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Alla ricerca di un esito chiaro

Luca Tentoni - 01.10.2016
La riforma del titolo V

In settanta anni di storia, gli italiani sono stati chiamati una volta a scegliere fra Monarchia e Repubblica (1946) e per tre volte a decidere se confermare o respingere corposi progetti di riforma costituzionale: nel 2001 sul Titolo V, nel 2006 su una più profonda revisione della Seconda Parte della Carta, oggi su un progetto altrettanto vasto (in termini di articoli da modificare) che riguarda soprattutto il bicameralismo e (di nuovo) il Titolo V. Si tratta di consultazioni molto diverse fra loro per contesto storico, economico, sociale, politico e per il merito delle scelte affidate all'elettorato. Tuttavia il tratto in comune è costituito dall'importanza che l'innovazione potenziale o effettivamente attuata può avere sul quadro istituzionale. Il voto del 2 giugno 1946 fu senza il dubbio il più drammatico: la scelta fu preceduta e seguita da accese polemiche, accuse di brogli, incidenti di piazza (per fortuna non gravi). In quel caso, la Repubblica vinse col 54,27% dei voti contro il 45,73% della Monarchia: uno scarto di 8,54 punti percentuali che - visto oggi - potrebbe sembrare netto, tale da non lasciare spazio alle polemiche. Tuttavia, il numero delle schede bianche e nulle fu tirato in ballo per far tornare in gioco la Monarchia: inutilmente, perchè pur considerandole tutte come espressioni contrarie alla Repubblica, il vantaggio di quest'ultima sarebbe stato comunque di 228mila voti. L'affluenza fu alta (89,08%): la forza dei numeri a favore della Repubblica prevalse, com'era giusto che fosse. Tuttavia quella vittoria non bastò a ricucire completamente un Paese che da Roma in giù era monarchico e al Centronord saldamente repubblicano. I movimenti che si rifacevano alla Monarchia, però, ebbero un limitato successo elettorale negli anni '50: i loro voti (concentrati soprattutto nel Mezzogiorno) furono gradualmente assorbiti dalla Dc (la quale, peraltro - a livello di classe dirigente - era per la Repubblica, ma la cui base elettorale si rivelò, il 2 giugno 1946, prevalentemente monarchica). I referendum costituzionali dei primi anni del secolo XXI furono invece caratterizzati da contrapposizioni non paragonabili a quelle del 1946, ma soprattutto ebbero esiti incontestabili: il 7 ottobre 2001, la legge costituzionale "concernente modifiche al Titolo V della parte seconda della Costituzione, approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 59 del 12 marzo 2001" fu confermata dal popolo col 64,2% di voti favorevoli (10 milioni e 433mila) contro il 35,8% di "no" (5 milioni 816mila). L'affluenza alle urne fu eccezionalmente bassa (il 34,1%) ma per i referendum costituzionali non c'è quorum di validità. Inoltre lo scarto fra il "sì" e il "no" sopì ogni possibile polemica (che peraltro i due fronti contrapposti non desideravano alimentare). Altrettanto netto - e accompagnato stavolta da un affluenza del 52,46% - fu il "no" alla riforma costituzionale del 25-26 giugno 2006 sulle modifiche alla Parte II della Carta Repubblicana (Gazzetta Ufficiale n. 269 del 18 novembre 2005). I contrari alla riforma furono il 61,3% (estero compreso: sul territorio nazionale il 61,7%): 15 milioni e 783mila "no" a fronte di 9 milioni e 970mila "sì". Solo la Lombardia (45,4% di "sì") e il Veneto (44,7% di "sì"), roccaforti leghiste (la revisione era stata voluta e votata dal centrodestra e conteneva una parte sulla cosiddetta "devolution" alle regioni) non espressero lo stesso orientamento del resto dell'Italia. Per curiosità va però fatto notare che nel voto estero il “sì” vinse solo nella circoscrizione europea (54,7%) perdendo invece nelle altre (America meridionale, "no" al 62,9%; America settentrionale e centrale, "no" al 52,8%; Asia, Africa, Oceania e Antartide, "no" al 53,4%). La campagna sulla riforma costituzionale del centrodestra fu molto più combattuta di quella del 2001 sul titolo V (cioè sulla riforma approvata a suo tempo dalla coalizione concorrente, il centrosinistra) soprattutto perchè riscriveva massicciamente la Seconda Parte della Carta Repubblicana ed era, quindi (essendo peraltro stata approvata in Parlamento con i soli voti della maggioranza) abbastanza "divisiva". Aperte le urne, tuttavia, il risultato fu molto netto. Alcuni dissero che l'esito - oltre ad essere più marcato nel Mezzogiorno "antileghista" - fu dovuto, in parte, anche alla "scia" delle elezioni politiche, che nel frattempo (9-10 aprile 2006) avevano visto la vittoria di misura del centrosinistra. Il Paese a giugno, stava appena uscendo dalla lunga polemica che il leader della CDL Berlusconi aveva ingaggiato contro il centrosinistra, lamentando brogli elettorali alle "politiche" di gravità tale da poter prefigurare, in caso di riconteggio, un ipotetico risultato a lui favorevole (va ricordato, infatti, che l'Unione aveva vinto alla Camera - conquistando il premio di maggioranza del "Porcellum" ideato da Calderoli - per soli 24mila voti e che al Senato il centrosinistra aveva avuto circa 200mila voti meno del centrodestra ma 2 seggi in più, sufficienti per la nascita del secondo governo Prodi). Accuse di brogli e contestazioni erano venute anche da settori dell'Unione, poichè lo spoglio delle schede per Camera e Senato era iniziato rispecchiando un ampio divario fra i poli (corrispondente all'incirca a molti sondaggi effettuati nei mesi precedenti al voto) e si era poi assottigliato fino quasi ad azzerarsi. Com'è noto, la polemica sul voto politico del 2006 si intrecciò con l'elezione del nuovo Capo dello Stato (Napolitano) e finì per contribuire ad avvelenare il clima dell'intera (breve) legislatura. Un episodio di "quasi pareggio" alla Camera si verificò anche alla fine del primo mandato del Presidente Napolitano, nel febbraio 2013, quando la coalizione Pd-Sel-Centro democratico-Svp prevalse su quella berlusconiana (Pdl, Lega, FdI, Destra, altri minori) per 125mila voti (lo 0,37%). In quella circostanza, però, nessuno - per fortuna - ebbe l'idea di ipotizzare brogli, a maggior ragione perchè in Senato non aveva vinto nessuno ed era impossibile una maggioranza omogenea. Si aprì poi, com'è noto, dopo la rielezione di Napolitano al Quirinale, una nuova fase che finì per vedere al governo esponenti dei due principali poli. Questa lunga divagazione su due elezioni politiche (2006, 2013) "vinte sul filo di lana" ci riporta a quello che forse è il vero quesito politico sul quale dovremmo riflettere: se è vero che il referendum è una scelta binaria, che non c'è quorum minimo di validità, che basta un sì o un no in più per confermare o cancellare la riforma costituzionale sulla quale gli italiani potranno votare il 4 dicembre prossimo, perchè preoccuparsi di un eventuale piccolo scarto fra le due opzioni? Sul piano legale, nulla quaestio. Ma su quello politico sì, soprattutto perchè i sondaggi di queste settimane ci fanno pensare ad un equilibrio fra le due opzioni, o al massimo ad una divergenza rientrante nel margine d'errore previsto. Ciò ci fa dunque ritenere che oggi non vi sia, in Italia, la prevalenza netta di un'opzione sull'altra. Si dirà: l'importante è vincere, cioè far prevalere i "sì" e portare a casa la riforma, oppure cercare di far uscire dalle urne una maggioranza di "no" per respingerla. Trattandosi di una revisione costituzionale molto estesa che interessa parecchi articoli della Costituzione, la vittoria dei "sì" o dei "no" non è questione politicamente irrilevante. Resta perciò un solo esito possibile che ci permettiamo di auspicare per questo referendum. Una vittoria chiara e netta di una delle due opzioni, con uno scarto di 60 a 40 e possibilmente in presenza di una buona partecipazione popolare al voto, in modo da fugare ogni possibile polemica. L'incubo di trovarsi a urne aperte a dover lottare per 50mila voti a favore del "sì" o del "no" (ancor più se con le schede delle “circoscrizioni estere” decisive per la vittoria) è quanto di peggio si possa pensare, soprattutto in questa fase. Sul piano politico, un'affermazione "debole" (con meno del 52-53%) del "sì" o del "no" ci restituirebbe comunque vincitori non troppo rinfrancati, mentre una vittoria 60-40 potrebbe chiudere il discorso e aprire in ogni caso (che vinca il "sì" o il "no") una fase politica chiara e nuova. Per una scelta così importante è necessaria una maggioranza ampia, politicamente forte, che esprima in modo inequivocabile l'opinione del Paese sulla revisione costituzionale all'esame del corpo elettorale.