Ultimo Aggiornamento:
16 ottobre 2019
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Alle origini del

Luca Tentoni - 20.10.2018
Libro Natale e Biorcio

Dopo aver fornito un quadro generale delle ultime elezioni politiche (col libro di Bordignon, Ceccarini e Diamanti) e del risultato della Lega (col volume di Passarelli e Tuorto) ci occupiamo dei Cinquestelle, alleati del Carroccio nella coalizione che governa il Paese. La storia e l'evoluzione organizzativa, politico-sociale ed elettorale del M5S sono oggetto di una recentissima opera di Roberto Biorcio e Paolo Natale ("Il Movimento 5 Stelle: dalla protesta al governo", edizioni Mimesis). Il M5s, come si spiegava nelle precedenti puntate di questo nostro viaggio nel voto del 4 marzo scorso, ha ottenuto i suoi migliori risultati nelle fasce di elettorato che sono o si sentono sconfitte dalla congiuntura economica e dalla globalizzazione, esprimendo inoltre una critica al sistema e all'establishment che sconfina spesso in un'aperta ostilità, frutto di una disillusione che ha le sue origini più remote nella crisi del 2008-2011 e nel disincanto che prima (già dal 2007-2008) colpisce il centrosinistra e la sinistra e poi (dal 2011-2012) investe anche l'ex CDL. Il centrosinistra riesce, nel 2008 ma soprattutto alle europee del 2009 e alle regionali 2010, a trattenere una parte dei voti "in fuga" grazie all'apporto dell'Italia dei valori di Antonio Di Pietro, che fino alla vigilia delle elezioni del 2013 (quando si dissolverà in pochi mesi, proprio mentre stava per diventare un'importante e forse decisiva componente del centrosinistra di Bersani, capace di apportare valore aggiunto e voti alla coalizione) "cattura" una parte delle preferenze dei disillusi e dei delusi dell'Unione. Un'altra parte, invece, va verso il M5S, che infatti si caratterizza inizialmente (2010-2011), secondo Biorcio e Natale, per la presenza di una maggioranza assoluta di elettori di sinistra (oltre il 25%) e di centrosinistra (circa il 30%) a fronte di apporti da centrodestra e destra complessivamente poco superiori al 10% (con un 20% di "grillini" che si definiscono "non collocati", cioè al di fuori del continuum sinistra-destra). Lo "scongelamento" dei poli della Seconda Repubblica, infatti, non avviene simultaneamente: prima è il centrosinistra a cedere (sul piano nazionale, però, non su quello locale, dove invece riesce a battere la CDL e ad affermarsi ancora per parecchi anni), poi (2011-2017) è il centrodestra a crollare (in questo periodo la percentuale dei Cinquestelle di provenienza CDL sale complessivamente verso il 25% del 2012-'13, attestandosi poi al 20% circa, mentre quella di sinistra scende al 15% e la componente di centrosinistra ripiega verso il 20%, in coincidenza con l'aumento dei "non collocati"). In sintesi, nel 2013 i Cinquestelle raccolgono i consensi nel campo dell'astensione e del centrosinistra, con una quota minore di apporti dal centrodestra. Sul piano territoriale hanno percentuali di voto abbastanza omogenee (tranne eccezioni, non tali da qualificare il M5s come espressione di un'area territoriale definita). Nel 2018, però, come vedremo, il partito si "meridionalizza". Per procedere nell'analisi, tuttavia, bisogna prima tornare sulla peculiarità che distingue i Cinquestelle dall'alleato leghista di governo: quest'ultimo è compatto al suo interno (è, ormai pienamente, "il partito di Salvini", forse più di quanto sia stato in passato il partito di Bossi) mentre il M5S è sempre stato diviso, secondo Biorcio e Natale, in cinque "anime". La prima è costituita dai "seguaci", "uno dei gruppi più antichi, presenta un tasso di gradimento molto elevato nei confronti del Movimento e in riferimento al suo leader Grillo; l'entusiasmo e la fede incondizionata per la propria forza politica li fa ritenere il M5s una forza politica matura anche per il governo del Paese, già nel 2013" quando rappresentano il 25% dell'elettorato pentastellato; la seconda è fatta di "gauchisti" (nel 2013 sono il 20%) che "giungono da una precedente vicinanza ai partiti della sinistra e sono rimasti delusi dall'incapacità di quell'area politica di cambiare realmente la sostanza del Paese; si dichiarano ancora di sinistra o estrema sinistra e, se non ci fosse il M5s, voterebbero per uno dei partiti di quell'area, comportamento che hanno tenuto in passato nei ballottaggi nei quali il candidato M5s era stato escluso al primo turno"; i "razionali" formano il terzo gruppo, quello di chi ha scelto il M5s "soltanto dopo le buone prove elettorali nelle amministrative dl 2012, reputandolo il più capace di svecchiare la politica; rappresentano il 23% dell'elettorato 2013"; il quarto è costituito dai "meno peggio", che "compone le diverse anime del Movimento e maggiormente trova riscontro nelle parole dello stesso Grillo, sulla possibile deriva qualunquista di una parte significativa della popolazione, non esistesse il M5s; anche questo gruppo ha un'adesione piuttosto recente, derivata da un'alterità contro tutto e contro tutti; in passato avevano privilegiato diversi schieramenti, con un'evidente sovrarappresentazione del centrodestra e del non voto; rappresentano il 23% dell'elettorato 2013"; infine, i "renziani" (per quanto strano possa sembrare), il quinto gruppo, "entrato a far parte dell'elettorato di Grillo proprio nelle ultime settimane, forse negli ultimi giorni della campagna elettorale 2013, composto da antichi e recenti votanti del Pd che, a causa della mancata operazione di svecchiamento della sua classe dirigente, nelle ultime ore hanno deciso di privilegiare l'appoggio strategico al M5s; rientreranno nel loro alveo naturale di lì a poco; rappresentano l'11% circa dell'elettorato 2013, pari al 3% dei votanti, quello sottratto al Pd in dirittura d'arrivo". Il Movimento 5 Stelle, che è già nel 2013 un punto d'approdo per elettori di diversa provenienza non è tuttavia, per Biorcio e Natale, un "partito pigliatutto interessato solo ad espandere i consensi elettorali in maniera indifferenziata, abbandonando progressivamente le idee e gli obiettivi per i quali era stato fondato" ma è "una sommatoria di diversi tipi di cittadini, che avanzano domande e chiedono risposte variegate, al di là della comune critica alla politica tradizionale e al bisogno di cambiamento; niente di più lontano dal partito pigliatutto, più simile semmai ad una sorta di ricomposizione in unico soggetto politico dei cosiddetti single-issue parties presenti sulla scena politica europea dagli anni Ottanta". Perciò, il M5s è considerato da alcuni ricercatori più simile ai "partiti-movimento" che "si sono impegnati nell'arena elettorale in diversi paesi europei come la Germania, la Spagna e la Grecia"; il Movimento "ha dunque utilizzato, dalla sua fondazione, alcuni schemi interpretativi tipici del populismo, combinandoli con le idee e le forme organizzative che caratterizzano i partiti-movimento; la nuova formazione politica è riuscita così, in pochi anni, a coinvolgere e far partecipare persone prima disinteressate alla politica, a conquistare il voto di elettori appartenenti a tutti gli strati sociali e a tutte le aree politiche e a mobilitare molti dei precedenti astensionisti". Con gli anni, i rapporti di forza fra le cinque anime del M5s cambiano: alcune si rafforzano, altre si indeboliscono. I "seguaci" e i "gauchisti" che rappresentavano il 75% dell'elettorato nel 2010-'11, scendono nel 2016-'17 al 35% e, nel 2018, al 33%; nel contempo, si affermano i "razionali" (dal 15% del 2010-'11 al 31% del '16-'17 e al 26% del 2018) ma soprattutto i "meno peggio", che all'inizio sono solo il 10%, ma nel 2016-'17 raggiungono il 33%, per scendere al 28% (forse a causa della concorrenza leghista). Le elezioni del 2018, inoltre, squilibrano il rendimento dei Cinquestelle, perchè il M5S resta stabile (o aumenta poco) al Nord e al Centro, mentre ottiene gran parte nel suo successo grazie allo sfondamento al Sud: "l'analisi dei flussi ci mostra come i nuovi consensi alla Lega giungano in maniera consistente anche da ex astensionisti e da precedenti votanti del Movimento; il successo dei 5 stelle appare quasi speculare rispetto a quello della Lega" per la mancanza "al Sud, della competizione col Carroccio; per il malcontento generalizzato e ancor più acuto che nel centro-nord del Paese, nei confronti dei partiti tradizionali, che in anni di governo centrale o locale non sono riusciti a far decollare l'economia del meridione; il progressivo impoverimento del Sud in questo ultimo decennio". Tra chi esprime una valutazione negativa sulla situazione economico-occupazionale del nostro Paese, "più del 40% sceglie di votare 5 stelle e il 22% la Lega, mentre solo l'8% vota Pd". Gli incrementi di voto ai pentastellati arrivano da molte direzioni: "accanto ai nuovi ingressi, a consolidare il successo è l'elevato livello di fedeltà del suo precedente elettorato, prossimo al 75%, sorprendente per un movimento che non si configura come una forza politica con tratti ideologici". Tuttavia, "nelle cosiddette elezioni di second'ordine (le comunali e le regionali) il seguito dei 5 stelle appare limitato, principalmente per due motivi: la presenza di candidati locali poco conosciuti che possono indurre l'elettorato del M5s a ripetere scelte più tradizionali, come si può facilmente rilevare in occasione di consultazioni politiche ed amministrative svolte nello stesso giorno (nel 2018 in Lazio e Lombardia, per esempio); la seconda ragione dipende dal profilo peculiare del voto per il M5s, una scelta specificamente orientata a fornire forti indicazioni per un mutamento più generale del governo della cosa pubblica, con una richiesta di cambiamento dei vertici dello Stato; questa motivazione di voto è ovviamente molto meno rilevante in occasione delle elezioni locali o regionali". C'è da chiedersi, infine, se le differenze fra l'elettorato dei Cinquestelle e quello leghista possano essere compatibili con l'intesa di governo. Secondo Biorcio e Natale, "la comune alterità nei confronti dei cosiddetti poteri forti, contro l'establishment, contro la casta politica e contro le modalità di interazione con la UE attuate negli ultimi decenni dai governi (in cui peraltro era coinvolta anche la Lega, sia pure in posizione subalterna a Berlusconi) sono elementi che permettono una sorta di piattaforma condivisa. L'attenzione alle fasce di popolazione garantite, da una parte (soprattutto nelle aree meridionali) e a quelle più socialmente ed economicamente a rischio (come nei comuni e nelle aree periferiche delle grandi metropoli del centro-nord) dall'altra, oltre che il giudizio estremamente negativo sui governi uscenti e la percezione di un futuro molto incerto per le classi medie e medio-basse, appaiono tematiche in grado di accomunare le due forze politiche". Inoltre, in un'indagine svolta prima del 4 marzo si rileva che "per gli elettori del M5s, l'unico partito che non è visto in maniera completamente negativa è proprio la Lega, con giudizi positivi vicini al 40% (mentre tra gli altri si arriva a stento al 10% per la Meloni o per LeU); lo stesso dicasi per l'elettorato leghista, tra cui il M5s ottiene valutazioni relativamente positive, di poco inferiori al giudizio su Forza Italia". Alcune differenze, però, ci sono: solo il 45,8% degli elettori pentastellati è d'accordo con l'affermazione "gli immigrati non sono una risorsa e stanno diventando un peso per il Paese", contro il 42,9% generale e il 76,1% dei leghisti; che "destra e sinistra siano concetti ormai privi di senso" lo dice il 42,6% dei votanti M5s contro il 30,2% generale e il 29,9% dei leghisti; il 48,8% dei grillini pensa che sia giusto che le coppie non sposate abbiano gli stessi diritti di quelle sposate, contro il 43,1% generale e solo il 34,5% dei leghisti; infine, il consenso all'affermazione secondo la quale ci vorrebbe la pena di morte per i reati più gravi è condiviso solo dal 27,2% dei votanti dei Cinquestelle, contro il 25,9% generale e il 35,6% leghista. Insomma, M5S e Lega sono convergenti, all'occorrenza e su alcuni temi, ma non sono uguali (non solo perché il primo è, in economia, più per lo Stato e la seconda più per il privato).