Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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Appunti sulle elezioni europee, a otto mesi dal voto

Luca Tentoni - 29.09.2018
Elezioni europee 2019

Alla fine di maggio del 2019, gli italiani saranno chiamati per la nona volta ad eleggere i propri rappresentanti al Parlamento europeo, ma forse sarà la prima occasione, a quaranta anni dal voto del ‘79, per esprimere davvero un'opinione sull'Europa. È vero che in passato ci furono momenti di grande coinvolgimento, come appunto il voto del 10 giugno 1979 (una settimana dopo le elezioni politiche: fu la prima prova di partecipazione popolare - con un'affluenza dell'86,1% sul territorio nazionale - alla vita di quella che allora era la CEE) e quello del 18 giugno 1989 (col contemporaneo referendum consultivo pro-Europa, che ebbe un sì plebiscitario), ma è anche vero che gli italiani hanno sempre utilizzato le "europee" per esperimenti politici (voti "in libera uscita": nel 1979 verso Pli e Radicali, nel 1984 verso il Pci in memoria di Berlinguer, nel 1989 verso i Verdi e la Lega lombarda, nel 1994 portando Forza Italia al 30%, nel 1999 premiando i Democratici di Prodi e la lista Bonino, nel 2009 rafforzando l'Idv dipietrista e nel 2014 facendo arrivare il Pd di Renzi al 40,8%), considerandole appuntamenti poco importanti. Lo scarso interesse verso il voto europeo è stato testimoniato dal crollo della partecipazione popolare, più marcato rispetto a quello delle politiche: nel 1979, il 3 giugno, l'affluenza alle urne per il rinnovo della Camera dei deputati fu pari al 90,6%; una settimana più tardi, quella per le europee si attestò sull'86,1%; alle scorse politiche (4 marzo 2018) è andato alle urne il 72,9% degli italiani (-17,7% sul 1979) mentre nel 2014 è stato solo il 58,7% degli aventi diritto a votare per l'Europarlamento (-27,4% in confronto al 1979). Queste "elezioni di secondo ordine", che sono servite a tutto (come occasioni per votare partiti diversi da quelli usualmente scelti, o per premiare le opposizioni e i soggetti politici nuovi) fuorché a dare un giudizio sull'Europa, erano viste come un test politico di scarso conto. Gli stessi partiti facevano esperimenti, sapendo che - in caso di sconfitta - non avrebbero dovuto pagare un eccessivo dazio: nel 1984 e nel 1989, il cartello elettorale Pri-Pli; nel 1999, An e Segni (l'Elefantino); nel 2004, la lista "Uniti nell'Ulivo". Gli italiani andavano - sempre in minor numero - ai seggi, sentendosi tutti europeisti (anzi, i più europeisti della CEE prima e dell'UE poi). Col tempo le cose sono cambiate, ma quelli del 2009 e del 2014 non sono stati voti che hanno riguardato "il modo di stare in Europa". È molto probabile, invece, che nel 2019 il tema sarà proprio il giudizio sullo stato dell'Unione e sulle sue prospettive. Per questo, se da un lato possiamo ipotizzare un ulteriore calo d'affluenza (come tendenza storica, ma non come ipotesi maggiormente accreditata), dall'altro possiamo invece pensare (con meno margini d'errore, probabilmente) ad una mobilitazione che veda contrapposti europeisti ed antieuropeisti (con una buona fetta di euroscettici in mezzo). Molto dipende anche da come si arriverà al voto: i provvedimenti economici del governo "giallo-verde" saranno tali da non incorrere in censure che scatenerebbero polemiche con l'UE, oppure lo scontro sarà solo ideologico (senza il peso di un contenzioso sui conti pubblici italiani e - possibilmente - senza una nuova drammatica stagione di crisi come quella del 2011)? Per una curiosa coincidenza, inoltre, vedremo scontrarsi due voti in opposizione a qualcosa: semplificando molto, a costo di banalizzare, quello ai partiti di governo sarà contro l'Europa, mentre quello alle opposizioni sarà contro l'Esecutivo italiano. Gli ingredienti per un risultato eclatante e imprevedibile ci sono: alta volatilità elettorale (ormai tipica di tutte le consultazioni), propensione alla "libera uscita", giudizio sul governo, giudizio sull'Europa, giudizio sui partiti. Senza contare che se i due alleati di governo sono per ora forti e strutturati, gli altri soggetti politici o sono divisi (il Pd) o sono deboli (Forza Italia) o sono numericamente poco rilevanti e a rischio di non raggiungere il quorum per ottenere seggi (Più Europa, Potere al popolo, LeU, Fratelli d'Italia, Casapound). Come ai tempi del pentapartito, potremmo assistere ad una competizione nella quale conta soprattutto osservare l'eventuale mutamento dei rapporti di forza fra i due principali partiti di governo: allora Dc e Psi, oggi Lega e M5S. Salvini fa bene a non fidarsi dei sondaggi, perché fotografano il presente e non fanno previsioni sul prossimo maggio, però è evidente che al momento di scrutinare le schede delle europee pochi guarderanno al dato di quelle precedenti (Lega 6,1%; M5S, 21,2%) ma tutti faranno il raffronto con le politiche (Lega 17,35% e 5,7 milioni di voti; M5S, 32,7% e 10,7 milioni). A ben vedere, il 4 marzo scorso il vantaggio dei Cinquestelle sul Carroccio era di 15,3 punti contro il 15,1% delle europee 2014 (invariato, dunque). Stavolta il divario potrebbe essere minore, se non nullo o addirittura a vantaggio del partito di Salvini. Se questo "derby di maggioranza" finisse sul 30 pari, cosa accadrebbe? E c'è, infine, una partita minore nell'opposizione: il Pd lotta per restare intorno al 18,7% delle politiche e Forza Italia spera di avere almeno il 12%, contro il 14% dello scorso marzo e il 9% dei sondaggi attuali. I due partiti che dominarono la Seconda Repubblica sono attesi da un passaggio importante se non decisivo: alle politiche del 2008 avevano insieme il 70,6%, alle europee del 2009 il 61,4%, alle politiche del 2013 il 47%, alle europee del 2014 il 57,6% (grazie al 40,8% del Pd) per arrivare - il 4 marzo scorso - al 32,8%. Le intenzioni di voto espresse nei sondaggi di questi giorni danno i vecchi dioscuri al 25-27%. Una prospettiva non rosea e non facile da cambiare rapidamente, sia pure nell'ambito di un'elezione sulla quale era difficile fare pronostici anche negli anni durante i quali l'elettore italiano era molto abitudinario nelle sue scelte.