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24 luglio 2021
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Una politica ancora sospesa

Paolo Pombeni - 28.01.2016
Marco Carrai

A guardare un po’ di fretta le cronache sembrerebbe una stagione politica piena di fibrillazioni che possono dare il via a cambiamenti. In realtà, almeno a nostro parere, siamo davanti ad una fase in cui si alzano molti polveroni per eludere alcuni temi di fondo che non si sa bene come affrontare.

A parte lo show della mozione di sfiducia al governo il cui esito è abbastanza scontato, questioni come la legge sulle unioni civili, o quelle legate agli scandali bancari, o la polemichetta sulla nomina di Carrai a consulente del governo, o il tema della ipotetica nuova maggioranza con Verdini e soci, non sono destinate a mettere in questione il governo.

Farlo seriamente richiederebbe immaginare una soluzione alternativa vuoi sul piano delle maggioranze parlamentari, vuoi su quello della credibilità dell’alternativa rispetto ai grandi problemi che si affacciano all’orizzonte. Basta elencarli per capire.

Se ne parla poco, ma la questione libica è davanti a noi come un incubo. Quando in quel paese si arriverà a uno straccio di governo con riconoscimento ONU che sia in grado di coprire un intervento militare esterno contro l’Isis, l’Italia difficilmente potrà restare fuori della partita e non sarà una missione facile. Del resto il nostro interesse ad una stabilizzazione della Libia è evidente a tutti, ma lo è anche il fatto che non sarebbe prudente per noi lasciarla in mano solo a USA, Francia e Gran Bretagna. Al tempo stesso si tratterà di una impresa dagli esiti imprevedibili anche in termini di riflessi sull’opinione pubblica del nostro paese.

A questo va aggiunta la problematica relativa alla crisi europea legata alla messa in discussione del trattato di Schengen. Anche in questo caso il nostro paese si trova in una posizione assai difficile, perché la sua è una frontiera difficile da “chiudere” e al tempo stesso è il territorio che fa da contenitore alle masse che cercano di passare attraverso le frontiere che si chiuderanno. Certo in questa poco confortevole posizione si trova anche la Grecia che oggi è ancor più sotto pressione per il fatto di essere l’anticamera della cosiddetta “rotta balcanica”. Però non c’è da illudersi che la pressione sulle nostre coste si affievolisca e per di più con migrazioni che contengono un alto tasso di cosiddetti “migranti economici”, cioè quelli che non hanno i requisiti per il diritto d’asilo e che dunque, in teoria, dovrebbero essere rimpatriati.

Un’operazione del genere è un vero incubo, perché respingere con la forza dei disperati non è gradevole, e, a prescindere anche da altre considerazioni, ha costi economici non lievi. Su questo ci sarebbe bisogno di una solidarietà europea che al momento è, per dirla con un eufemismo, incerta. Qualsiasi governo succedesse a quello attuale si troverà in mano questa patata bollente e le opposizioni avranno buon gioco a metterlo in croce.

Infine c’è la questione del debito pubblico. Non è una novità che si tratti di un fardello enorme che l’Italia si trova sulle spalle, come non è una novità che non si riescono a trovare i mezzi per iniziare ad intaccarlo significativamente. Impegnarsi davvero su questo fronte significa imporre sacrifici ad un paese che è già provato dalla crisi attuale e soprattutto che è sfiduciato e perplesso: le condizioni peggiori se si devono chiedere sforzi e far accettare restrizioni, perché è difficile farlo se non si possono dare se non certezze, almeno forti speranze circa i benefici che verranno dai sacrifici.

In maniera più o meno confusa la situazione è nota a tutte le forze politiche, almeno ai loro vertici. Dunque far cadere oggi il governo significherebbe non solo assumersi tutti i rischi di queste situazioni, ma farlo nelle peggiori condizioni possibili, perché ciò avverrebbe dopo qualche mese di interregno in cui certo le nostre condizioni si deteriorerebbero. Dunque meglio per le opposizioni continuare a tenere tutto in sospeso, cuocendo il governo a fuoco lento in attesa che, non si sa come, la situazione diventi più propizia o che, quantomeno, il suo peggioramento possa essere totalmente addebitato a Renzi.

Non si può dire che si tratti di una bella situazione. Renzi ha naturalmente ancora delle carte da giocare, che sono un po’ più efficaci della semplice retorica anti gufi. Paradossalmente la prima carta è quella dell’Europa, e, in specifico, della Germania. Né alla UE, né a Berlino conviene in questo clima una Italia preda di convulsioni populiste e in mano alla ingovernabilità. Per questo il premier può permettersi degli eccessi di retorica guascona, che gli vengono più o meno perdonati, mentre può puntare a farsi riconoscere come l’unica chance di governo per il nostro paese.

Ci si deve chiedere però se questo sia sufficiente non tanto per reggere le fibrillazioni di questo momento, ma per varare una politica di risanamento della situazione. Ridurre tutto ad un problema di allargamento delle maggioranze parlamentari e di contenimento delle opposizioni interne al PD è una semplificazione, anche se si può capire che una tattica in questa direzione sia una necessità contingente. L’avvio di una operazione destinata a costruire non un “partito della nazione”, ma una “nazione consapevole di sé” non è alle viste. Eppure è questo ciò di cui c’è grande bisogno.