Ultimo Aggiornamento:
27 luglio 2022
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Una politica prigioniera dell’ambiguità

Paolo Pombeni - 15.12.2021
Atreju Meloni

La storia infinita della preparazione per le elezioni quirinalizie mette in luce i limiti di partiti che sono nella loro maggioranza prigionieri delle pseudo-identità che si sono costruiti negli ultimi anni e che per uscire da queste posizioni poco fruttuose non riescono a fare altro che avvilupparsi nell’ambiguità.

La riprova più clamorosa si è avuta con la kermesse di Fratelli d’Italia sotto il titolo, incomprensibile ai più, di “Atreju”. Da un lato l’obiettivo piuttosto esplicito era mostrare come quel partito fosse pienamente legittimato come parte del sistema politico vigente, tanto da poter aprire un dialogo-show con tutte le altre componenti. Dal lato opposto nel suo intervento finale la leader Giorgia Meloni è tornata ai toni barricadieri del partito di alternativa netta contro tutto e contro tutti: con gradazioni e toni diversi (ma percepibili solo ad orecchie allenate), ma tali da confermare il proprio elettorato che si era poi quelli di sempre.

In maniera del tutto simile si stanno comportando gli altri partiti. Salvini alterna attacchi al governo a profferte di sé stesso come mediatore nella vicenda della successione a Mattarella. In Forza Italia non si riesce a decidersi se continuare ad essere i pretoriani di Berlusconi o il partito del conservatorismo ragionevole. Il PD oscilla fra le sirene di una riscoperta del “facciamo cose di sinistra” e la tentazione di virare apertamente verso le sponde del partito di Draghi. I Cinque Stelle alternano aperture ad una certa responsabilità (Conte e Di Maio), inclusa l’accettazione della trasformazione in un normale partito, con la conferma di vecchie parole d’ordine accompagnate dalla promozione quasi in blocco della classe dirigente della prima ora (salvo, ovviamente, quelli che si sono tirati fuori di loro iniziativa).

Tutto rimane invischiato nella stanca ripetizione di una serie di ritualità. Volete un altro esempio? Prendiamo il caso delle suppletive al collegio di Roma 1. Nessuno dei principali protagonisti della recente vicenda delle amministrative nella Capitale ne ha tratto qualche insegnamento. Il centrodestra ricandida la “spalla” di Michetti sconfitta da quelle urne. Il PD mette in campo una candidata espressione del gruppo dirigente che oscilla fra Bettini e Letta, cioè brucia qualsiasi ipotesi di nuovo tipo di alleanza larga. Il cosiddetto centro candida la ministra Bonetti di IV, non proprio un personaggio per una battaglia di sfondamento. M5S dopo la ritirata di Conte non si sa ancora cosa farà (in questo caso si dice sia tramontata una candidatura Raggi, ma staremo a vedere).

Come si vede non c’è proprio traccia in nessun campo di mettere in gioco persone che rompano gli attuali asfittici schemi del quadro politico. Eppure il caso di Roma poteva prestarsi per assumere il rischio di rompere quegli schemi: tanto si tratta di eleggere un deputato che sarà marginale nel grande gioco, non sposterà nessun equilibrio, durerà in carica ben che vada poco più di un anno. Ma nessuno vuole rischiare la rottura coi propri quadri congelati. Non il centrodestra che poteva puntare su una figura che sottolineasse da qualche punto di vista un’ottica nuova, non il PD che è rimasto prigioniero delle sue idiosincrasie per Renzi, ma soprattutto per Calenda, non l’informe centro che al dunque non trova un personaggio di vero impatto da mettere in campo.

Potrà questa ambiguità generale sciogliersi per evitarci un pasticcio nella vicenda delle elezioni quirinalizie? Ad oggi non si riesce a capire quale approccio prevalga nei gruppi dirigenti dei partiti. Da un lato ci sarebbero molte ragioni, in parte anche non proprio nobili, per congelare tutto trovando un largo accordo su un nome che non consenta a nessuno di presentarsi come il vero king maker. La difficoltà è data dal fatto che la candidatura che meglio realizzerebbe questo profilo è Draghi, ma per varie ragioni lo si teme (soprattutto perché eletto in questo modo diventerebbe davvero un Capo dello Stato notevolmente forte). D’altronde bruciarlo significherebbe a questo punto indebolirlo moltissimo come premier, con il probabile rischio che si ritiri anche da quell’impegno.

Dal lato opposto se non si riesce ad andare su un candidato in qualche misura “obbligato” (e francamente facciamo fatica a vederne), sarà difficile che i partiti sfuggano alla tentazione di impegnarsi nella grande battaglia che stabilirebbe chi è in questo momento in ascesa in vista delle prossime elezioni politiche (le quali così arriverebbero probabilmente un poco prima della scadenza naturale del marzo 2023). In uno scenario del genere può succedere di tutto, e in definitiva il sistema, comunque vada a finire, ne uscirebbe terremotato.

Le ricadute sarebbero infatti pesanti. Innanzitutto è probabile che si aprirebbero nuove lotte destabilizzanti al vertice delle forze politiche, perché in quelle perdenti verrebbero presentati i conti alle leadership sconfitte, in quelle vincenti i vertici andrebbero all’incasso contro le loro opposizioni interne. In secondo luogo lo strascico di questa grande zuffa difficilmente consentirebbe il proseguimento di un esecutivo di larga coalizione come quello attuale. Ma soprattutto sarebbe pesantemente compromesso il nostro sistema istituzionale-amministrativo che si sta faticosamente cercando di ricompattare e di rimotivare in questi mesi: parliamo del complesso di articolazioni che include la magistratura, il sistema burocratico centrale e quello sparso nelle regioni e nei comuni (e sull’onda ne risentirebbe il sistema complessivo delle nostre classi dirigenti a livello sociale).

Non verrebbe messa in questione solo la nostra opportunità di sfruttare a fondo la contingenza, ma la stabilità stessa del Paese. C’è tuttavia una speranza che proprio dentro l’ambiguità che travaglia in questo momento le nostre forze politiche possa divenire predominante quel versante che spinge verso l’affrontare con ragionevole responsabilità il passaggio che abbiamo davanti.