Ultimo Aggiornamento:
03 agosto 2019
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Ad Amartya Sen il Premio Skytte per le scienze sociali a quasi vent’anni dal Nobel

Mattia Baglieri * - 29.11.2017
Amartya San

A quasi vent’anni dal Nobel per l’economia da parte della Banca centrale svedese (1998), ancora un riconoscimento importante per l’economista indiano Amartya Sen da parte della Svezia. È stato infatti assegnato proprio al professore di Economia e filosofia politica dell’Università di Harvard il Premio Johan Skytte dell’Università di Uppsala, uno dei riconoscimenti più ambiti nell’ambito delle scienze politiche e sociali che annovera tra i suoi più importanti vincitori studiosi del calibro di Robert Dahl, Juan Linz e Arend Lijphart.

La relazione tra etica ed economia, l’elaborazione di un indice econometrico dello sviluppo umano (lo Human Development Index), l’approccio delle capacità e la relazione tra identità e violenza sono i temi più importanti cari alla riflessione seniana degli ultimi quarant’anni che ha reso Amartya Sen uno dei più vivaci maestri del pensiero della contemporaneità. L’economista bengalese è nato nel 1933 a Santiniketan, all’interno del campus universitario di Visva Bharati, fondato dal poeta e pensatore Tagore, uno tra i centri di eccellenza per la formazione al libero pensiero nel subcontinente indiano. Nel 1951 Sen si laurea in economia a Calcutta e nel 1953, da poco sfuggito ad una grave malattia, vince una borsa di studio presso il Trinity College di Cambridge che diventerà l’alma mater in cui egli approfondirà la dimensione umana dell’agire economico sulle orme del padre fondatore dell’economia politica come “scienza dello statista e del legislatore”, ovverosia Adam Smith, al cui pensiero politico Sen è da sempre strettamente legato.

Proprio al pensiero smithiano, del resto, Sen dedica nel 1987 il suo libro su Etica ed economia, per il quale egli è generalmente riconosciuto in ambito politico-dottrinario come lo studioso che ha consentito di superare il presunto iato tra lo Smith filosofo politico e lo Smith economista (il c.d “Das Adam Smith Problem”). Come Sen argomenta acutamente, infatti, la lettura della Ricchezza delle nazioni (1776), in cui Smith teorizza il libero mercato, mai può essere disgiunta dalla precedente teoresi morale del filosofo scozzese culminata nella Teoria dei sentimenti morali del 1759, in cui Smith ripercorre il pensiero stoico classico e la lezione sui “doveri” di Cicerone. Come Sen mette in luce, così come ai tempi di Smith, anche nella contemporaneità globale, l’economia deve riscoprire uno spazio etico di azione e di relazione tra gli individui declinato all’insegna della “simpatia” quale capacità di sapersi calare gli uni nei panni dell’altro, provando rispetto per il lavoro di tutti, e sottraendo quote di libertà al potere del mercato attraverso una proattiva azione istituzionale (per esempio in campo sanitario ed educativo). Da qui parte anche la riflessione sulle capacità, intese quali spazi di libertà di agire, di pensare, di provare emozioni e di godere dei prerequisiti di una vita fruttuosa cari al pensiero aristotelico. Eppure per Sen, a differenza di quanto teorizzato nel “sistema delle Etiche” dello Stagirita, non occorre indirizzare deterministicamente l’individuo verso la conquista di libertà aprioristiche, ma occorre che ciascun individuo stabilisca quali siano le priorità da perseguire nel corso della propria vita, sempre nel pieno rispetto liberale individualistico dell’alterità. Un corredo di capacità differenti (adeguata speranza di vita, adeguato reddito, politiche educative di base) è quello che gli economisti Amartya Sen e Mahbub Ul-Haq prevedono anche per lo Human Development Index, l’indice dello sviluppo umano assurto a modello delle Nazioni Unite in contrapposizione con le informazioni macroeconomicamente più scarse che consegna ai suoi fruitori il Prodotto Interno Lordo, descrittore univoco che non spiega come la ricchezza venga effettivamente distribuita e come si generino le disuguaglianze economiche all’interno degli Stati-nazione. Amartya Sen non ha mai dimenticato la propria terra d’origine, in cui egli ha continuato ad insegnare, anche in qualità di Rettore dell’Università Nalanda. Ma soprattutto al subcontinente indiano egli ha dedicato numerose opere storiche, finalizzate ad approfondire la “tradizione parallela” che ha fatto dell’India lo Stato precursore dei diritti umani e di relazioni pacifiche tra popoli e culture diverse (sin dalla dinastia Maurya del III sec. a.C. con l’imperatore buddhista Ashoka, e poi con il musulmano Akbar in quel Seicento in cui a Roma veniva arso sul rogo Bruno). Oggi, a dire di Sen, in India si respira l’aria di un populismo fondato intorno al revival della religiosità induista ed alla “politica della paura”, cui i teorici dell’approccio delle capacità Amartya Sen e la filosofa dell’Università di Chicago Martha Nussbaum propongono di opporre politiche fondate intorno al dialogo razionale tra diversi (“politica della simpatia”).

È in nome di un pensiero, insieme così moderno e complesso, che la Fondazione svedese dedicata allo statista di Uppsala Johan Skytte, ha deciso di assegnare a Sen il prestigioso riconoscimento che Sen ha accettato proprio in Svezia nel settembre scorso in visita ufficiale. Secondo il proclama ufficiale del Premio Skytte, infatti, è proprio l’analisi teorica che Sen propone, informata all’interdisciplinarietà tra le diverse branche delle scienze sociali, a poter rendere così vivida e concreta la proposta seniana per un mondo più degno.

 

 

 

 

* Mattia Baglieri, storico delle dottrine politiche di formazione, lavora per l’INVALSI di Roma (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e Formazione.)