Ultimo Aggiornamento:
19 ottobre 2019
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Appunti sulla riduzione del numero dei parlamentari

Luca Tentoni - 20.07.2019
Riduzione parlamentari

Senza troppa attenzione da parte dei mezzi di comunicazione di massa, sta passando in Parlamento la riduzione del numero dei deputati e dei senatori. Palazzo Madama ha già concluso la seconda lettura, licenziando il testo con un sì sufficiente per l'approvazione ma non per evitare l'eventuale referendum. Poi sarà la volta dell'Assemblea di Montecitorio. Quindi si attenderanno le eventuali richieste di consultazione popolare sul testo: se arrivassero,  assisteremmo ad una campagna fra i fautori del sì e quelli del no, prima dell'esito delle urne (senza quorum di validità, che invece è presente nei referendum abrogativi). Come recita la Costituzione, infatti, "le leggi (di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali) sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti". In altre parole, la riforma non entrerà in vigore se non saranno trascorsi i tre mesi per l'attesa di richieste referendarie, più eventualmente il tempo perchè si svolga la consultazione popolare. Infine, come recita l'articolo 4 del testo approvato dal Senato, "le disposizioni si applicano a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale e comunque non prima che siano decorsi sessanta giorni dalla predetta data di entrata in vigore". In pratica, fra il prossimo voto di Montecitorio e tutto il resto, nel caso (abbastanza scontato, a parere di chi scrive) gli italiani approvino la riforma, il taglio dei parlamentari da 630 a 400 (alla Camera) e da 315 a 200 (in Senato) si applicherà alla legislatura che nascerà da gennaio-febbraio 2020 in poi. A meno che, ovviamente, il "partito della crisi" - che in questo caso potrebbe essere formato dai tanti che presumono di non venire rieletti – non faccia cadere il governo già in autunno, per elezioni da indire a dicembre. In questa maniera, il "taglio" non si applicherebbe alla prossima legislatura, ma alla successiva (nel 2025 o prima): primum vivere...

In questa sede non ci sembra opportuno operare una scelta di schieramento a favore o contro il taglio, ma è forse il caso di evidenziare aspetti sui quali riflettere. Quelli contro la riforma riguardano l'esiguità dei risparmi (una piccola "fiammata" dello “spread" brucia molti più soldi di quelli risparmiati in una legislatura con 345 parlamentari in meno da pagare) e il fatto che in Senato ogni maggioranza non potrebbe che essere molto più esigua dell'attuale. Un buon margine di vantaggio era rappresentato, in passato, da 175 senatori su 315 (escludendo nel conto quelli a vita): 35 seggi di margine (occorrevano 18 transfughi - non pochi, certo - per far cadere il governo). Nella stessa situazione, riducendo i 175 proporzionalmente (il taglio è del 36,5%) si avrebbero 111 senatori di maggioranza contro 89 di minoranza (22 di margine; basterebbero 11 "trasfughi" per far cadere il governo). Le maggioranze attuali sono però più esigue: basterebbero un paio di raffreddori e altrettante assenze "casuali" per mettere in difficoltà il governo. I partiti, quindi, dovrebbero "militarizzare" i propri eletti garantendone la presenza continua in Aula, come avveniva ai tempi del secondo governo Prodi, quando tutto si giocava sul filo di uno o due voti. Ci sono poi aspetti favorevoli alla riforma: al di là del favore popolare per il taglio (virtuale) di un po' di posti (e di "teste", sempre virtuale) degli esponenti della cosiddetta Casta (argomento che potrebbe scoraggiare i partiti dal fare battaglia per il "no"; potrebbe provarci Forza Italia, che probabilmente si intesterebbe da sola una causa persa, guadagnando però qualche voto moderato), non si vede perchè Montecitorio non possa funzionare con 400 membri (il Senato oggi ne ha 315 più i senatori a vita) anzichè 630. In quanto al Senato, l'effetto della riforma non si limiterebbe all'aspetto più demagogico del taglio delle poltrone, ma investirebbe direttamente la rappresentanza. Infatti, come recita il nuovo articolo 57 della Costituzione (fra parentesi il testo attuale) "il numero dei senatori elettivi è di duecento (315), quattro (6) dei quali eletti nella circoscrizione Estero. Nessuna regione o provincia autonoma può avere un numero di senatori inferiore a tre (7), il Molise ne ha due, la Valle d'Aosta uno". I dati più interessanti si ricavano da un dossier del Servizio Studi del Senato. Oltre a ricordare che "nella precedente formulazione (prima della riforma del 1963), approvata dall’Assemblea Costituente, il numero dei parlamentari era determinato in misura fissa in rapporto con la popolazione: per la Camera, un deputato ogni 80.000 abitanti (o frazioni superiori a 40.000); per il Senato, un senatore ogni 200.000 abitanti (o frazioni superiori a 100.000). In rapporto alla popolazione, oggi vi è un deputato ogni 96.006 abitanti circa; un senatore elettivo (senza considerare i senatori a vita e i senatori di diritto a vita) ogni 192.013 abitanti circa", si sottolinea che l'ulteriore taglio (in linea con quanto previsto dalla Commissione bicamerale D'Alema del 1997) porterebbe il rapporto fra abitanti e deputati "da 96.006 a 151.210. Il numero di abitanti per ciascun senatore aumenterebbbe (da 188.424) a 302.420 (assumendo il dato della popolazione quale reso da Eurostat)". Un effetto molto marcato si avrebbe sulla composizione delle Assemblee, in particolare su quella di Palazzo Madama. Mentre a Montecitorio i partiti minori non coalizzati perderebbero circa il 36,5% dei seggi (non avendo la forza per ottenere posti, verosimilmente, nella ripartizione all'interno dei collegi uninominali) ma manterrebbero un pugno di rappresentanti (ai radicali, nel '76, ne bastarono pochissimi per farsi valere), a Palazzo Madama potrebbero conquistare seggi pochissimi partiti, i più grandi (questo è molto probabilmente un fatto positivo, per i fautori del sì alla riforma; un po' meno, forse, per quelli del no, ma non è detto). I senatori sono eletti tutti su base regionale, quindi non c'è recupero nazionale come alla Camera. Attualmente i partiti di medie dimensioni possono sperare di ottenere seggi senatoriali nelle otto regioni nelle quali si attribuiscono almeno venti posti (Piemonte 22, Lombardia 49, Veneto 24, Emilia-Romagna 22, Lazio 28, Campania 29, Puglia 20, Sicilia 25). Con la riforma, solo la Lombardia avrebbe più di venti senatori (31, per la precisione), mentre ad eleggerne almeno quindici sarebbero solo il Veneto (16), il Lazio (18), la Campania (18), la Sicilia (16). La soglia implicita di accesso si eleverebbe notevolmente. Inoltre, se oggi sono solo due le regioni nelle quali si assegnano meno di sei seggi (Molise, 2; Val d'Aosta, 1) con la riforma diverrebbero 9 (Val d'Aosta, 1, Friuli-Venezia Giulia, 4, Liguria, 5, Umbria, 3, Marche, 5, Abruzzo, 4, Molise 2, Basilicata 3, Sardegna 5). In pratica, con almeno tre partiti (Lega, M5S, Pd) all'incirca sul 20-30% dei voti, in quasi la metà delle regioni gli altri gruppi non otterrebbero alcuna rappresentanza. Questo effetto di premio implicito alle forze maggiori, a ben vedere, potrebbe compensare la diminuzione del margine di scarto delle maggioranze di governo dovuto alla riduzione dei seggi senatoriali, a scapito dei soggetti politici dal seguito elettorale medio o scarso. In quanto alla disposizione sul numero dei senatori a vita (art. 59 Cost.) che non potrebbe "in alcun caso essere superiore a cinque", si tratta di un intervento per certi versi opportuno (di fronte alla riduzione dei seggi senatoriali) ma soprattutto della chiusura di una vecchia disputa della dottrina sul significato da dare al limite dei cinque senatori (cinque per ogni presidente della Repubblica o in tutto?). Infine, una notazione merita l'elezione del Capo dello Stato. Oggi il peso - nel collegio elettorale presidenziale - della componente parlamentare è di 945 fra deputati e senatori (più quelli a vita e di diritto) contro 58. infatti, l'articolo 83 della Costituzione recita: "Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri. All’elezione partecipano tre delegati per ogni Regione eletti dal Consiglio regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze. La Valle d’Aosta ha un solo delegato". Ad oggi, dunque, i componenti di Camera e Senato che partecipano all'elezione del Presidente sono 945-952, che aggiunti ai 58 regionali, formano un collegio di circa 1010 elettori. I "regionali", perciò, rappresentano solo il 5,7% dei grandi elettori; con la riforma, invece, salirebbero all'8,7% (58 su 663-664). Una differenza non tale da alterare in modo sostanziale l'equilibrio del collegio, ma che - soprattutto se l'elezione si giocasse sul filo dei numeri - potrebbe avere un suo piccolo ma determinante peso.