Una riflessione, non a caldo, sul voto in Sicilia
Data l’importanza del tema è forse opportuno fare alcune altre considerazioni sul risultato delle elezioni siciliane oltre a quelle svolte nei giorni scorsi da altri collaboratori di questa testata. L’esito del voto nell’isola si può ritenere da un lato confortante ma da un altro versante va giudicato tutt’altro che positivo. Cerchiamo di capire il perché.
Quello che conforta non è la vittoria del centro destra, risultato che sarebbe del tutto fisiologico in una democrazia in buona salute, vista anche la modesta performance della giunta di centro sinistra che ha amministrato negli ultimi cinque anni. Conforta, invece, la sconfitta del Movimento cinque stelle, un gruppo politico eversivo, animato da un giustizialismo rancoroso e vendicativo, e per giunta di proprietà di una società pubblicitaria. Fino ad oggi il movimento grillino era passato di successo in successo, vedendo sempre crescere i propri consensi ad ogni tornata elettorale. In Sicilia i dirigenti pentastellati hanno condotto una campagna molto intensa, battendo per mesi l’isola palmo a palmo. Il calcolo che guidava questo impegno era palese: vincere le regionali isolane per accreditarsi come vincenti alle prossime elezioni politiche. Il calcolo si è rivelato errato, la marcia del movimento grillino, che pareva inarrestabile, è stata interrotta. Peraltro, Musumeci ha vinto con un vantaggio molto più netto di quello indicato dalle prime proiezioni, che sembravano configurare un assai incerto testa a testa. Anche in termini assoluti i voti riportati dai pentastellati sono parecchio inferiori a quelli avuti alle ultime elezioni politiche (poco più di cinquecentomila rispetto agli oltre ottocentomila del 2013), a dimostrazione che il consenso che si può raccogliere spargendo demagogia a piene mani ha comunque un limite.
Tuttavia si tratta comunque di un bicchiere solo mezzo pieno perché gli elementi di preoccupazione restano molti e non riguardano solo il quadro politico.
Il centro destra in Sicilia si è presentato unito, con un candidato sicuramente credibile anche come uomo di governo. Pure siamo di fronte ad un cartello elettorale più che a uno schieramento omogeneo. Al suo interno, infatti, troviamo una componente moderata, sostanzialmente riportabile a Forza Italia, una componente populista o, più precisamente, demagogica, che fa capo alla Lega, e una frazione nazionalista o, come si dice oggi, sovranista, guidata dalla Meloni. In Sicilia il partito di Salvini raccoglie pochissimi voti, per cui non è stato difficile trovare un accordo, per le elezioni nazionali sarà più difficile trovare un’intesa e, soprattutto, mettere assieme un credibile programma comune.
Le cose stanno ancora peggio per il centro sinistra. Questo si è presentato diviso al voto siciliano, pur sapendo di non avere nessuna possibilità di affermazione. Una scelta che si spiega con una conflittualità molto forte fra le sue varie componenti. Il fatto è che la scissione del Mpd dello scorso febbraio è stata motivata non tanto da una ragione identitaria, quanto da un’avversione personale. Un gioco al massacro il cui obiettivo non è il successo elettorale, ma la demolizione politica di Renzi. Premesse tutt’altro che lusinghiere in vista delle prossime elezioni politiche, previste per i primi mesi del 2018.
Se il quadro politico appare frammentato le cose non migliorano se guardiamo ai programmi politici. La gramigna giustizialista che è il nocciolo duro della proposta pentastellata alligna, infatti, anche in altri settori dello scacchiere politico. La Lega è da sempre allineata su posizioni forcaiole. A sinistra, poi, una delle figure che va per la maggiore, contesa e sollecitata come possibile asso nella manica, è un magistrato incautamente non solo eletto in parlamento ma elevato alla seconda carica dello stato. Con un simile approccio è difficile immaginare di poter smuovere quello che è stato giustamente definito "non voto di opinione", ancora in crescita anche lo scorso 5 novembre in Sicilia.
* Insegna presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli
di Paolo Pombeni
di Maurizio Griffo *


