifestazione organizzata per raccogliere i fondi necessari a recarsi a Città del Messico, dove avrebbero dovuto intervenire alla commemorazione della strage di studenti avvenuto nel 1968 a Tlatelolco, un massacro premeditato, organizzato per reprimere il movimento studentesco e riconosciuto come tale solo trent’anni dopo i fatti. La rievocazione però costituiva anche l’occasione per un’azione di protesta contro il Partito della Rivoluzione Democratica e gli studenti di Ayotzinapa hanno conosciuto un destino simile a quelli di Tlatelolco. La loro manifestazione è stata repressa con violenza e crudeltà, ci sono stati molti spari, otto persone sono morte, quarantatré ragazzi sono scomparsi. Presto si è scoperto che sono stati tutti torturati e uccisi, su mandato dei rappresentanti politici locali in collaborazione con i narcotrafficanti. Sembra però che gli esecutori degli omicidi siano stati esponenti delle forze di polizia, che hanno lasciato ai narcos il compito di occultare le prove. Molti mesi dopo i fatti, poco si è chiarito. In una recente dichiarazione (22 febbraio) i membri del Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (GIEI) della Commissione Interamericana per i diritti umani (CIDH), incaricato di indagare sul caso, hanno evidenziato quanti ostacoli siano costantemente gettati sul loro lavoro: la Procura Generale della Repubblica non fornisce le informazioni richieste; l’inchiesta è stata frammentata tra diverse autorità inquirenti; i componenti la commissione sono oggetto di frequenti attacchi personali, volti a minarne dignità e autorevolezza; le loro richieste vengono ignorate. 

 

La diplomazia pontificia

 

E papa Francesco? Dopo aver letto il messaggio dei familiari dei desaparecidos nel corso della riunione, ha reagito con un messaggio destinato a tutti i gesuiti del Messico nel quale ha esortato a difendere senza indugio la dignità della donna e dell’uomo messicani e a coltivare il patrimonio spirituale della gioventù del Paese. Proprio i gesuiti erano stati in prima linea nel cercare di organizzare un incontro tra i familiari degli scomparsi e il pontefice, senza successo però. Uno dei più attivi nel cercare di portare a compimento il progetto è stato il gesuita Sergio Cobo, direttore della Fondazione Loyola. La sua tesi è che la questione dei desaparecidos sia prioritaria per la Compagnia di Gesù, alla luce della sua fondamentale rilevanza in una società messicana dove il tema del rispetto dei diritti umani deve essere messo costantemente in primo piano. Ma considerazioni di opportunità politica hanno sconsigliato l’incontro. La questione ha molto colpito l’opinione pubblica messicana (e non solo), tanto che una domanda dell’abituale conferenza stampa “aerea” di papa Francesco, tenuta durante il volo di ritorno, ha toccato esplicitamente il tema: Perché non ha ricevuto i familiari dei quarantatré studenti scomparsi, gli è stato chiesto. Francesco ha risposto evidenziando di aver fatto continui riferimenti alle vittime dei narcos e dei trafficanti di persone. Ha proseguito dicendo che sono stati molti i gruppi ad aver chiesto udienza, gruppi “anche contrapposti tra loro, con lotte interne”. La decisione è stata quella di invitarli alla messa di Ciudad Juarez o in una delle altre messe, così da incontrarli tutti. Ma questa soluzione non è stata possibile per “i parenti di Ayotzinapa”, a causa del costo del viaggio, per loro insostenibile. Bergoglio ha chiuso così: “Era praticamente impossibile ricevere tutti questi gruppi, che d’altra parte si affrontavano tra di loro, in una situazione difficile da comprendere per me che sono straniero. Ma credo che sia la società messicana a essere vittima di tutto questo, dei crimini, dello scarto delle persone: è un dolore tanto grande perché questo popolo non si merita un dolore come questo”.

La mancata riunione ha deluso molti, e i motivi che hanno determinato la scelta pontifica vanno probabilmente cercati in questioni diplomatiche di non facile soluzione, anche e soprattutto alla luce del mancato riferimento al ruolo di certi esponenti politici quali mandanti della strage e al coinvolgimento di forze militari governative. L’insistenza di papa Francesco nel dichiarare di non volersi immischiare nella politica interna e il richiamo al dissenso tra gruppi organizzati delle vittime di violenza in Messico possono dare qualche linea interpretativa. Di certo la vicenda di Ayotzinapa ricade pienamente nel quadro dei mali del mondo dipinto da Bergoglio, un quadro nel quale sono protagoniste la politica minata dalla corruzione e la società vittima della violenza.