Ultimo Aggiornamento:
25 gennaio 2020
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Una scuola immutata (e in mutande)

Elisa Lucchesi * - 28.02.2015
Classe in una scuola

Essere un docente di ruolo significa svolgere la delicata funzione di formare i cittadini di domani contando sulla dignità di uno stipendio fisso.

 

In questo senso, pare giusto che #labuonascuola di Renzi cerchi di garantire stabilizzazione al personale precario che da anni presta servizio: ciò potrà consentire a molti colleghi una decorosa progettazione del futuro, nonché l'uscita da una condizione fin troppo prolungata di frustrazione ed incertezza.

 

Ma una volta ottenuta la stabilizzazione, l'esercito dei docenti italiani neo immessi in ruolo sarà chiamato a interrogarsi - proprio come i veterani del tempo indeterminato - sulla propria identità alla luce della missione educativa  2.0.

 

Or incomincian le dolenti note  - viene da dire.

E in effetti non solo la questione cruciale - trovare un senso alla funzione docente nella società odierna - non pare affatto di scontata soluzione, ma il personale arruolato rischia di apparire già in partenza demotivato, sfinito dalla lunga gavetta di precariato e privo di concrete prospettive di crescita professionale che garantiscano alla lunga partecipazione e impegno.

 

Lo scenario ipotizzabile, insomma, all'alba della maxi manovra di stabilizzazione, rischia di evocare l'immagine delle truppe esauste passate in rassegna da un Carlo Magno vecchio e rintronato ne Il cavaliere inesistente.

 

 

Il docente inesistente

 

Il docente italiano neo immesso in ruolo non è in effetti l'aitante paladino auspicato dalla Giannini, un eroe fresco di conoscenze, protetto dalla sfavillante corazza delle competenze.

È un essere umano: dunque, in quanto tale, effimero e passibile di precoce invecchiamento da burnout.

Sì, perché - parafrasando Seneca - l'Homo Italicus mentre prova a insegnare non solo impara, ma invecchia.

 

E nel migliore dei casi il giovane neo immesso in ruolo è un quasi quarantenne logorato dagli anni di precariato, stordito dai tagli della Gelmini, nuovo di TFA, fresco - si fa per dire - di PAS o stagionato di SSIS, ancora terrorizzato dall'apertura delle graduatorie a coda, a pettine (o a lisca di pesce), spesso reduce da qualche traumatizzante esperienza in scuole private o centri studio sparsi per l'Italia.

 

Alla fatidica domanda - "Ecchisietevòi, paladino d'Italia?" - snocciolerà inutilmente, con un fil di voce, dall'armatura ammaccata, titoli accumulati con fatica e magari prestigiosi: le grandi novità che #labuonascuola millanta lo renderanno un ferro vecchio già al momento dell'assunzione.

 

"Sotto col digitale, paladino!" - bofonchierà il Carlo Magno di turno.

E via con il prossimo:

 

"Avanti con l'Inglese. Forza col CLIL!"

 

E così via, sempre con la stessa cadenza:

 

"Tàtta-tatatài-tàta-tàta-tatàta..."

 

"La scuola del Novecento nel terzo millennio. Le magnifiche sorti e progressive".

 

L'insegnante auspicato da #labuonascuola di Renzi non è un comune mortale: è l'Agilulfo della situazione.

Perfetto, proprio perché inesistente.

 

 

Un eroe dei nostri tempi

 

Prof. Agilulfo si muove scaltro nella babele delle graduatorie.

 

Si laurea brillantemente con una magistrale abilitante, vince il concorso ancora under trenta, ride in faccia ai colleghi addottorandi che spendono tempo inutile percorrendo strade impervie:

in fondo lo sanno tutti che la ricerca in Italia è un cul de sac.

 

È il nuovo che avanza. È smart, è glam, è cool.

 

Conosce l'Inglese con livello di competenza C2 grazie al corso linguistico di 50 ore organizzato dal Ministero dell'Istruzione, perché sa ottimizzare i tempi.

In casi estremi - se il Collega d'Inglese has got a really bad flu o si rifiuta di collaborare gratuitamente - non teme di ricorrere a una seduta spiritica ed evocare la buonanima di Shakespeare per qualche dubbio estemporaneo.

 

Anche con i new media Mr. Agilulfo non scherza: lui non usa il computer, digita forte.

È un mago del web, anzi un hacker convertito al bene, conosce LIM e tablets come le sue tasche.

 

Insegna in metodologia CLIL ancor prima di aver fatto il corso metodologico.

I suoi patterns in the mind sfidano l'innatismo alla luce del nuovo paradigma renziano: l'Agilulfo  de #labuonascuola è nato imparato.

 

Devoto alla Santa Causa dell'Apprendimento, regala a piene mani tutto questo sapere per miseri 60 euro di aumento stipendiale, ma in caso di necessità non esita a svestire i panni di docente per collaborare alla pulizia delle aule e dei bagni.

 

E soprattutto ha una scintillante corazza double face che può girare in base alle stagioni o semplicemente a come tira il vento: su una c'è scritto scuola knowledge-based, sull'altra scuola skills-based.

 

Docenti fannulloni, siete avvisati.

 

L'orto di Epicuro 2.0

 

Scherzi a parte, cosa può fare oggi un buon insegnante?

È evidente che la scuola italiana non è in grado di reggere un cambiamento strutturale profondo, in mutande com'è.

E del resto l'aula (digitale o meno) non è un luogo dove farcire di nozioni i giovani cervelli: è un orto dove innaffiarli in attesa di una copiosa fioritura.

Ciascuno può provare, con gli scarsi mezzi che lo Stato mette a disposizione, a impegnare al meglio le proprie energie.

Molti del resto già lo fanno, con responsabilità e umiltà.

 

Suggeriamo al Nostro Ministro dell'Istruzione e al Nostro Presidente del Consiglio di smettere di cercare il migliore dei mondi possibili stando sospesi in aria a meditare come il Socrate di Aristofane.

Si degnino piuttosto di scendere a terra: valorizzare le tante realtà italiane che con fatica cercano di realizzare un modello di scuola sostenibile, anziché progettare un nuovo Pensatoio, può essere un buon punto di partenza.

 

Infine un'ultima considerazione: è giusto che la scuola italiana impari ad utilizzare l'inglese, ma quando si parla di riforme sarebbe bene servirsi solo della nostra bella lingua.

In caso contrario c'è il rischio che il latino tanto inviso - una volta buttato fuori dalla porta - rientri lesto dalla finestra.

Mutatis mutandis, il nuovo latinorum sarà l'inglese che imbonisce le folle e mette sul patibolo gli insegnanti fannulloni.

Come noto, ogni oltraggio è morte, anche la gogna mediatica o le richieste esose, in un millennio veloce che si nutre di informazioni distillate (e deformate) in 140 caratteri.

 

 

 

 

* Dottore di Ricerca in Linguistica Storica. Insegnante