Ultimo Aggiornamento:
06 luglio 2024
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Voglia di Restaurazione?

Paolo Pombeni - 22.05.2024
Dio, patria e famiglia

La crescita dei movimenti di destra, compresi alcuni di estrema destra, pone delle questioni a chi vuole riflettere su questa fase storica senza perdersi nelle iscrizioni ai diversi fan-club alla moda. Non sappiamo ancora quanto ampio e soprattutto per quanto durerà il successo di questo vento di destra che attraversa il mondo, ma se ci si pensa un po’ si scopre che si tratta di una dinamica che non resta circoscritta nell’ambito di quelle forze che rappresentavano il versante della conservazione.

Lo scontro è dunque fra utopia e realismo come si pretende da alcuni? In verità non pare così semplice. Piuttosto diremmo che a fronte della attuale transizione storica che spiazza un po’ tutti torna sotto diversi aspetti l’utopia che si possa tornare al passato: non a quello reale, beninteso, ma a quello mitizzato dalle nostalgie delle diverse parti. Su un versante si può inneggiare alla restaurazione di un mondo che si ritiene, sebbene non sia stato così, fosse dominato da valori che si simboleggiano nella triade “Dio, patria, famiglia”. Sul versante opposto si crede che sia necessario tornare a quel passato recente dominato da un’idea semplificata di “progresso”, quando le cosiddette “conquiste” potevano sembrare in grado di espandersi senza tenere conto né degli equilibri sociali, né dei cambiamenti storici. Emblematica l’enfasi per la abolizione del cosiddetto Jobs Act per tornare ad un sistema di gestione dei rapporti di lavoro ideato per un mondo diverso, così come lo è l’esasperazione dell’universo dei diritti individuali, sempre più declinati come tutela non di fattispecie generali, ma di nicchie di singolarità.

La Restaurazione è un fenomeno che la storia ha già conosciuto anche con questo nome specifico. Si tratta dell’impostazione che venne data dalle potenze che sconfissero Napoleone Bonaparte alla risistemazione del mondo per annullare le conquiste che grosso modo si potevano far risalire alla Rivoluzione Francese e all’Illuminismo e ricostruire “l’antico regime”. Sarebbe il caso di ricordare che anche allora la faccenda non funzionò. Il sistema occidentale, allora dominante, andò dopo una incerta pausa di qualche decennio ristrutturandosi proprio su quel modello che ci si era illusi di poter cancellare. Del resto gli stessi restauratori avevano poi rimesso in piedi solo quel che faceva comodo a loro: tanto per dire non passò per la testa a nessuno di richiamare in vita la repubblica di Venezia che Napoleone aveva abolito senza neppure essere in guerra con essa o il principato vescovile di Trento. All’ombra della pretesa di riportare le lancette della storia al vecchio ordine, se ne era sistemato uno che teneva conto per tutto quello che conveniva del mutamento che si era instaurato.

Senza cadere nel tranello delle analogie storiche, terreni sempre scivolosi, si può osservare che anche oggi, in contesti assolutamente diversi, assistiamo al fenomeno dello sfruttamento della paura del cambiamento che sta avvenendo fra “due secoli, l’un contro l’altro armati” (come direbbe il poeta). Le destre (il plurale è d’obbligo) sono più leste nel cogliere questo sentimento diffuso perché offre loro uno spazio di rivincita dopo un lungo periodo in cui erano state una componente giudicata ormai fuori della storia. Non si tratta per lo più di forze e movimenti che si propongono di tornare a qualche più o meno recente “antico regime”, perché oggi non sarebbe consono a tempi in cui ciò che si faceva “ieri” è comunque considerato obsoleto. Sono componenti che promettono, davvero con un ritorno inconscio ad una certa concezione della storica Restaurazione, di rimettere al centro presunti antichi valori che davano stabilità al quadro socio-culturale senza però rinnegare del tutto i cambiamenti intervenuti. Per dare un esempio: rafforzare il potere di decisione dello Stato, ma senza negare che questo debba derivare da una investitura elettorale popolare.

Qualcosa di simile avviene sul versante delle sinistre. Anche qui c’è una forte illusione che si possa tornare ad un quadro in cui solo quel versante poteva essere considerato “moderno”, in cui l’egemonia culturale (presunta, più che reale) apparteneva loro senza possibilità di discussione, in cui le criticità dell’ultima fase del costituzionalismo occidentale si pensava potessero essere sanate semplicemente radicalizzando le impostazioni (allargamento della partecipazione politica come sistema di convivenza di tutte le autoproclamate tribù che un certo contesto poteva produrre: piccole o grandi, significative o corporative che potessero essere quelle tribù).

Quanto coinvolge le popolazioni questa nuova frattura ideologica, che naturalmente contempla anche molte versioni per così dire moderate sia su un versante che sull’altro? È sempre molto difficile stabilirlo. Sono fenomeni che corrono in parte sotterranei (la gente per lo più ha una vita personale che non manca mai di problemi e dunque non è che in generale si applica a queste diatribe), ma che poi emergono con forza quando si presentano delle occasioni specifiche. Certamente le scadenze elettorali sono, con tutti i loro limiti, una di queste, registrando sia la voglia di tenersi fuori dalle tensioni circa i cambiamenti in corso (l’astensionismo), sia la propensione a scegliere come messianica una delle contrapposte utopie in campo, sia, per quanto in modo meno consistente, a dare qualche forza alle impostazioni che vogliono gestire in maniera razionale il cambiamento.

È quanto si può vedere se si esaminano gli esiti degli scontri elettorali che si verificano nei paesi che li consentono (una parte del mondo non li vuole proprio, al massimo li tollera in forma ultra-manipolata): parliamo sia di quelli che sono già avvenuti, sia di quelli che accadranno nel prossimo futuro. Da questo punto di vista le elezioni europee saranno un evento da analizzare con attenzione, senza limitare lo sguardo a quanto vedremo nel nostro Paese, perché saranno una spia della fase a cui sta giungendo la contrapposizione che abbiamo analizzato.