Ultimo Aggiornamento:
17 luglio 2019
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Il vertice di Salisburgo: inizio dell’ultimo atto della separazione del Regno Unito dall’Europa?

Francesco Lefebvre D’Ovidio * - 29.09.2018
Conte a Salisburgo

Il summit informale dei capi di stato o di governo della UE di Saliburgo (19-20 settembre 2018) ha segnato “l’umiliazione” – secondo la pressoché unanime stampa britannica – di Teresa May, una grave frattura nei negoziati per l’uscita del Regno Unito dalla UE e, forse, la loro conclusione negativa insieme alla possibile caduta dello stesso governo May. Tale catastrofico risultato è la risultante di errori di fondo e di tattica, nonché di comunicazione, che possono essere distribuiti quasi uniformemente fra la stessa May e gli organi dell’articolato sistema di governo dell’Unione: il presidente pro-tempore del consiglio europeo, Tusk, il presidente della commissione, Junker, il negoziatore Barnier, i capi di governo e di stato tedeschi e francesi, Merkel e Macron. Ma la frattura fra Europa e Regno Unito viene senza dubbio da lontano e ha motivazioni più profonde.

Lo scisma che si sta consumando apparve già evidente dal 1917-19, quando si iniziò a discutere di una “Lega delle Nazioni” (allora, data l’esistenza degli imperi coloniali, essenzialmente costituita dai governi europei e da quello statunitense, oltre a pochi altri, privi di qualsiasi rilievo). Il comitato ministeriale di giuristi all’uopo costituito dal governo britannico, il Phillimore Committee, stabilì che il RU era contrario a qualsiasi forma di governo sovranazionale. Senza dubbio tale posizione fu determinata in larga misura dai legami fra il RU e le sue ex colonie, in quel tempo i Dominions, poi il Commonwealth of Nations, fattore di divergenza che si protrasse fino ai tempi dei trattati di Roma, ai quali per questa ragione principale il governo britannico si mantenne estraneo e, anzi, contrario. Il Commonwealth doveva essere, anzi, il modello ideale di riferimento per ogni organizzazione internazionale.

Ma i legami con le ex colonie si erano già decisamente allentati agli inizi degli anni ’70, quando il RU aderì alla CEE e tale adesione venne approvata dal referendum popolare del 1975 e ancor più lo sono oggi. Nel periodo della nascita della UEM (1999-2016) i  rapporti commerciali con il Commonwealth nel suo insieme si sono attestati fra l’8,8% e l’11%, mentre quelli con la UE rappresentano circa il 43% nel 2016, avendo toccato un picco del 55% nel 2002; i soli rapporti con la Germania equivalgono a quelli con tutto il Commonwealth.

 

    House of Commons, Statistics on UK-EU trade, 31 July 2018.

    http://www.parliament.uk/commons-library

 

Eppure la distanza non si è colmata in misura sufficiente a rendere il RU un membro come gli altri: ciò apparve evidente con il governo di Margaret Thatcher, la quale, pur esprimendo in modo eloquente i profondi legami morali, culturali, storici e religiosi fra le Isole britanniche e l’Europa nel celebre discorso di Bruges, proclamò in quello stesso discorso l’incoerenza fra i principi fondanti del sistema politico britannico e la comunità europea, sino a voler rimanere estranea a una componente essenziale dell’Unione Economica e Monetaria, l’adozione della moneta unica.

Le ragioni dello scisma dunque vanno individuate in problemi diversi e più profondi di quelli dei legami, commerciali e politici, fra la corona britannica e il suo ex impero. Esse devono essere ricercate nella divergente cultura e prassi giuridica che contraddistingue i paesi della common law (dunque non solo il RU ma le sue ex colonie e, in particolare, gli SU) da quelli della civil law, vale a dire quelli del code civil napoleonico e delle codificazioni romanistiche precedenti (codice austriaco e prussiano): l’Europa e le sue ex colonie (cui si aggiunge il Giappone). Una diversa e divergente cultura giuridica che si riflette in un modo diverso di intendere i rapporti giuridici e contrattuali fra i membri della collettività, i rapporti fra gli organi dello stato e quelli fra gli stati.

Il paradosso di questa divergenza è costituito dalla circostanza che tutta l’Europa (e, ormai, tutto il mondo) ha mutuato il proprio sistema monetario e bancario, dunque la struttura del credito, degli scambi e della trasmissione della ricchezza, dell’organizzazione e del funzionamento delle imprese, sul modello creato in Inghilterra nel 1694 con la nascita della Bank of England; modello sul quale si sono costituite o modificate le banche di emissione, il sistema della carta moneta fiduciaria, il sistema di creazione della moneta bancaria e – in una parola – tutto ciò che ha reso possibile lo sviluppo della rivoluzione industriale e del moderno sistema economico. Anche i contratti stipulati per le medie e grandi transazioni finanziarie nel mondo sono governati dal sistema giuridico della common law (dell’Inghilterra e del Galles, per la precisione) e, in generale, rinviano alle corti inglesi; inoltre il modello delle “public companies” è stato adottato, pari pari, dal sistema inglese delle joint-stock companies, fiorite nel Sei-Settecento.

Nonostante questa non trascurabile convergenza, la divergenza di fondo è rimasta: una divergenza, evidentemente, culturale e “spirituale”, in un mondo in cui il problema della salvezza dell’anima nella vita eterna – che dominava la mentalità medievale e determinava gli scismi all’interno del mondo cristiano – è stato sostituito dal problema della salvezza del benessere nella vita terrena. Evidentemente non bastano le banche centrali – in larga parte concordi fra loro sui principi fondamentali – ad assicurare la possibilità di una riconciliazione fra due sistemi giuridico-sociali.

 

 

 

 

* Professore Ordinario di Storia delle relazioni internazionali alla “Sapienza” Università di Roma